Recensione di Alessandro Malvezzi
Individuo e destino. La Germania e i suoi filosofi tra le due guerre è l’ultimo libro di Stefano Poggi, uscito nel 2025 per Il Mulino. Si propone di esporre – il titolo è eloquente – il cammino filosofico compiuto dalla Germania nel suo «trentennio fatale» (p. 11) dal 1910 al 1940 con speciale attenzione al tema del destino e del rapporto che con esso ha l’individuo. Non è un caso, questo emerge dalla prima all’ultima pagina, che il destino sia posto al centro dell’esposizione. Il percorso travagliato che porta la nazione tedesca dalla sconfitta nel primo conflitto mondiale al nazismo e all’alba della seconda ha avuto il suo peso significativo sulla sua coscienza e sulla sua filosofia. La filosofia tedesca si trova a dover rispondere a – o quantomeno affrontare – la crisi di senso data dal crollo del breve esperimento imperiale, dall’avvento dell’uomo moderno, dall’orrore della guerra e dalla volontà di rivalsa di quella Germania conservatrice e bellicista che non è morta nel 1918 ma neanche – perlomeno nei filosofi trattati – si è appiattita semplicemente sul nazismo.
Poggi propone una importante serie di autori che spaziano anche al di fuori della filosofia in senso stretto per delineare il profilo intellettuale di un’epoca complessa. La sua operazione, in questo senso, è riuscita: il tema del destino si delinea come punto di riferimento per rivolgersi a un dibattito vivo e diversificato, che nella sua ampiezza fa emergere i temi e i volti ricorrenti che lo hanno segnato. Kierkegaard e Nietzsche, in particolare, si ripresentano più e più volte come degli interlocutori fertili per la filosofia – e, particolarmente il primo, la teologia – dell’interguerra. Si tratta di due autori molto diversi tra loro e atipici rispetto alla tradizione dell’idealismo classico, ma per Poggi condividono il «basso di fondo» (p. 9) della filosofia tedesca da Kant alla prima metà del Novecento. Il tema del destino apre e implica una serie di questioni che sono toccate da più autori: la colpa, la libertà, il senso della storia, la necessità, la natura tragica della vita dell’uomo. Relativamente a questi temi Kierkegaard e Nietzsche risultano un valido supporto per i protagonisti di Individuo e destino, e uno dei pregi del libro è esattamente ricostruire le influenze della cultura di quel tempo. L’operazione passa dall’esame dei traumi storici del trentennio preso in esame, fino ai filosofi su cui questa cultura poggia e ai veri e propri topos che la impegnano, tra tutti la tragedia greca.
Individuo e destino si articola in sei capitoli che approfondiscono diverse prospettive, restituendo nel complesso un quadro organico. Forse la naturale conseguenza dell’idea di destino e del ruolo del singolo rispetto a esso è la colpa. Attorno al tema si sviluppa il primo capitolo, intitolato «La colpa, la tragedia, la storia». Vediamo come in Simmel la vita abbia una duplice valenza, in bilico tra «il fine che la vita ha per chi la vive» e «la causalità naturale» (p. 16). Nel momento in cui rifiutiamo che questo rapporto sia governato dal caso si apre lo spazio del destino e l’uomo diventa responsabile. Da questa responsabilità la colpa nasce inevitabilmente e porta con sé la punizione. In questo senso si apre il confronto con la tragedia greca e la figura dell’eroe tragico, ma nel tempo moderno il destino tragico non viene più – secondo Dilthey – dall’esterno, dalla giustizia divina, essendo invece il frutto «di una serie di cause alla cui origine si trovano solo le forze dell’uomo» (p. 24). Questo porre al centro la responsabilità dell’uomo per il suo destino è un vero leitmotiv della riflessione tedesca sul destino per come viene esposta da Poggi, e in più punti l’autore lo riprende (non solo) come punto di rottura tra il mondo greco e il mondo occidentale. Si sente, in questo pensiero, la presenza dello smantellamento della metafisica e la volontà di potenza evocata da Nietzsche. Attraverso Bloch e Lukács la riflessione sul tragico si estende al campo della storia e al suo senso, caratterizzato dal contrasto tra necessità e arbitrio. La storia è allora simbolo per eccellenza del destino.
Sempre sulla dimensione storica si svolge il capitolo «Il tempo, il fato, l’occidente», che segue principalmente la controversa opera di Spengler Il tramonto dell’Occidente (1918). Il successo dell’opera è strettamente legato al contesto in cui si colloca – la fine della Prima guerra mondiale –e alla domanda spaventosa che pone: come dare un senso al destino dell’Occidente? Il clima di scoraggiamento per il fato della Germania è da Spengler esteso all’intera civiltà occidentale e l’individuo non può nulla di fronte a esso. Secondo Spengler ogni civiltà ha il suo destino, destino che viene decisamente contrapposto alla causalità. La contraddizione tra destinale e casuale appare irrisolvibile sincronicamente, ma diacronicamente è il divenire a rendere possibile ciò che è divenuto. Il nodo del destino si scioglie in una prospettiva diacronica e la causalità si presenta come «un destino irrigidito dalle forme dell’intelletto» (p. 34). Poggi dà spazio nel capitolo anche ai critici di Spengler con particolare attenzione alle riflessioni di Thomas Mann, ma è innegabile che anche tra chi critica Spengler si insinui l’idea del destino come impressione primitiva che tocca l’individuo nella sua prospettiva temporale. Persino nel campo della filosofia della religione Spengler lascia la sua impronta. Poggi nota che, come il destino di Spengler, l’esperienza religiosa in Rudolf Otto è espressione della profondità interiore, tenendo a ogni modo conto di come nel pensiero religioso monoteistico non si possa dare il ruolo decisivo alla coscienza dell’individuo.
È invece Kierkegaard a essere il protagonista del terzo capitolo «L’angoscia e la vertigine della libertà». Il lavoro del filosofo danese è entrato pienamente a far parte del dibattito tedesco del primo dopoguerra. Stefano Poggi fornisce allora una illustrazione dei contributi più consonanti al modo in cui il problema del destino sarà affrontato in quel contesto. Ciò che il capitolo vuole fare emergere è come la centralità dell’individuo e dell’interiorità nel pensiero di Kierkegaard leghino indissolubilmente il destino all’angoscia. La necessità è vissuta come un qualcosa di arbitrario, esterno e terribile finché non si compie il salto nella fede e – posto al centro «l’individuo forte della fede nell’interiorità del suo spirito» (p. 54), in modo tale che il nesso tra destino e angoscia è rescisso – si apre la strada alla provvidenza. Nemmeno il genio romantico che spinge l’uomo alla sua tensione estrema (è rilevata da Poggi l’influenza che questa concezione ha avuto sullo Jaspers delle situazioni limite) può scampare al proprio fato.
In «Rivelazione e redenzione» ci troviamo di fronte a uno sviluppo di questi temi kierkegaardiani per mano – in prima battuta – di Rosenzweig. Di nuovo risultano centrali la religione e il tempo del destino, in quanto il concetto chiave è la rivelazione come momento in cui la potenza di Dio si condensa in un destino – una «moira di Dio» (p. 64) che però risiede nel piano dell’eterno, aprendo il problema del tempo della rivelazione. Rosenzweig si confronta anche con la mistica, la «visione del volto divino» (p. 68) che pronuncia il destino dell’uomo, distinto dalla necessità esterna e cieca – il demoniaco già nominato da Kierkegaard – del mondo greco. Il daimon è ciò che ci dà identità, ciò a cui chiudendoci in noi stessi ci consegniamo come nostro fato e che può essere altro che un destino cieco solo aprendoci all’amore di Dio nell’attimo, nell’ora fatale in cui si rivela la visione d’insieme cancellando ciò che l’ha preceduta. Anche Benjamin si interroga sulla «convinzione che l’esistenza dell’uomo sia nelle mani di un’entità superiore» (p. 70). Tornando alla tragedia, l’eroe per Benjamin non può infrangere il proprio destino e il suo esito infelice; egli può ottenere vittoria contro il demoniaco solo rendendosi consapevole della propria non colpevolezza. La colpa, per Benjamin, non è legata all’individuo – che paradossalmente non ha destino in senso stretto – ma alla vita nella sua interezza. In questa prospettiva il destino non è propriamente temporale e l’esperienza religiosa passa dal timore del daimon al riconoscimento della natura eterna e trascendente del theon. Qui Poggi introduce Tillich e Hirsch, che continuano ad affrontare l’esperienza demoniaca del totalmente altro ponendo al centro l’individuo. Tillich vede l’individuo come essenza della storia, palcoscenico della redenzione verso la «pienezza dei tempi» (p. 83), in quanto può svincolarsi da ogni determinazione e scegliere liberamente nonostante l’irruzione del demoniaco. Hirsch vede nella presa di consapevolezza luterana la chiave per essere padroni del proprio destino. Resta però aperta una domanda inquietante: se è l’amore di Dio a sollevarci dalla colpa originaria sovra-individuale, che spazio resta per la libertà? Per una risposta è evocato Karl Barth: nella sua prospettiva la religione non è una scorciatoia per uscire dalla colpa, ci indirizza invece al suo cuore, «ci fa toccare con mano cosa significhi potersi affidare alla “guida divina”» (p. 91).
La riflessione sul tempo e sulla mistica ricompare anche nel quinto capitolo, «Le cose ultime, l’esserci e l’eterno ritorno dell’uguale». Confrontandosi con Kierkegaard e le epistole di san Paolo, Bultmann e Schweitzer affrontano il problema della relazione tra l’eterno e il temporale. Mentre il primo vede questa contraddizione come inconciliabile in una mistica il cui Dio siede «al di là del mondo e della storia» (da Bultmann 1920, p. 97), Schweitzer propone, invece di una mistica di Dio, una mistica di Cristo, del Dio che entra nel tempo degli uomini. L’eterno è vissuto nel momento presente, il temporale e l’eterno si incrociano così in Cristo. Poggi rileva come anche Heidegger, che si era a sua volta interessato alle lettere paoline, si ponga su questa direttiva. Il problema centrale è la collocazione della nostra esistenza nella storia, questo nonostante il vero presente sia altro che un punto sulla linea degli eventi, ma un’estasi nel senso letterale di stare al di fuori di questi. Paradossalmente, la concezione del tempo ci viene dall’attimo in cui nulla accade, ma che ci apre all’«“incontro” con ciò in cui il nostro essere è coinvolto e che è destinato a darsi “in un dato tempo”» (p. 102). Torna anche, in Heidegger, la questione della colpa di fronte alla scelta: il destino per Heidegger è la gamma di possibilità rispetto alla quale non possiamo evitare di scegliere ed escludere. Ritroviamo in gioco in questo capitolo anche Nietzsche, centrale nella questione dell’individualità, e oggetto di un dibattito a più voci che passa per Löwith, Bäumler e Jaspers. Da Nietzsche sono tratti due concetti fondamentali: la volontà di potenza e l’eterno ritorno. Se per Bäumler la volontà di potenza è quell’«unità della vita» (p. 109) che fa da fondamento e giustificazione alla vita stessa, e deve quindi avere una posizione centrale, Löwith pone diversamente la questione. L’eterno ritorno non è subordinato alla volontà di potenza, questo elimina le prospettive di un eterno divenire sostituendovi un eterno essere, è il fondamento dell’amor fati di Nietzsche che è la chiave per intendere il destino. Se è la volontà di potenza a tenere la posizione cruciale, lo spazio dell’individualità si chiude, ma se l’amor fati è preso sul serio questo è la presa di coscienza della possibilità di riappropriarsi del casuale tramite la nostra volontà. Per Jaspers l’eterno ritorno è l’unità del fato, che tiene insieme il caos, la legge, lo scopo. Il risultato non è un fatalismo passivo, ma la libera volontà che si confronta con la consapevolezza di non poter mettere mano al destino.
Individuo e destino si conclude con il capitolo «Il tragico fascino del necessario», un ultimo tassello complesso e autenticamente corale. Vi prendono parte Junger, Schmitt, Tillich, Adorno, Heidegger, Lipps e Gehlen, nel tracciare il profilo di una nazione che si interroga sul proprio destino nei momenti carichi di tensione e mutamento che precedono l’inizio della Seconda guerra mondiale, su quale sia il rapporto tra il destino sovra-personale della nazione o la dura necessità naturale da un lato e l’individuo dall’altro. Relativamente a molti autori trattati nel capitolo, Poggi giustappone questa domanda alle relazioni che gli stessi ebbero con il nazismo, scelta che mi sembra mettere in luce la vera centralità del rapporto tra individuo e destino nella società tedesca di inizio Novecento: lo spazio d’azione dell’uomo nella tragedia individuale e collettiva della storia, nel confronto con ciò che è fuori di lui. Dalla declinazione nazionale e tragica del destino data da Junger, all’unione tra politica e destino in Schmitt, alla ricerca del senso del destino e della storia nell’attesa di Tillich fino al Kierkegaard di Adorno, teso tra la storia e il soggetto, e all’uomo di Gehlen, che per far fronte alla propria debolezza si proietta nel futuro e si disciplina nell’istituzione, da questo capitolo emerge il peso della sfida veramente storica che ha gravato sulle spalle dello spirito tedesco. È una nazione che appena nata esce dalla disastrosa sconfitta della Prima guerra mondiale per poi vedere la propria società sconvolta dal rapido mutamento dei tempi, e che si troverà, tra le braccia della reazione nazista, ad affrontare il conflitto tra il bagaglio filosofico dell’idealismo classico e la nuova luce in cui affiorano le idee di stato, storia e nazione. Non è un caso che attraverso il libro emerga più e più volte la questione della storia, non solo come problema strettamente filosofico che coinvolge l’individuo e il tempo, ma anche in relazione spesso diretta con il destino storico della Germania e dell’Occidente. Il ritratto filosofico di questo periodo drammatico è reso in modo complesso ma organico e profondo da Poggi, ed è ciò che veramente rende Individuo e destino meritevole di essere letto soprattutto da chi è già familiare con il contesto e gli autori trattati.
Se il libro ha un difetto è proprio la sua densità. Il numero degli autori affrontati nello spazio di meno di duecento pagine è veramente elevato e non sempre l’autore si sofferma su passaggi che, soprattutto per chi non ha già dimestichezza con i temi trattati, possono risultare labirintici. Gli stessi nessi tra le tematiche (e i filosofi) prese in causa non sono spesso esplicitati chiaramente e occorre una lettura attenta per farli emergere nella loro profondità. Per un pubblico adatto e disposto a considerare l’opera non come un’antologia di prospettive, ma come un contributo da affrontare “tutto assieme” sullo spirito sfaccettato di una fase veramente affascinante della storia della filosofia, Individuo e destino è certamente una risorsa degna di attenzione.
Alessandro Malvezzi ha conseguito la maturità classica e attualmente è studente di filosofia all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Si occupa di filosofia politica e filosofia della storia, affrontando in particolare Marx, Gramsci e Labriola.