Floridi, "La differenza fondamentale. 'Artificial Agency': una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale"

Recensione di Efrem Trevisan

La nozione di intelligenza artificiale come nuova forma di Agency occupa un ruolo centrale nella filosofia di Luciano Floridi (2022, 2023). In La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale (Mondadori, 2025), tale nozione viene declinata non solo in ambito teoretico, ma anche in quello economico, politico e sociale. Il volume, tradotto da Massimo Durante, può essere considerato una sintesi degli studi sull’IA del filosofo italiano, che discute in modo sistematico le opportunità che questa tecnologia può offrire agli esseri umani.

Lo spessore teoretico di questo libro è chiaro sin dal titolo. Il concetto di differenza ha costituito una parte fondamentale nelle riflessioni filosofiche di molti autori, a cominciare da Socrate fino a Emmanuel Levinas e Paul Ricœur. Nelle narrazioni ingenue sull’IA, si tende a dimenticare l’importanza di questo concetto, finendo per equiparare l’intelligenza artificiale a quella naturale. In questo contesto, risuona ciò che scrive Friedrich Nietzsche (2015) in Su verità e menzogna in senso extramorale, quando afferma: «Ogni concetto emerge riducendo a uguaglianza il non uguale». Invece, proprio le differenze tra noi e le macchine dovrebbero portarci a valorizzare le peculiarità di ciascuna delle due parti.

Come ha ottimamente notato Maurizio Ferraris (2025), quando parliamo di “intelligenza artificiale” cadiamo in un equivoco a livello linguistico: questa espressione, infatti, non è una metafora ma una catacresi, un’estensione impropria del significato di un vocabolo. Così facendo, finiamo per attribuire alla capacità computazionale delle macchine le peculiarità dell’intelligenza, caratteristica specifica degli esseri viventi. Nel corso dei primi cinque capitoli del libro – che possono essere considerati la pars destruens dell’opera –, Floridi evidenzia tale problematica con la consueta acutezza e ironia: «Le tecnologie intelligenti attuali e quelle ipotizzabili hanno l’intelligenza di un abaco, ossia zero» (pp. 60-61). Il filosofo italiano analizza attentamente questo equivoco linguistico nel secondo capitolo: il settore dell’IA ha conosciuto un grande (e fuorviante) numero di prestiti concettuali dalle scienze cognitive del cervello, inflazionando termini quali “adattamento”, “neurone” e “sinapsi”. L’antropomorfizzazione del vocabolario dell’IA e la computerizzazione di quello umano, risalenti ai primi studi di John McCarthy, continuano a generare una grande confusione sul tema, comportando rischi in ambito politico e socioeconomico. La nascita dell’IA viene infatti considerata da Floridi il preludio all’avvento di una nuova bolla tecnologica:

 

"un fenomeno di mercato caratterizzato da una crescita rapida (di solito nell’arco di molti mesi) e insostenibile in termini finanziari della valutazione e degli asset tecnologici di riferimento. In genere, questa è generata da un eccesso di investimenti speculativi anziché da un reale valore di fondo. Ciò si verifica quando l’entusiasmo degli investitori per le tecnologie emergenti o per le aziende tecnologiche supera l’effettiva capacità di sviluppo, implementazione e generazione di prodotti di tali innovazioni. Questo disallineamento crea un divario crescente, una forbice tra il capitale di rischio […] e gli investimenti delle imprese […]" (pp. 36-37).

 

Per fronteggiare in modo adeguato lo scoppio della bolla tecnologica dell’IA, è necessario elaborare nuovi paradigmi culturali che sappiano mettere al centro la complementarità tra essere umano e tecnologia. È questo l’asse portante della seconda parte del libro – la pars construens dell’opera –, dove il filosofo propone una lucida analisi sui modi in cui l’IA sta ridefinendo vari ambiti delle nostre esistenze.

Per creare una sinergia tra essere umano e tecnologia è fondamentale partire da un fatto di natura ontologica: viviamo in un mondo ibrido, la cosiddetta infosfera (Floridi, 2017), in cui i dispositivi digitali occupano un ruolo fondamentale. L’idea stessa di digitale rinvia a una realtà immateriale, dove – per richiamare una celebre idea di Nicholas Negroponte (2004) – i bit stanno sostituendo gli atomi. Tuttavia, Floridi evidenzia come questa visione non colga pienamente la complessità del digitale: negli ultimi anni, accanto agli studi dedicati ai software, è nata una maggiore attenzione verso le «implicazioni di governance, etiche, legali e sociali di tutti gli aspetti della rivoluzione digitale, tra cui l’estrazione di minerali delle terre rare, la produzione e il mercato dei semiconduttori […] e, soprattutto, il lavoro umano richiesto e l’impatto sugli ambienti naturali e sociali» (pp. 286-287). Tale attenzione ha condotto alla svolta hardware: un’operazione che non sostituisce l’interesse per gli aspetti immateriali del digitale con quello per le caratteristiche materiali di questo fenomeno, bensì coglie le varie sfaccettature di una realtà complessa come quella odierna. Risulta allora chiaro che materialità e immaterialità non formino una dicotomia, ma siano complementari tra loro. In una proposta che va al di là sia di un materialismo sia di un idealismo, Floridi suggerisce un’ontologia relazionale, in grado di comprendere il comportamento, le proprietà e le dinamiche di oggetti e sistemi. Questa prospettiva, riconducibile alla Critica della ragion pura (Kant, 2005), non mira a formulare teorie metafisiche, bensì a delineare «una visione fondata su una pluralità tollerante di modelli comparabili e pertanto valutabili come più o meno adeguati in base agli scopi perseguiti» (p. 291).

Nelle narrazioni ingenue sull’IA si è soliti fare riferimento alla dialettica della figura servo-padrone (Hegel, 2000), che designa una realtà in cui la tecnologia assume il ruolo di sostituta delle attività umane. Questa situazione risulta particolarmente evidente nel dibattito riguardante il mondo del lavoro; popolari sono i racconti che vedono la tecnica rubare le mansioni agli esseri umani. Coadiuvato da molteplici dati e statistiche, Floridi smonta tali racconti. Guardando allo scenario occupazionale degli ultimi anni, non è corretto parlare di perdita di lavoro, bensì di aggiornamento e modificazione delle competenze richieste. Poiché l’essere umano è intrinsecamente legato alla tecnica, essa comporta un’evoluzione sia sul piano biologico sia su quello socioculturale. La storia è piena di esempi che illustrano questo fatto: l’invenzione dell’aratro, quella della macchina a vapore, l’avvento di internet ecc. hanno modificato la concezione del lavoro umano. Lo stesso accade con l’IA, una tecnologia che, come nessun’altra prima d’ora, richiede la formazione di nuove figure professionali, capaci di coniugare la riflessione umanistica con competenze tecnico-scientifiche. Floridi definisce queste figure emergenti colletti verdi, ossia coloro che non si limiteranno a supervisionare le attività degli algoritmi, ma garantiranno anche la trasparenza, l’equità e l’accountability di questi ultimi all’interno della società.

La formazione dei colletti verdi mette in evidenza un concetto – legato a quello di differenza – che dovrebbe essere il fondamento del nostro modo di considerare l’IA: la varietà. Per cogliere appieno le opportunità che le tecnologie digitali ci offrono, infatti, dovremmo esaminare non solo ciò che è logicamente possibile, ma anche ciò che è effettivamente realizzabile. È questo il criterio che Floridi segue nella stesura dei capitoli centrali; qui, il filosofo italiano indaga le possibilità concrete dell’IA, spaziando tra un gran numero di tematiche. Tre di queste sono particolarmente interessanti. La prima coinvolge la sfera pubblico-urbana, con l’autore che discute i vantaggi dell’implementazione dell’IA nella Street Bureaucracy e dei modelli Open Source promossi dall’Unione Europea. «L’IA è una tecnologia straordinaria che può contribuire in modo significativo a gestire la crescente complessità del nostro mondo e le molte sfide da affrontare, tra cui il cambiamento climatico, la giustizia sociale e la salute pubblica […]» (p. 191). Un altro tema di particolare interesse è il rapporto tra la creatività umana e i contenuti prodotti dall’IA. Facendo riferimento all’ambito artistico-estetico, Floridi afferma che essa potrebbe mutare radicalmente il rapporto tra originalità e imitazione: le copie di opere d’arte prodotte dall’IA potrebbero essere definite, seguendo sempre l’autore, ectipi, in una dinamica che separa «la fonte dell’archetipo, o ciò che era nella mente dell’artista, dal processo (stile, metodo, procedura) che porta dalla fonte all’artefatto» (p. 171). L’ultimo punto è la questione tecnico-informatica del Machine Unlearning (Cao & Yang, 2015): a differenza del Machine Learning, questo processo «addestra nuovamente il modello di ML a fornire informazioni dimenticando una parte dei suoi dati, al fine di ridurre al minimo i costi associati a un completo riaddestramento da zero» (p. 244).

La rivoluzione digitale deve essere ripensata con spirito critico. Per fare ciò, è utile abbandonare il punto di vista heideggeriano (Heidegger, 1991) in favore di quello di Simone Weil (2015): infatti, se per il filosofo tedesco la tecnica può portare esclusivamente all’oblio dell’essere, l’autrice francese intravede in essa un’opportunità per favorire la solidarietà e la compassione. Detto in termini più generali: occorre passare da una concezione metafisica del digitale a una concezione etica del digitale. E in questo la filosofia è fondamentale; non nella direzione di una riflessione astratta, bensì nella ricerca di un sapere e di un agire che possano essere condivisi da tutti (Fabris, 2025). Di fronte alla rivoluzione portata dal digitale, la filosofia assume la forma del design concettuale, la base, secondo Floridi, per costruire un futuro e una società sostenibili. Questo richiederà tempo, impegno e, soprattutto, collaborazione. L’autore stesso ricorda: «l’analisi dei problemi e la sintesi delle soluzioni avranno più probabilità di successo se ci impegneremo nella relazione con un ampio novero di soggetti portatori di interesse, che include gli esperti di tecnologia e di etica, i politici e il pubblico, per navigare nelle complessità morali dell’IA in modo perspicace e tollerante» (p. 34). Il presente tecnologico va affrontato con ottimismo ma, allo stesso tempo, con realismo. Il libro scritto da Floridi ci offre degli ottimi spunti per mantenere la rotta in un periodo storico complesso come il nostro, che richiede sguardi e pratiche sempre più multi- e interdisciplinari.

Questo volume consente al lettore di esplorare e riflettere attivamente su quella che l’autore definisce una cultura post-IA, dove il termine “post-” ha un valore logico e non cronologico. L’obiettivo di Floridi non è tracciare un percorso per superare l’era dell’IA, bensì esporre argomentazioni per comprendere i limiti e le possibilità offerte da quest’ultima. Cogliere tutti questi fattori non sarà facile; occorrerà adottare un approccio che unisca un’antropologia di stampo socratico, che mira a guidare le azioni degli individui attraverso l’istruzione, con un’antropologia di carattere hobbesiano, che vuole contrastare il male tramite leggi e regolamenti. Questo richiederà la combinazione di tre elementi: la paideia, che «ha come obiettivo l’istruire gli individui affinché apprendano a compiere scelte morali migliori, fondate sulla comprensione di ciò che è bene per se stessi e per gli altri» (p. 317); il nomos, che «si basa su regole, incentivi e disincentivi per regolare il comportamento e scoraggiare le azioni sbagliate» (ibid.); e, infine, la sovranità digitale, «intesa come la capacità della politica di progettare e governare le sue condizioni digitali di possibilità, nonché le sue relazioni con l’analogico, al fine di perseguire un futuro democraticamente desiderabile ed ecologicamente sostenibile» (ibid.). Educazione, leggi e politica sono settori propri della filosofia sin dalle sue origini; declinarle nel presente tecnologico è l’occasione per abbracciare il senso autentico di tale disciplina: costruire un futuro migliore non tramite la ricerca di risposte facili, bensì attraverso l’interrogazione continua sulla complessità dei fatti.

 

Bibliografia

 

Cao, Y. & Yang, J. (2015). Towards Making Systems Forget with Machine Unlearning, IEEE Symposium on Security and Privacy.

 

Fabris, A. (2025). La filosofia nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Come ci aiuta a vivere negli ambienti tecnologici, Carocci: Roma.

 

Ferraris, M. (2025). La pelle. Cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, il Mulino: Bologna.

 

Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, trad. it. di M. Durante, Raffaello Cortina: Milano.

 

Floridi, L. (2022). Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, trad. it. di M. Durante, Raffaello Cortina: Milano.

 

Floridi, L. (2023). AI as Agency without Intelligence: On ChatGPT, Large Language Models, and Other Generative Models, in «Philosophy & Technology», 36 (1), 15.

 

Hegel, G. W. F. (2000). Fenomenologia dello spirito, trad. it. di V. Cicero, Bompiani: Milano.

 

Heidegger, M. (1991). La questione della tecnica, in Id. Saggi e discorsi, trad. it. di G. Vattimo, Mursia: Milano.

 

Kant, I. (2005). Critica della ragion pura, trad. it. di G. Lombardo Radice, Laterza: Roma-Bari.

 

Negroponte, N. (2004). Essere digitali, trad. it. di F. Filippazzi e G. Filippazzi, Sperling & Kupfer: Milano.

 

Nietzsche, F. W. (2015). Su verità e menzogna in senso extramorale, trad. it. di G. Colli, Adelphi: Milano.

 

Weil, S. (2015). Oppressione e libertà, trad. it. di L. Basile, Orthotes: Napoli.

Efrem Trevisan (1999) ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Filosofiche all’Università di Bologna nel 2023. Negli ultimi anni ha conseguito un Master di I livello in Filosofia del Digitale e Intelligenza Artificiale presso l’Università di Udine e un Master di I livello in Open Education, Social and Mobile Learning all’Università di Firenze. I suoi interessi riguardano le connessioni tra le discipline filosofiche e l’Intelligenza Artificiale e l’impatto delle tecnologie digitali nell’ambito didattico-pedagogico. Attualmente, è studente del Master di II livello in MED. Media, Educazione e Didattica per l’Innovazione Digitale presso l’Alma Mater Studiorum.