Mélanie Plouviez, Editions La Decouverte, 2025
Dagli anni '70, le disuguaglianze patrimoniali non smettono di aumentare. L'eredità ne è in gran parte responsabile: un piccolo numero di persone eredita oggi da molte, mentre la maggioranza eredita da poche. È giusto che il nostro destino sia determinato dalla fortuna - o dalla sfortuna - dei nostri genitori? È efficace che la ricchezza si trasmetta ereditariamente? Queste vecchie domande sono di nuovo di attualità.
Da qui l'importanza di questo libro che riesuma i pensieri dimenticati del passato, dalla Rivoluzione francese fino al XX secolo. Pensieri dimenticati ma luminosi che pongono domande essenziali. L'eredità è scontata? E, se non è così, cosa pensare al suo posto? Nel XIX secolo, la questione dell'eredità era sulla bocca di tutti. Studiata, interrogata, contestata, la trasmissione familiare del patrimonio era oggetto di molteplici progetti di riforma o di trasformazione radicale.
Alcuni, come Merlino di Douai, di Mirabeau, di Robespierre, di Agier, di Fichte, dei saint-simoniani o ancora di Durkheim, hanno capito che questa istituzione poteva essere rivoltata contro se stessa. L'eredità, invece di diffondere la disuguaglianza di generazione in generazione, non potrebbe diventare uno strumento di giustizia sociale?
Grazie a questa appassionante indagine filosofica, Mélanie Plouviez ci invita a trarre per oggi le lezioni da queste riflessioni sepolte. Perché è urgente, insiste, ripensare l'articolazione tra la proprietà privata e l'interesse generale.