Il progetto MEMOREC esplora anche il recupero della memoria storica degli impatti degli eventi climatici estremi, valorizzando il patrimonio storico-fotografico dell'Emilia-Romagna.
L’Emilia-Romagna è una regione storicamente soggetta a esondazioni e allagamenti, per via della particolare conformazione di parte del suo territorio: un’ampia pianura attraversata da numerosi corsi d’acqua.
In Romagna, ad esempio, nel corso dei secoli si sono verificate diverse piene catastrofiche del Ronco, del Montone, del Lamone…; una delle inondazioni più gravi fu quella che nel 1636, a seguito di piogge eccezionali, colpì Ravenna e l’area circostante. Parallelamente, nel Bolognese le piene del Reno, del Savena e di altri torrenti appenninici hanno più volte provocato esondazioni che hanno colpito specialmente le campagne.
Le conseguenze sono sempre state pesanti: perdita di raccolti, diffusione di malattie nelle zone stagnanti, spostamenti forzati di popolazione, carestie e crisi economiche. Al contempo, la fascia appenninica è da sempre una delle aree più esposte al rischio di frane a causa di versanti spesso ripidi, terreni argillosi soggetti a scivolamenti, frequenti riattivazioni di antiche frane.
A seguito dell’alluvione del 1636, e in particolare a partire dal Settecento, le autorità compresero la necessità di attuare una più organica politica di controllo delle acque. Pertanto, vennero promossi studi sul comportamento dei fiumi e delle sedimentazioni (si pensi, al riguardo, a figure come quelle dei matematici bolognesi Domenico Guglielmini ed Eustachio Manfredi) e si realizzarono deviazioni fluviali, rialzi arginali, canali scolmatori (un intervento significativo, ad esempio, fu la modifica del corso del Savena nel 1776).
Il territorio, tuttavia, continuò a essere segnato da gravi eventi alluvionali (come nel 1839), evidenziando la necessità di opere idrauliche più estese e coordinate e portando in seguito alla progressiva istituzione dei consorzi di bonifica.
Carta geografica della Romagna e dei suoi fiumi estratta «dal’Itaglia di Gio: Antonio Magini stampata l’Anno 1620» da parte di Vincenzo Venturini - 25 novembre 1714 (Biblioteca Classense - Ravenna).
Incisione raffigurante la frana di Boesimo (o di Budrialto), nell’Appennino faentino, avvenuta nel 1690 (Tractatus medjco-physicus de terroemotu… di M.A. Melli, Forlì, 1708; Manfrediana - Biblioteca Comunale di Faenza).
Discorso mattemattico sopra li due fiumi Ronco e Montone, di F.N. Tassinari, Ravenna, 1716 (Biblioteca Classense, Ravenna)
Parere di due matematici sopra diversi progetti intorno al regolamento delle acque delle tre Province di Bologna, Ferrara, e Romagna, di F. Jacquier e T. Le Seur, Roma, 1764 (Biblioteca Classense - Ravenna).
Nel 1939 un grave disastro idrogeologico colpì l’Emilia-Romagna. Tra la fine di maggio e il giugno di quell’anno, infatti, l’area appenninica e i bacini dei
principali fiumi furono investiti da precipitazioni eccezionalmente abbondanti che provocarono piene, esondazioni, frane. Le aree maggiormente interessate furono quelle che oggi corrispondono alle province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini.
Nel complesso, diversi centri abitati subirono allagamenti e danni alle infrastrutture, le campagne si trasformarono in un vero e proprio lago che copriva alberi, strade, case, nelle zone montane si verificarono vasti movimenti franosi. Oltre ai danni materiali, l’alluvione ebbe importanti conseguenze economiche e sociali: molti agricoltori persero raccolti, terreni e abitazioni e parte della popolazione colpita emigrò verso altre zone d’Italia.
L’alluvione del novembre 1966 non colpì soltanto la Toscana e il Nord-Est, ma anche l’Emilia-Romagna, dove provocò piene eccezionali, allagamenti in pianura, frane nell’Appennino, fenomeni di inondazione costiera. Più nel dettaglio, dopo settimane di piogge persistenti durante l’ottobre del 1966, tra il 3 e il 5 novembre si verificarono precipitazioni eccezionali in gran parte dell’Italia settentrionale e centrale e in Emilia-Romagna numerosi corsi d’acqua
raggiunsero livelli critici (alcuni degli episodi più gravi interessarono il Reno e i suoi affluenti, in particolare il Samoggia). Al riguardo, le cronache dell’epoca parlano di campagne allagate, rotte arginali, infrastrutture danneggiate, centinaia di sfollati.
Il fiume Rabbi in piena visto dal ponte di Vecchiazzano, nei pressi di Forlì (30 maggio 1939, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Effetti della piena del fiume Savio all’altezza dell’omonima località (RA): rottura di un ponte, dell’acquedotto, dell’argine (4 giugno 1939, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Piena del fiume Lamone del 30 maggio 1939, all’altezza del ponte di Mezzano (RA); foto eseguita dalla Banca Popolare alle ore 12 (Biblioteca Giuseppe Taroni - Bagnacavallo).
Crollo di un ponte, nei pressi di Faenza, a seguito della piena del torrente Marzeno causata dalle intense piogge del maggio del 1939 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Guerra e fango nella campagna cesenate, a seguito di intense piogge, autunno 1944 (Biblioteca Malatestiana di Cesena).
Allagamento nella bassa pianura ravennate durante l’alluvione del 1966 (Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Ravenna e provincia).
Le intense piogge che si verificarono nella metà di settembre del 1972 comportarono la piena del torrente Sillaro e la conseguente esondazione e rottura di argini nel tratto dell’imolese, con allagamenti significativi nelle campagne e in alcune località come Sesto Imolese e Buda. L’acqua inondò poderi, abitazioni e strade, sommerse le coltivazioni e interruppe i collegamenti tra le frazioni. In poche ore intere aree rurali si trasformarono in un’enorme distesa d’acqua fangosa. I danni furono ingenti: aziende agricole devastate, bestiame annegato, macchinari resi inutilizzabili e famiglie costrette a lasciare le proprie case. L’alluvione del 1972 rimase a lungo nella memoria collettiva della zona imolese come un evento traumatico, che mise in evidenza la fragilità del territorio e la necessità di rafforzare le difese idrauliche del Sillaro.
Negli anni '90, pur non essendosi registrata una alluvione paragonabile a quelle del 1939 e del 1966, si sono verificati continui episodi di maltempo intenso, a conferma che negli ultimi decenni l'Emilia-Romagna sta sperimentando una maggiore frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi che possono causare alluvioni. Nel 1992 e 1993, ad esempio, se verificarono varie piene dei corsi d'acqua romagnoli (Savio, Ronco, Montone, Lamone), con allagamenti locali nelle campagne e nelle aree di bonifica. Nell'autunno del 1994 la piena del Po interessò anche l'Emilia-Romagna, pur senza gli effetti distruttivi osservati in Piemonte. Ancora, tra il 1995 e il 1999 si verificarono diversi episodi di piogge persistenti, specie nelle province di Modena, Reggio Emilia, Bologna, Forlì-Cesena e Ravenna, che causarono frane nell'Appennino emiliano e romagnolo, interruzioni stradali e ferroviarie, allagamenti locali lungo torrenti e corsi d'acqua.
Ragazza su una zattera improvvisata in un’area completamente allagata. Buda di Medicina, 19 settembre 1972 (foto di Enrico Pasquali, Fondo Miscellanea Bologna 900, Cineteca di Bologna).
Casa colonica a due piani circondata dall’acqua. Buda di Medicina, 19 settembre 1972 (foto di Enrico Pasquali, Fondo Miscellanea Bologna 900, Cineteca di Bologna).
Allagamento a seguito dell’esondazione del Sillaro. Buda di Medicina, 19 settembre 1972 (foto di Enrico Pasquali, Fondo Miscellanea Bologna 900, Cineteca di Bologna).
Area allagata a seguito dell’esondazione del Sillaro. Sesto Imolese, 16 settembre 1972 (foto di Enrico Pasquali, Fondo Miscellanea Bologna 900, Cineteca di Bologna).
Effetti della piena del Savio. Cesena, 1992 (foto di Remo Bacchi, Biblioteca Malatestiana di Cesena).
L’Appennino emiliano-romagnolo è un’area fortemente soggetta al rischio di frane. Tra gli eventi franosi più gravi, vanno ricordate principalmente le drammatiche vicende correlate all’alluvione del 1939. Le piogge eccezionalmente intense (in alcune aree montane romagnole si registrarono accumuli superiori a 300 mm di pioggia a fronte di una piovosità media mensile pari a circa 430 mm) saturarono rapidamente i terreni argillosi dell’Appennino, favorendo riattivazioni di frane antiche (come quella di Saltino), nuovi dissesti, smottamenti, cedimenti di versante, scivolamento di enormi masse di terra e roccia. Tutto ciò comportò la distruzione di diversi edifici, l’interruzione di strade e collegamenti ferroviari, la creazione di grandi fratture nel terreno, l’isolamento di interi paesi. Molte famiglie, inoltre, furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.
Dettaglio della frana di Cusercoli (Appennino forlivese) avvenuta il 21 dicembre 1937 (foto del 26 dicembre 1937, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Veduta della frana che chiuse il fiume Montone sopra Castrocaro (FC) (24 aprile 1938, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Frana di Sarsina (FC) del giugno 1939: casa scivolata in basso insieme alla strada (foto del 18 giugno 1939, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Smottamento del versante in destra del torrente Ibola, nei pressi di Modigliana (FC), a seguito delle piogge del maggio 1939 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Frana all’altezza del casello 77 lungo la linea ferroviaria Faenza-Firenze, 1939 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Tredozio (FC), strada provinciale del Monte Busca distrutta a seguito di eventi franosi, 1939 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Tra il XIX e il XX secolo in Emilia-Romagna sono state realizzate numerose opere per ridurre il rischio di alluvioni. Le più importanti sono state: la costruzione, nelle pianure costiere e nelle valli interne, di canali di scolo, impianti idrovori e sistemi di drenaggio per prosciugare le aree paludose e
smaltire rapidamente l’acqua in eccesso; il consolidamento e il rialzo degli argini dei principali fiumi (Po, Reno, Secchia, Panaro, Lamone, Senio, Ronco, Montone…); la realizzazione di canali scolmatori e la sistemazione di molti tratti fluviali, rettificati, approfonditi o affiancati da canali artificiali per migliorare il deflusso delle acque; la realizzazione di casse di espansione, ossia di aree dove l’acqua può essere temporaneamente accumulata durante le piene per ridurre la portata nei centri abitati. Tra gli anni '50 e '80, poi, i consorzi di bonifica hanno ampliato la rete di canali, impianti di pompaggio e opere di regolazione idraulica per adattarsi all'urbanizzazione crescente e alla trasformazione dell'agricoltura.
Nell'ambito di tale contesto, soprattutto tra Ottocento e primo Novecento, un ruolo di primo piano era svolto dai cosiddetti scariolanti, lavoratori specializzati nei grandi lavori di movimento terra. Il loro nome deriva dalla “carriola” (in alcune zone chiamata scariola), lo strumento con cui trasportavano terra e materiali durante opere di bonifica, arginatura e costruzione di canali. Molti provenivano dalle campagne della Romagna, dove la povertà rurale spingeva migliaia di persone a cercare lavoro nei cantieri di bonifica. Le loro attività principali comprendevano: scavo di canali, costruzione e rinforzo di argini, bonifica di paludi e terreni acquitrinosi, realizzazione di infrastrutture idrauliche. Le condizioni di lavoro erano molto dure: giornate lunghe, lavoro fisicamente pesante, salari bassi e frequente esposizione a malattie come la malaria nelle zone paludose.
Casalecchio di Reno, rotta del fiume Reno (a seguito del violento nubifragio del 1° ottobre 1893), ripristino degli argini, 1893-1894 (foto di Alessandro Cassarini, Fondo Miscellanea Bologna 800, Cineteca di Bologna).
Giovanissimi scariolanti al lavoro, inizio Novecento (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna).
Scariolanti al lavoro nella campagna ravennate (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna).
Escavazione di un canale nell'agro cesenate da parte di alcuni braccianti (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna).
Rotta del Savio, 1965 (foto di Marina Guerra, Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Ravenna e Provincia).
Sesto Imolese, alluvione e rottura dell’argine del fiume Sillaro, settembre 1972 (foto di Enrico Pasquali, Fondo Miscellanea Bologna 900, Cineteca di Bologna).
Per contrastare il dissesto idrogeologico, nel corso del Novecento sono state realizzate numerose opere di bonifica montana al fine di stabilizzare i terreni, ridurre l’erosione, regolare il deflusso delle acque meteoriche. Ad esempio: rimboschimenti di pendii degradati per trattenere il terreno con gli apparati radicali e aumentare l’infiltrazione dell’acqua; costruzione di briglie nei torrenti montani per rallentare la velocità dell’acqua e trattenere i sedimenti; opere di drenaggio per ridurre l’acqua all’interno dei versanti; terrazzamenti e sistemazioni agrarie; consolidamento delle scarpate stradali.
Negli ultimi decenni, lo spopolamento dell’Appennino e il conseguente venir meno di opere tradizionali di manutenzione del territorio, ha reso ancor più fondamentale il ruolo dei consorzi di bonifica nel creare una rete capillare di opere di consolidamento e controllo delle acque.
Appennino faentino (RA): lavori di protezione dall’erosione delle sponde e del fondo di una canalizzazione tramite fascine, 1930 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Lavori di dissodamento delle creste calanchive tramite cariche esplosive nel territorio del comune di Brisighella (RA), 1932 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Rimboschimento delle pendici dell’Appennino faentino tra le due guerre mondiali (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Lavori di bonifica montana e consolidamento idraulico-forestale in area forlivese tra le due guerre mondiali: realizzazione di una briglia in pietrame (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna).
Lavori di sgombero a seguito della frana avvenuta lungo la strada Brisighella-Marradi all’altezza di S. Eufemia (RA) dopo le piogge del maggio 1939 (foto del 4 giugno 1939, Archivio fotografico Pietro Zangheri).
Lavori di sgombero dei terreni franati sulla linea ferroviaria Faenza-Firenze presso San Cassiano a seguito delle piogge intensi avvenuti nel mese di maggio del 1939 (Archivio del Consorzio di Bonifica della Romagna occidentale).
Più volte la storia dell’Emilia-Romagna è stata segnata da mareggiate, per via della natura della sua costa: un litorale lungo circa 130 km, basso e sabbioso, con quote altimetriche spesso molto vicine al livello del mare, particolarmente esposto ai venti di scirocco e bora che spingono l’acqua verso l’alto Adriatico.
Uno degli eventi più gravi del Novecento fu quello contestuale all’alluvione del novembre 1966 che colpì vaste aree del centro-nord Italia: l’eccezionale combinazione di vento, onde e innalzamento del livello del mare, infatti, provocò fenomeni di inondazione costiera e danni diffusi lungo il litorale.
Particolarmente violenta fu anche la mareggiata del 22 dicembre 1979, che causò una vittima (un automobilista rimasto bloccato dall’acqua e colto da infarto) e accese ulteriormente il dibattito sulla subsidenza del territorio ravennate. Molti tecnici evidenziarono che l’abbassamento del suolo aveva aggravato gli effetti dell’evento rispetto alla precedente mareggiata del 1966.
Per difendersi dalle mareggiate, l’Emilia-Romagna ha sviluppato uno dei sistemi di gestione costiera più articolati d’Italia. A partire dagli anni ’60, e soprattutto dopo le grandi mareggiate del 1966 e del 1979, furono costruite centinaia di opere di difesa (scogliere frangiflutti, argini, barriere di protezione…). Dagli anni ’80 si sono privilegiate le cosiddette difese morbide: il metodo principale consiste nel prelevare sabbia da depositi sottomarini, trasportarla sulle spiagge in erosione, ricostruire l’arenile che funge da barriera naturale contro le mareggiate.
Inoltre, negli ultimi decenni si è investito molto nella prevenzione: catalogazione delle mareggiate storiche; monitoraggio continuo delle spiagge.
Per quanto riguarda, invece, la subsidenza, essa costituisce uno dei fenomeni geologici più importanti in Emilia-Romagna perché interessa gran parte della pianura e soprattutto la fascia costiera, aumentando il rischio di allagamenti, erosione delle spiagge e ingressione marina. Le cause sono sia naturali (processi geologici in corso da migliaia di anni), sia antropiche (soprattutto prelievo di acqua e gas dal sottosuolo). Storicamente la situazione più critica si è registrata nell’area di Ravenna, dove l’estrazione di metano e le captazioni d’acqua hanno accelerato il fenomeno nel secondo dopoguerra. Successivamente, grazie alla riduzione dei prelievi di acqua e gas, il fenomeno è diminuito, ma non scomparso. Per controllarne l’andamento, la Regione ha istituito una apposita rete di monitoraggio nel 1983.
Effetti disastrosi delle mareggiate a Rimini durante l’alluvione del novembre 1966, con cedimento di parte del piano stradale e del marciapiede (Archivio Davide Minghini, Biblioteca civica Gambalunga - Rimini).
Strutture balneari del litorale riminese allagate a causa di mareggiate e acqua alta nel 1966 (Archivio Davide Minghini, Biblioteca civica Gambalunga - Rimini).
Lido di Classe (RA): danni causati dalla mareggiata del 1976 (Biblioteca Classense - Ravenna).
Lido Adriano (RA): allagamento di una strada a seguito della mareggiata del 1976 (Biblioteca Classense - Ravenna).
Costruzione di un dosso a difesa della pineta di S. Vitale (RA), 27 agosto 1979 (Biblioteca Classense - Ravenna).
Ravenna: via di Roma, di fronte alla Basilica di Santa Maria in Porto, completamente allagata (Biblioteca Classense - Ravenna).
Casi di alluvioni ci sono sempre stati in Emilia-Romagna, ma negli ultimi 30 anni le evidenze suggeriscono che gli episodi di precipitazione estrema stanno diventando sempre più frequenti e intensi, aumentando il rischio alluvionale. Non a caso, ARPAE Emilia-Romagna ha definito la regione come un
“hotspot climatico” e ha inquadrato il 2023 e il 2024 come anni caratterizzati da eventi estremi eccezionali.
Il 2023 è stato l’anno più caldo della serie storica regionale dal 1961 e ha visto precipitazioni di intensità straordinaria, culminate nell’alluvione di maggio. Anche il 2024 ha registrato nuovi record climatici regionali e ulteriori alluvioni. Al riguardo, il maggio 2023 resta l’evento più esteso e distruttivo: tra il 1° e il 17 maggio 2023 due intense ondate di maltempo colpirono la regione, esondarono 23 fiumi, circa 540 km di territorio furono allagati, furono censite oltre 65.000 frane. Nel settembre 2024, la Romagna fu nuovamente colpita da precipitazioni eccezionali. In alcune zone del Ravennate furono registrati fino a 360 mm di pioggia in 48 ore. Le piogge provocarono esondazioni, tracimazioni, rotture arginali e nuove frane. Tra il 17 e il 20 ottobre 2024 un secondo episodio colpì soprattutto il Bolognese, con precipitazioni fino a 180 mm in 24 ore. Anche questo evento causò allagamenti, frane e ulteriori rotture arginali.
San Martino in Argine (BO) nel maggio del 2023 dopo che l’alluvione ha distrutto il ponte che collegava le due sponde (autore della foto: Cesare Barillà).
Un’operazione di salvataggio durante l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023 (autore della foto: Gabriele Dibiase).
Danni subiti dalla Biblioteca comunale “Loris Ricci Garotti” di Sant’Agata sul Santerno (RA) a causa dell’alluvione del maggio 2023 (foto di Anna Gasperoni).
Studentesse e studenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) (foto di Andrea Moroni).
Studentesse e studenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) lavorano all’interno della biblioteca comunale di Lugo (RA) danneggiata dall’alluvione del 2023 (foto di Andrea Moroni).
Studentesse e studenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) nella biblioteca comunale di Lugo (RA) danneggiata dall’alluvione del 2023 (foto di Andrea Moroni).