Guattari, "L’inconscio macchinico. Saggi di schizoanalisi"

Recensione di Sarah Calderoni

L’inconscio macchinico. Saggi di schizoanalisi di Félix Guattari è un testo volutamente non sistematico, che si presenta come un laboratorio teorico aperto in cui interventi politici, concetti e pratiche cliniche si intrecciano. Questo volume del 1979 rappresenta un punto decisivo del pensiero guattariano, dove viene criticata la psicoanalisi tradizionale in vista di nuovi modelli pensati per la soggettività, il desiderio e l’inconscio. L’inconscio macchinico si distacca volutamente dall’immagine rappresentativa dell’inconscio freudiano: non si tratta più del luogo del rimosso avente un significato latente, ma l’inconscio diventa uno spazio di produzione collettiva che è attraversato da forze politiche, sociali e semiotiche.

Guattari invita a confrontarsi con un pensiero nuovo, in movimento, che si rivela attraverso una frammentarietà e una sperimentazione necessarie per concepire forme nuove di soggettivazione. Il suo metodo si distingue per una critica alla centralità del soggetto verso una propensione all’approccio collettivo che mette in questione tutte le categorie tradizionali.

 

L’inconscio macchinico si suddivide in due parti. La prima, L’inconscio macchinico, consta di sette capitoli, la seconda parte, I ritornelli del tempo perduto, è composta da tre capitoli.

Il primo capitolo della prima parte, Logos o macchine astratte?, funge anche da introduzione. Guattari inizia chiedendosi se l’inconscio abbia ancora qualcosa da dire. Afferma che gli psicoanalisti del suo tempo propongono una struttura dell’inconscio più asettica rispetto a quella freudiana e la sua struttura viene paragonata a quella del linguaggio matematico. Il filosofo francese vede l’inconscio come un qualcosa di sempre presente attorno alla vita degli individui che si può ritrovare nei problemi del presente. L’inconscio non deve essere inteso come un qualcosa di cristallizzato, poiché è rivolto verso l’avvenire. Parlare di inconscio macchinico serve a sottolineare come questo non sia composto solo di parole e immagini, ma anche di macchinismi che lo portano a riprodurre queste parole e queste immagini. Queste macchine astratte o deterritorializzanti non si riferiscono a un tempo unico, ma a un piano di consistenza trans-spaziale e trans-temporale, così da possedere un relativo coefficiente di esistenza, e al concatenamento collettivo più deterritorializzato spetta il compito di sciogliere le stratificazioni dei concatenamenti macchinici che corrispondono loro. Le macchine astratte vengono descritte da Guattari come costituenti una materia del cambiamento, composta da elementi possibili che catalizzano connessioni e riterritorializzazioni del mondo vivente e non, quindi sottolineano il fatto che la deterritorializzazione precede l’esistenza dei territori (p.13).

Nel secondo capitolo, Uscire dalla lingua, Guattari si focalizza principalmente su pragmatica, semiotica e funzionalismo. Il funzionalismo viene messo da parte dalla linguistica generativa, poiché considerato come incapace di identificare il carattere creatore della lingua. Secondo il primo modello chomschiano gli enunciati dovevano essere trasformati partendo da strutture sintattiche profonde senza alcuna ambiguità a livello semantico, mentre i chomschiani ortodossi volevano fondare le composizioni semantiche su una sintassi matematizzata. Nessuno tra questi modelli era riuscito ad assumere consapevolezze maggiori circa le implicazioni sociali e politiche del proprio oggetto.

Guattari pensa a un modo alternativo di intendere l’edificio linguistico prediligendo una visione di esso che sia porosa e che permetta un ripiegarsi puro delle macchine linguistiche sulle strutture sociali e una formalizzazione strutturalista che recida la produzione di enunciati dai concatenamenti enunciativi collettivi. L’unità di una lingua è inseparabile dalla costituzione di una forma di potere, non si parla di un’unica lingua-madre, ma di un fenomeno di presa di potere semiotico da parte di un gruppo (p.23). Per quanto riguarda il linguaggio inserito nell’ambito dell’inconscio, si parlerà di una schizo-analisi, dove verranno riesaminate le concezioni dell’unità e dell’autonomia della lingua vista come entità sociale.  

Una cristallizzazione di potere all’interno del campo linguistico non si avrà mai, poiché il potere non riguarda solamente insiemi sociali delimitati, ma implica anche un complesso di macchine semiotiche “extra-umane”, non si ha mai a che fare con una materia amorfa. I processi reali di potere, insieme alle mutazioni macchiniche che hanno fissato una forma, sono totalmente indecomponibili, ciò significa che le macchine astratte possono essere continuamente complessificate, ma non possono essere decomposte senza perdere la loro specificità mutazionale, e per questo motivo devono essere prese in considerazione solamente nella propria integrità (p.32). Guattari analizza anche come il linguaggio possa essere utilizzato come ingranaggio di potere e produzione capitalistica: esso infatti viene visto come un insieme di concatenamenti collettivi di enunciazione e per questo il potere ha la capacità di modellarlo attraverso processi di grammaticalizzazione che servono a controllare i campi della società capitalista. Il “miracolo” del capitalismo consiste nella capacità del sistema di pilotare la lingua, tanto quella parlata quanto quella trasmessa dai media, in modo tale da rimanere sempre al passo dell’evoluzione, a livello inconscio, così da apparire un processo naturale.

All’interno del terzo capitolo, Concatenamenti di enunciazione, trasformazione e campi pragmatici, Guattari prende maggiormente in considerazione le forze sociali e le macchine astratte che precedono la formazione del senso. L’unione presente tra contenuto ed espressione non è naturale, ma è il risultato di processi complessi di componenti di semiotizzazione, soggettivazione e diagrammatizzazione. Il soggetto è il risultato di un prodotto sociale e il suo statuto è disposto di componenti eterogenee che semiotizzano le “realtà dominanti”. Inoltre, la separazione tra il soggetto dell’enunciazione e il soggetto dell’enunciato è inseparabile dall’organizzazione sociale a livello inconscio; l’io è lavorato dal socius. La produzione di significato deve essere riportata sul terreno delle micro-politiche concrete. Il motore della soggettivazione capitalistica è un desiderio deterritorializzato, che opera attraverso l’assoggettamento semiologico e l’asservimento semiotico (p.40). Queste macchine astratte e meta-stabili funzionano come particelle che non hanno né massa né energia propria e possono essere comparate alle particelle “virtualizzate” dalla teoria che conservano la propria identità solo per un tempo ridotto.

Guattari analizza poi come il sistema capitalistico utilizzi l’astrazione significante per neutralizzare il potere sovversivo della lingua. Questa astrazione si comporta così perché ha la necessità di svuotare i desideri del proprio potere creativo, riuscendo in questo modo a dominarli. A differenza dei sistemi dispotici del passato o religiosi, il capitalismo odierno non impone una verità assoluta ma pone ogni pensiero in rapporto a una norma. Ogni sistema si ritrova obbligato a passare attraverso una “mega-macchina ordinatrice” che fissa i concatenamenti di desiderio al servizio di un ordine mondiale.

Il quarto capitolo, Viseità significante, viseità diagrammatica, introduce il concetto di viseità, che non riguarda il volto biologico, ma il sistema di potere che utilizza il volto come una sorta di elemento valutativo per controllare la soggettività. Il sentimento di significazione non è meno territorializzato, infatti si incarna nelle sostanze significanti che investono i contenuti stereotipati (p.69). Guattari afferma che questa istanza della riterritorializzazione all’interno dei campi capitalistici risiede nel triangolo di viseificazione occhi-fronte-naso, che neutralizza i tratti specifici delle altre componenti semiotiche. Questo “gestalt-segno” individuato dagli psicologi funziona come un terzo occhio immanente che colloca ogni comportamento fissando il desiderio all’interno di binari precostituiti. Il senso macchinico della viseità riguarda solo una micro-politica di rinvio permanente dei contenuti alle significazioni di carattere dominante ed esistono viseità globalizzanti che inducono unicamente verso ruoli sociali dell’immaginario capitalistico e tratti di viseità singolari, ossia frammenti che riescono a sfuggire al controllo e che sono capaci di interagire con le macchine desideranti aggirando i micro-buchi neri di angoscia imposti dal sistema.

Il volto non viene più inteso come una maschera rituale, ma diventa un operatore di astrazione globale. I mass-media non trasmettono solo le informazioni, ma producono una viseità artificiale che sostituisce i vecchi territori e questo permette di rendere ogni individuo un “utente” standardizzato. Questo controllo sulla viseificazione impedisce un collasso semiotico mediante il quale si arriverebbe a un processo di desiderio libero e incoercibile. La viseità si trasforma in una “macchina di esclusione”: il volto è il risultato di una macchina che scarta chi non si adegua allo standard prescelto. Il capitalismo ha fatto sì che il volto del “Bianco” diventasse il grado zero della significazione, un uomo adulto e civilizzato. Il razzismo, secondo Guattari, scaturisce dal fatto che l’altro non possiede un volto conforme alla norma, e il bambino, il folle o lo straniero, vengono percepiti come anomalia. «Ogni minaccia contro l’ordine stabilito si proietta sulla viseità. Inversamente, ogni messa in questione della viseità è l’indice di un sovvertimento sociale potenziale» (p.87). Il sistema capitalistico ha la tendenza di rinchiudere l’inconscio e il desiderio mediante rappresentazione e ridondanza e Guattari denuncia come la realtà venga sostituita da un mondo di simulacri creati apposta per disciplinare il desiderio.

La questione del tempo e dei ritornelli è il tema principale del quinto capitolo del volume, Il tempo dei ritornelli, dove Guattari esplicita fin da subito che tanto quanto lo spazio è viseità secondo le norme sociali dominanti, anche il tempo è inserito all’interno di concatenamenti concreti di semiotizzazione. Era prassi delle società antiche di unire le componenti del canto e del rituale con quelle delle produzioni rifiutando quindi di richiamare una macchina di espressione autonoma con formazioni di potere centralizzate. Le società capitalistiche odierne, invece, sono inquietate dall’eterogeneo e prediligono un unico “puro” di riferimento, portando conseguentemente al deperimento di tutto ciò che apportava novità e unione all’interno dei concatenamenti misti di espressione. Si arriva così a una binarizzazione dei ritmi, dove i ritornelli capitalistici vengono classificati all’interno di micro-raggruppamenti incaricati di modellare il rapporto tra l’essere umano e il mondo vivente (p.103). Le componenti di passaggio quali viseità e ritornelli sono caratterizzati dal lavoro che essi compiono all’interno tanto della norma quanto della deterritorializzazione, tanto nella forma quanto nella materia. Questo permette il passaggio tra concatenamenti, poiché esse non appartengono a uno spazio o a un tempo generali, ma si realizzano in spazi e tempi particolari.

Nel sesto capitolo, Indicatori per una schizoanalisi, Guattari smonta l’idea che l’enunciazione, in quanto l’atto di parlare producendo senso, sia un fatto puramente individuale e umano. Questa infatti è sempre il risultato di concatenamenti collettivi, che uniscono elementi linguistici, sociali, tecnologici e biologici. Il soggetto rappresenta solo il punto di arrivo dei flussi che lo attraversano e precedono, quindi «il soggetto e la macchina sono indissociabili l’uno dall’altro» (p.153).

La schizo-analisi, essendo pragmatica dell’inconscio macchinico, deve evitare di scontrarsi contro un’analisi centrata sulla persona e sulla regolamentazione del comportamento e contro un’analisi centrata esclusivamente su di un materiale verbale, fondata su delle interpretazioni semiologiche dei comportamenti. Un insieme sociale non si riduce a una totalizzazione di individui, ma raggruppa anche altri flussi “non umani”, come flussi economici e materiali. La consistenza macchinica è deterritorializzante, poiché costituisce la base a partire dalla quale può formarsi una prassi trasformazionale che permette la congiunzione dei sistemi di stratificazione differenti tra loro. A permettere la connessione di ogni flusso sono i rizomi, che fanno parte del processo di diagrammatizzazione macchinica. L’obiettivo schizo-analitico comprende una liberazione della natura delle cristallizzazioni di potere che agiscono intorno a una componente di trasformazione dominante (p.171).

Il settimo e ultimo capitolo della prima parte del libro funge anche da appendice e viene intitolato da Guatttari La traversata molecolare dei segni. Qui, sotto forma di schema, vengono trattati argomenti quali: la genealogia macchinica di icone, gli indici, i codici, i sistemi di segni, e lingue e semiotiche diagrammatiche. Il timore che possedevano i linguisti di superare dei gradi nell’ordine della capacità creatrice dei concatenamenti semiotici viene superato grazie al concetto di “creatività macchinica” di un sistema, che con la sua appartenenza a un phylum macchinico e storico non dipende da sistemi di segno e codifica in quanto tali, ma da concatenamenti che articolano i sistemi mediante macchine astratte (p.189). Guattari afferma che le categorie di forma, informazione e messaggio risultano essere troppo generali e distanti dalle realtà concrete per riuscire a spiegare ciò che accade tra gli elementi semiotici di base, per questo motivo articola un nuovo tipo di “genesi” delle entità di codifica e di entità semiotiche.

 

La seconda parte de L’inconscio macchinico viene intitolata I ritornelli del tempo perduto, ed è composta di tre capitoli. Qui Guattari analizza l’opera di Proust Alla ricerca del tempo perduto, poiché la definisce una prodigiosa carta rizomatica e vuole analizzarla e studiarla come se fosse un’opera di carattere scientifico. Proust stesso, attraverso i suoi lavori, pone la sua attenzione verso una scienza dell’individuale e «tutta la sua analisi lo conduce verso il coglimento dei macchinismi astratti trans-soggettivi e trans-oggettivi, di cui egli ci fornisce una descrizione rigorosa» (p.222). Guattari studia i differenti concatenamenti delle enunciazioni presenti nel libro, descrivendone le circostanze e il contesto, provando quindi a liberare la componente micro-politica che li contraddistingue.

Sarah Calderoni (2002), è studentessa magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università di Bologna. Ha conseguito la laurea triennale in Filosofia presso lo stesso ateneo con una tesi in Storia della Filosofia intitolata Causa sui e Autopoiesi. Da Spinoza a Maturana e Varela sul rapporto mente e corpo. I suoi interessi principali vertono sulla Storia della Filosofia Moderna, Contemporanea, e la sociologia.