Recensione di Sarah Calderoni
Il libro nasce come un dialogo condotto a distanza tra gli anni 1983 e 1984, Guattari scrive da Parigi e Negri dal carcere di Rebibbia. È composto da sei sezioni e tre appendici, l’ultima delle quali riproduce la Postfazione di Toni Negri scritta per l’edizione americana del libro nel 1990.
La prima sezione si intitola Chiamiamo comunismo… e pone in evidenza la tesi che i due autori sostengono: il comunismo non è un obiettivo lontano e non conduce a un modello ideologico predefinito, al contrario è definito come l’insieme delle singolarità che agiscono per la propria liberazione. Risulta essere un processo vivo, che vuole rompere le catene del comando capitalistico.
Le forze politiche tradizionali non rispondono a questa esigenza, il socialismo è visto come incapace di rispondere ai cambiamenti del capitale moderno e le organizzazioni socialiste sono diventate complici di quelle capitalistiche, unendo così le forze per ridurre il pianeta a essere una macchina schiavizzata.
I due autori propongono un atto trasformativo: la libertà sociale non deve dipendere da una sorta di concessione, ma derivare da uno spazio costruito mediante la creazione e la cooperazione di nuove forme di vita. Il processo comunista intende valorizzare le differenze singolari e rifiuta l’omologazione dell’individuo inserito all’interno di una massa indistinta. La rivoluzione non deve segnare un evento unico, al contrario traccia il principio di una diffusione capillare di nuovi spazi di libertà, garantendo una ripresa del controllo sulla comunicazione e sulla cultura, e slegando ogni rete dalla logica del profitto capitalista.
La rivoluzione è cominciata nel ’68 è il titolo della seconda sezione. Il 1968 viene letto come l’atto di nascita di una rinnovata forma di soggettività, per poter interpretare la politica in maniera nuova. Da questo momento, la politica non riguarda unicamente le riforme economiche, ma il corpo, il linguaggio e la qualità della vita, dando così inizio alla micro-politica. Inizialmente il ’68 è riuscito a liberare un’enorme potenza, poiché rompendo i limiti delle classi sociali e delle identità fisse – studente, operaio, folle – ha creato una moltitudine di singolarità richiedenti autonomia; ma d’altra parte il capitalismo è riuscito a rispondere a questa sfida, riprendendo le idee del ’68, le quali sostenevano la creatività e l’autonomia trasformandole in nuovi strumenti di controllo e profitto.
Le linee di fuga sviluppatesi con i movimenti del ’68 sono state riportate all’ordine dallo Stato, che ha tentato di riportare uno stato di ordine mediante un controllo rigido dei movimenti sociali e identitari. I partiti tradizionali avevano perso la capacità di rappresentare la complessità delle singolarità emergenti, per questo motivo tra il livello sociale delle persone e la costruzione gerarchico-verticale della politica il distacco è insanabile. Le nuove soggettività desiderano agire in maniera diretta, per questo motivo la nuova rivoluzione necessita di una trasversalità che attraversi gli strati della società grazie alla cooperazione sociale, bypassando la mediazione di un singolo leader. La rivoluzione avvenuta nel 1968 ha avviato un processo molecolare che ha permesso di scavare al di sotto della superficie della società contemporanea.
La terza sezione viene intitolata dagli autori La reazione degli anni ’70: “no future”, ed evidenziano come il processo rivoluzionario del ’68 si sia scontrato con la risposta violenta e sistematica da parte dello Stato di comando capitalistico. Per sopravvivere agli scontri, il capitalismo di questi anni ha cambiato volto: viene attuato un inasprimento delle gerarchie e un aumento repressivo contro quelle linee di fuga che consentono autonomia e l’avvento di nuove soggettività. La ristrutturazione capitalistica non è scientifica, ma essenzialmente repressiva (p.40), e si basa su due punti fondamentali: il tempo del capitale e la sensazione di terrore. Il primo consiste nella capacità di tradurre ogni momento della vita in termini di scambio con l’urgenza delle operazioni di quantificazione economica, il secondo invece riguarda la capacità di annientamento di tutti gli individui che rifiutano di piegarsi. Tutto è costruito per poter controllare i tempi singolari della vita. Alle nuove soggettività, il Capitale risponde con l’affermazione “no future”, e costringono lo Stato a ricostruirsi unicamente sul terrore.
Con l’emergere del CMI (Capitalismo Mondiale Integrato) si comprende come il capitalismo non sia solamente il risultato di una somma di economie nazionali, ma indica la presenza di un sistema globale interconnesso che supera i confini, poiché si organizza su scala mondiale per neutralizzare le resistenze e gestisce anche la vita, perché si inserisce in ogni aspetto dell’esistenza individuale e sociale. La crisi economica e sociale degli anni ’70 è stata utilizzata per imporre l’austerità come necessità e per creare un clima di insicurezza che spinge le persone a cercare protezione unicamente nello Stato rifiutando ogni desiderio di libertà. La ricchezza non nasce esclusivamente dal lavoro manuale operaio, ma anche grazie alla comunicazione e alla cooperazione, quindi non si controlla solo il singolo lavoratore, ma il sociale nel suo insieme.
La quarta sezione viene intitolata dagli autori La rivoluzione continua e adottano questo titolo proprio perché spiegano che gli avvenimenti del ’68 non siano assolutamente stati messi da parte durante gli anni ’80, nonostante la cupa reazione del decennio precedente. La rivoluzione infatti non è un evento limitato, ma rappresenta una mutazione della soggettività; quindi la volontà degli individui è cambiata e permane il desiderio di poter avere una vita diversa. Attraverso questo movimento multicefalo le istanze di liberazione possono rivelarsi capaci di investire l’intero spettro della produzione, e la rivoluzione continua mediante la creazione di singolarità. Ogni movimento minoritario, come ogni autonomia, farà corpo con un aspetto del reale per esaltarne le dimensioni liberatorie singolari, rompendo man mano lo schema di sfruttamento che il capitale impone come realtà dominante (p.58). Compiendo questo processo il CMI perde il controllo verso la creatività.
Ciascun periodo storico è caratterizzato da poli élitari e di spinte di autoesaltazione che si sviluppano a scapito degli interessi dei movimenti che vogliono rappresentare. La frustrazione si è riversata all’interno dei movimenti di liberazione degli anni ‘70, aprendo così la possibilità allo Stato di dare sfoggio alla propria forza, adottando misure drastiche di controllo e repressione. Il CMI ha creato una guerra civile con mezzi di guerra psicologica e informatica adeguando le proprie strategie politiche. Guattari e Negri vogliono ricostruire il movimento senza il tradizionale corpo morto, essi vogliono reinventare un corpo vivente.
Nell’ultima parte di questa sezione gli autori parlano di una nuova politica rivoluzionaria. La lotta per la ricomposizione dei movimenti viene valorizzata in quanto processo di autoproduzione e autovalorizzazione al livello più alto della soggettivazione collettiva. Fondare un’altra politica significa utilizzare delle forze sociali all’interno di campi di applicazione illimitatamente aperti, queste forze dipendono dai valori che si vogliono promuovere e dal mondo che si vuole costruire. Questi anni sono composti da fasi in movimento che costituiscono una alternativa ai progetti fallimentari precedenti. Una lotta rivoluzionaria positiva degli anni ’70 riguarda il campo dell’antinucleare e l’essere contrari alla distruzione della biosfera umana. La visione ecologista ha dimostrato che un nuovo stile di azione fosse possibile.
La ricomposizione delle soggettività rivoluzionarie ha permesso la nascita delle lotte per la pace, che percorrono il territorio nemico. Queste lotte sono lotte per una democrazia, dove la libertà degli individui è garantita e dove lo sviluppo economico troverebbe una legittimazione nella comunità.
La nuova alleanza è il titolo della quinta sezione e continua a muoversi attorno alla critica radicale delle strutture sociali e politiche contemporanee. Il leninismo o l’anarchismo oggi sono fantasmi di sconfitta (p.73), incapaci di rispondere alle continue trasformazioni della società contemporanea. I due autori insistono nell’affermare che le trasformazioni sociali richiedono nuove forme di aggregazione molecolare, basate su processi diffusi e singolarità. Entrambi insistono sul rifiutare tutto ciò che ripete i modelli costitutivi dell’alienazione rappresentativa, ossia quei meccanismi attraverso cui il potere si concentra e si separa dalla reale vita dei soggetti. I sistemi politici tradizionali funzionano ancora secondo le obsolete logiche di centralismo e di separazione dei poteri; la nuova società deve superare queste forme per aprire la strada a modelli più cooperativi e non gerarchici.
La trasformazione della produzione sociale ha evidenziato l’impossibilità nel continuare a ragionare in termini di valore da riappropriare, per questo il comando capitalistico ora si sviluppa in presa diretta e antagonista con le singolarità libere e diffuse. È essenziale la nascita di un’intelligenza sociale diffusa, che si articoli in plurime reti cooperative, che permetta la riuscita di una neutralizzazione attiva del potere capitalistico.
è necessario regolare la coesistenza di dimensioni ideologiche multiple e sviluppare un’analisi e un confronto che si sforzino di evitare che le differenze specifiche degenerino in divisioni mute e passive. Bisogna costruire macchine di lotta, ossia dei dispositivi organizzativi aperti, capaci di adattarsi alle singolarità e di moltiplicare le forme di partecipazione. La trasformazione sociale nasce da pratiche aperte e non da prefissati modelli ideologici. Guattari e Negri affermano che solo la soggettività impegnata in processi di produzione singolari può rompere i codici e le norme della produzione soggettiva del CMI, ed è solo seguendo questa direzione che la democrazia può essere rifondata. Il problema consiste nell’inventare un sistema di coinvolgimento multivalente delle forze sociali, che sia capace di articolare nuove forze soggettive e di rompere i blocchi di potere capitalistici.
Nuove linee di alleanza nasceranno; il compito principale consiste nel riunificare le componenti tradizionali della lotta di classe contro lo sfruttamento con i nuovi movimenti di liberazione e progettualità comunista (p. 86).
La sesta sezione, Pensare e vivere altrimenti. Proposte, si sofferma sulle forme attraverso cui le speranze collettive vengono vissute e rilanciate. Negri e Guattari descrivono un fenomeno sociale composto di sterilità politica, sottolineando come questo sistema rappresenti il modo con cui le soggettività vivono la delusione delle proprie aspirazioni, soprattutto quelle legate al sogno operaio-nazionale. Tuttavia le speranze devono essere recuperate e considerate come segnali della sensibilità collettiva. Il testo vuole generare l’immagine di un movimento liberato dalle programmazioni rigide del capitalismo, che ha ritrovato la propria potenza espressiva e la capacità di far emergere nuove soggettività rivoluzionarie.
Successivamente viene approfondita la tematica riguardante la trasformazione del lavoro e della soggettività: lo sviluppo delle tecniche, integrato alla massa sociale, ha modificato in maniera radicale il campo del lavoro produttivo. A partire dal contesto che vede protagoniste la disarticolazione della forza espansiva del proletariato e la radicalizzazione della giornata di lavoro, nasce la prospettiva che invita la classe operaia a rinunciare alla propria autosufficienza: la vera forza è presente nella capacità di riconoscere la pluralità di nuove linee di alleanza.
I due autori indicano cinque compiti che attendono i movimenti futuri: la ridefinizione concreta del salariato; l’assunzione del controllo e la liberazione del tempo della giornata di lavoro; una lotta permanente contro le funzioni repressive dello Stato; la costruzione della pace; e l’organizzazione di macchine di lotta capaci di assumersi questi compiti (p.99). Questi sono “diagrammatizzati” da tre proposizioni distinte che consistono nel contribuire al riorientamento delle linee di alleanza del proletariato secondo l’asse Nord-Sud; nel conquistare e inventare nuovi territori di desiderio e di azione politica demarcati rispetto allo Stato e al CMI; lottare contro la guerra e lavorare alla costruzione del movimento rivoluzionario del proletariato per la pace.
Seguono poi le Appendici. La prima, intitolata da Guattari La libertà in Europa, evidenzia come in Occidente i cittadini siano abituati al fatto che nei paesi dell’Est e del Terzo Mondo i diritti dipendano dalle forze politiche che controllano lo Stato, ma non si rendono conto che in verità l’Occidente stesso è minacciato dalle stesse forze. Il filosofo francese sostiene che sia indispensabile ridefinire la giustizia e le sue articolazioni con un ambiente democratico; si necessitano interventi specifici nei casi concreti di violazioni dei diritti e della libertà, e un’attività di ampio respiro, in collegamento con gruppi di avvocati, magistrati, assistenti sociali… per sviluppare forme alternative di sistema giudiziario (p.106).
La seconda appendice riporta la Lettera archeologica scritta da Negri a Guattari, che riflette sul rapporto tra potere, sapere e liberazione, mostrando come ogni trasformazione sociale richieda la rottura dei dispositivi che imprigionano i soggetti. È necessaria la distruzione delle totalità dominanti per permettere l’emergere di nuove forme di organizzazione e soggettività. Negri ripercorre le esperienze e i movimenti storici che hanno incarnato questa rottura, sottolineando l’importanza della solidarietà e insiste sul ruolo del dubbio e dell’azione come forze capaci di legare sapere e potere in modo non oppressivo.
La terza e ultima appendice consiste nella Postfazione all’edizione americana del volume, uscita nel 1990, che riflette sulla caduta del socialismo reale e sulle rivolte dell’Est come segnali di una trasformazione globale che coinvolge lavoro, democrazia e cooperazione. I temi principali riguardano la soggettivazione rivoluzionaria, la critica alla tirannia capitalistica, e il ruolo dei produttori sociali. Il volume si chiude con un invito alla rinascita spirituale e politica, vista come processo irreversibile.
Questo testo fornisce una prospettiva aggiuntiva allo studio dei processi di trasformazione politica e sociale e permette di comprendere come mutano le forme della soggettività e dell’organizzazione collettiva all’interno delle crisi del capitalismo e del socialismo.
Sarah Calderoni (2002), è studentessa magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bologna. Ha conseguito la laurea triennale in Filosofia presso lo stesso ateneo con una tesi in Storia della Filosofia intitolata "Causa sui e Autopoiesi. Da Spinoza a Maturana e Varela sul rapporto mente e corpo". I suoi interessi principali vertono sulla Storia della Filosofia Moderna, Contemporanea, e la sociologia.