Recensione di Marco Giacomazzi
Scrivere di storia della filosofia implica sempre, e inevitabilmente, sostenere una tesi sulla filosofia stessa. Questa scrittura implica un esercizio di gestione del sapere con un duplice obiettivo: esso deve essere in grado di disegnare una mappa organica, saper restituire ai lettori un’immagine sufficientemente definita per essere trattenuta; ma deve anche essere uno strumento sufficientemente aperto per poter dare inizio a nuove ricerche. Il testo deve darsi come al contempo esaustivo e generativo. Questa tensione tra chiusura e apertura emerge con forza dalla lettura del testo di Diego Donna, I diagrammi della filosofia: ne è uno dei nodi tematici principali.
Il testo si presenta immediatamente come uno strumento di studio, adatto alla ricostruzione di paradigmi concettuali e di fitti scambi tra filosofi, scienziati e intellettuali che hanno marcato il dibattito accademico francese contemporaneo. Al di là di ogni pretesa di oggettività, non nasconde il proprio posizionamento lasciando trasparire una traiettoria interpretativa e disegnando un progetto preciso: una storia […] della filosofia contemporanea in Francia che si vuole, fin dal titolo, eretica. Forse la prima eresia consiste esattamente in questo tentativo – ambizioso ed enciclopedico, malgrado tutto – di mappare il percorso fatto dall’epistemologia francese nello studio di diversi problemi, alcuni di essi riguardanti precisamente l’organicità o la totalità.
Il percorso proposto da Donna rende evidente l’evoluzione della riflessione metafilosofica sulla conoscenza, sulla sua natura e sui rapporti che intraprende con le forme della natura. Il percorso non necessita di ricorrere a etichette ormai messe in discussione dalla quasi totalità degli studiosi, ma costruisce un campo preciso intorno ad alcuni termini che costellano il panorama discorsivo in oggetto. “Diagramma, molteplicità, virtuale, attuale, ordine, caos, informazione, entropia” aprono programmaticamente il libro, riconoscendo ai rispettivi concetti di aver donato forma al progetto epistemologico che possiamo rintracciare, a posteriori, in quella stagione filosofica. Oggi, quasi tutti questi termini potrebbero apparire come assunti dal lessico delle scienze filosofiche, data la risonanza tanto delle teorie della complessità sul dibattito accademico quanto della cibernetica sui saperi a livello interdisciplinare. Tuttavia, il testo ne consente un apprezzamento supportato da una rigorosa ricostruzione storica, che permette di porsi domande altrimenti inaccessibili. Una volta osservata una tendenza, trasversale alle filosofie del concetto, a riflettere sulla tensione tra ordine e disordine, sulla generazione di strutture non più universali e immutabili, una serresiana epistemologia del rumore, ci si può interrogare sul percorso che l’ha preceduta e che ha concorso alla sua formazione. Tanto sul livello dell’organizzazione tematica quanto nell’approfondimento verticale dei diversi apparati concettuali il testo permette infatti di osservare come il programma filosofico di ricomposizione enciclopedica di stampo positivista e idealista sia stato assunto, messo in crisi e superato dalle diverse filosofie in oggetto. Tracciando dei confini discorsivi precisi, si rende evidente come sia stato possibile elaborare il giudizio che faceva apparire obsoleto il progetto positivista, ormai ritenuto inadatto a restituire una conoscenza adeguata del mondo. Così, il modello dell’universalità non si applica più alla descrizione del mondo, né all’esercizio della filosofia, in virtù di fattori tra loro concomitanti ma non disposti – né proposti dal libro – in maniera gerarchica o consequenziale. I limiti del positivismo, della scienza della società comtiana o di una scienza della mente di stampo universalista si scontrano con una frammentazione distribuita su molteplici piani: dalla frammentazione sociale dettata dalla società industriale, a quella dei saperi tecnoscientifici che iniziano il loro percorso verso l’odierna iperspecializzazione, fino all’indebolimento di categorie filosofiche che si rivelano ormai nella loro storicità – e quindi inevitabile precarietà.
Così, il libro accompagna lettori e lettrici lungo quel movimento discorsivo di ripensamento delle categorie filosofiche emerso a partire dai nuovi modelli di interpretazione del mondo correlati al progresso tecnoscientifico. Ricostruendo le mosse teoriche di Bachelard, tra materialismo tecnico e razionalismo applicato, si affrontano progressivamente temi trasversali a diversi autori, come la definizione delle meccaniche del vivente tra norme e automatismi – secondo la lezione di Canguilhem – fino ad arrivare alla rivoluzione del pensiero offerta dalla stagione cibernetica e dal suo apparato terminologico e concettuale, vero e proprio terremoto epistemologico che ha condotto a rileggere problemi classici – tipicamente la critica all’ileomorfismo aristotelico da parte di Gilbert Simondon, che ha intrattenuto un dialogo serrato e critico con la prima cibernetica, ribadendo il ruolo della filosofia come chiave per la lettura della complessità – e a ridefinire termini vaghi e indeterminati quali quello di informazione.
La lettura del testo di Donna potrebbe tranquillizzare gli animi di chi teme – e ha temuto per lungo tempo – la deriva antiscientifica di quelli che sono stati chiamati postmodernismi. Senza sbilanciarsi né verso lo scientismo né verso facili etichettature, il testo ricostruisce la lunga interrogazione novecentesca sulle condizioni di possibilità del discorso scientifico, i suoi dati empirici e i suoi metodi, applicando a questa stessa interrogazione un’indagine storico-critica. All’interno di quella epistemologia storica che Canguilhem attribuisce a Bachelard nel 1963, la scienza smette di essere un sapere oggettivo e disincarnato dal soggetto, e non è neppure riducibile ad un rapporto intrattenuto da un soggetto conoscente (osservatore distaccato dal mondo che abita) con un oggetto conosciuto. Bachelard rileva di una ragione scientifica che appartiene alla comunità di ricerca e un’indagine del mondo, in un rapporto solidale di mediazione tra saperi e processi. Così, l’attenzione della filosofia inizia a concentrarsi su problemi relativi ai sistemi storicamente determinati del sapere scientifico, più che attenzionare singoli e classici problemi.
In questa direzione, un tema indispensabile affrontato dal libro è ciò che succede alla categoria della ‘natura’ una volta che questa è inquadrata dall’approccio relazionalista di Georges Canguilhem. Successore istituzionale – sarà detentore della sua cattedra alla Sorbona dopo di lui – ma anche successore teorico e metodologico di Bachelard, Canguilhem analizzerà l’emersione storica dei concetti e degli oggetti scientifici, evidenziandone il carattere relazionale. Superando tanto una visione di adeguazione del concetto all’oggetto, quanto gli echi dell’idealismo tedesco, l’oggetto scientifico è per Canguilhem il risultato di una operazione irriducibile alla dialettica, e che invece si dà all’interno di una pratica di resistenza o all’errore.
Nella messa in scacco del progetto positivista un ruolo centrale è giocato dalla riflessione sulla tecnica e da quello che è stato definito in altre sedi – si pensi ad esempio al contributo di Gilbert Hottois sul tema – il dibattito sulla tecnoscienza. Il secolo breve è lo spazio in cui si rende evidente come la tecnica non sia il risultato dell’applicazione di schemi e modelli formali ad essa precedenti, ma costituisca – nelle relazioni che intrattiene con diversi soggetti – un processo aperto che permette di produrre nuova conoscenza. Il rapporto moderno tra conoscenza e tecnica, o, analogamente, tra mente e corpo, inizia così a mostrare i suoi limiti, e si aprono delle prospettive inedite alla riflessione sulla storicità della conoscenza e alla investigazione del rapporto tra esperienza e idee. Fitto è infatti il confronto tra autori appartenenti alla tradizione Francese e la cibernetica: da Canguilhem fino a Lyotard, il testo ricostruisce l’incursione della riflessione cibernetica nell’epistemologia francese, evidenziando i rapporti che essa intrattiene con autori contemporanei alla prima cibernetica – come Claude Lévi-Strauss, André Robinet, Louis Couffignal, Pierre Ducassé, Gilbert Simondon – e il segno che ha lasciato nei pensatori che vi sono seguiti – le critiche di Deleuze e Guattari, il ruolo attribuitovi da François Lyotard e quello disegnato da Michel Serres.
Il merito del libro consiste dunque nell’individuare una serie di analogie all’interno di un binomio forse troppo poco presente nelle ricerche in lingua italiana: l’impresa cibernetica e lo strutturalismo. Nonostante le origini differenti – la riflessione cibernetica è assolutamente estranea al saussurismo – è infatti particolarmente interessante individuare i punti in comune tra i due approcci. Tra questi spicca principalmente l’attenzione rivolta ai sistemi all’interno dei quali gli elementi si interdefiniscono in maniera relazionale, aspetto determinante per lo sviluppo e la definizione dei rispettivi formalismi. È forse questo analogo retroterra teorico a rendere sia la cibernetica, sia lo strutturalismo particolarmente adatti alla costituzione di metodi per lo studio di processi che fino a quel punto non avevano conquistato una dignità scientifica, come i processi comunicativi. Da un lato le interpretazioni dello strutturalismo in antropologia e semiologia ne hanno fatto un principio epistemologico per l’analisi e la comparazione di fenomeni culturali; dall’altro i pilastri della riflessione cibernetica hanno permesso uno studio del vivente e del meccanico attraverso un repertorio concettuale unificato, fatto di azioni, retroazioni, rapporti co-costituenti tra interno ed esterno, ricerca della stabilità e dinamismo del disordine. A entrambe le correnti si può inoltre ascrivere un comune anti-umanesimo che rifiuta di postulare l’interiorità, o altri concetti di stampo idealista, come explanans del funzionamento dei sistemi stessi: se questo ha significato per lo strutturalismo un radicale antipsicologismo, lo studio di stampo cibernetico dei processi cognitivi – in particolare la lezione di Gregory Bateson e Margaret Mead – ha trovato un terreno fertile nella scuola costruttivista di Palo Alto, che continua ancora a intrattenere un dialogo fecondo con psicologia e scienze della mente.
Si osserva come la ricostruzione di Donna del dibattito che noi oggi riconosciamo come riguardante l’epistemologia (ma che, forse, riguarda la filosofia tutta) non si limiti alla questione della tecnica, limitandosi così alle polemiche sullo statuto della modernità tecnica come quelle che videro protagonista Martin Heidegger, ma analizza più profondamente il terremoto teorico che ha cambiato le condizioni di possibilità di una riflessione sul sapere. Dall’incursione della riflessione fenomenologica all’interno delle teorie della conoscenza alla ricostruzione dell’influenza che un certo tipo di storicismo ha avuto su Foucault, il libro mette in evidenza una fitta rete di rimandi intertestuali che permettono di rileggere contributi classici sotto nuovi rispetti. Così, alla riflessione di Canguilhem sull’errore e alla celebre definizione deleuze-guattariana di caosmosi, si collega una più generale concezione del disordine come concetto produttivo, che non si caratterizza semplicemente in quanto assenza di struttura o fattore da eliminare, ma come elemento fondamentale e produttivo nella generazione di nuove strutture, forme e organizzazioni.
Il testo si divide in un dittico che attraversa precisamente la riconfigurazione del progetto positivista alla luce delle teorie della complessità. Se infatti la prima parte dà conto dell’emersione progressiva di un modello di enciclopedia genetica, che ammetta una diversità e una dispersione di diagrammi, di relazioni – anche contraddittorie tra loro – la seconda parte rileva di quegli approcci che partono dalla complessità in quanto generatrice di possibilità e movimento presupposto della conoscenza.
L’enciclopedia genetica – termine preso in prestito dall’opera simondoniana – permette di rendere conto non tanto dell’origine degli esseri, organizzati secondo un modello arborescente, quanto dell’essere nella sua genesi, fatta coincidere con il processo stesso. Soggetti e conoscenza sono continuamente presi in un processo ontogenetico o di formazione: a differenza delle tradizioni che postulavano un principium individuationis preesistente o un soggetto trascendentale, il progetto dell’enciclopedia genetica vede l'individuazione come un processo incessante e plurale, in cui il soggetto stesso è “sfasato” e “più d'uno”, parte integrante delle operazioni ontogenetiche che lo costituiscono e lo oltrepassano. È così che, attraverso il libro, il “diagramma” emerge non come un mero strumento rappresentativo, ma come vero e proprio operatore logico-ontologico che permette di descrivere l’elemento che precede e produce ciò che c’è, ossia la relazione.
La seconda parte del libro analizza quelle filosofie che, senza voler riciclare l’etichetta del poststrutturalismo, intrattengono relazioni – anche in questo caso si va dall’interazione esplicita a una più generale analogia di strumenti e problemi – con la cibernetica di secondo ordine che supera alcune aporie intrinseche al progetto cibernetico originale mantenendone però gli strumenti e l’impostazione teorica. Qui assume – esemplare in merito è la posizione di Henri Atlan – nuovo rilievo la nozione di entropia, non più contraltare negativo di processi di strutturazione (che dovrebbero accrescere l’informazione negando l’entropia) ma bacino fondamentale della complessità, che è in realtà la condizione di esistenza stessa degli equilibri metastabili. Una volta attraversate le contraddizioni si possono infatti aprire approcci teorici che le comprendono senza superarle in maniera dialettica, ma riconoscendone lo statuto pieno in un riconfigurato piano di immanenza, con le sue pieghe.
Le riflessioni di Deleuze e Guattari lasciano un segno profondo nel dibattito filosofico degli anni Settanta e nelle decadi successive: la ridefinizione della virtualità e lo studio dello spazio in una prospettiva di ecologia filosofica hanno degli echi importanti nelle opere di Pierre Lévy e François Lyotard, che cercano di individuare delle forme di organizzazione del corpo politico attraverso le categorie della prima e seconda cibernetica. Se il primo sembra accettare le promesse della cibernetica con un atteggiamento ai limiti del tecno-entusiasmo – seppur consapevole dei meccanismi di riterritorializzazione della società dell’informazione – il secondo problematizza maggiormente il mutamento globale di senso prodotto dall'avanzamento dell'informatica e delle scienze della comunicazione, e guarda con maggiore sospetto alla radicale mutazione del legame sociale. Con il “labirinto concettuale” di Michel Serres invece, sembra realizzarsi la via alternativa all’opposizione tra cultura umanistica e progresso scientifico su cui tanto avevano lavorato Bachelard, Canguilhem e Simondon. Serres, forte di una conoscenza approfondita della ars combinatoria leibniziana, naviga e carteggia i rapporti che si intrattengono tra storia della scienza e filosofia della matematica indicando la prospettiva di una filosofia della comunicazione in grado di mediare fra aree del sapere che altri prima di lui erano solo riusciti a indicare come separate.
Il libro si chiude con l’approfondimento di alcune voci del dibattito meno affrontate nel contesto italiano, quelle di André Robinet e Henri Atlan. Il primo si muove tra il riconoscimento del portato problematico della cibernetica per il progetto disciplinare della filosofia – il défi cibernetico – e l’applicazione di strumenti informatici per l'analisi lessicografica dei pilastri di quest’ultima. Sono proprio gli strumenti informatici a permettergli di disegnare le costellazioni concettuali di Malebranche, Leibniz, Descartes. Attento a combattere la tecnofobia imperante nelle scienze dell’uomo, l’analisi di Robinet permette una tipologia degli artefatti cognitivi che sembra anticipare di un cinquantennio questioni all’ordine del giorno nelle sedi che si occupano di filosofia della tecnica. Il secondo, invece, intrattiene un dialogo serrato con autori della tradizione filosofica appartenenti ad epoche diverse: da Spinoza a Foucault, dialogando con figure centrali nello studio dei processi cognitivi come Humberto Maturana e Francisco Varela, Atlan rilegge i processi di auto-organizzazione e il loro rapporto con il caos, in una tensione mai evasa tra indeterminazione, libertà e vincolo.
Di fronte a un volume caratterizzato da un’alta densità teorica, ciò che si apprezza particolarmente è l’affermazione – sulle note di una riflessione sulla complessità – della possibilità di una solida ricostruzione storica, metodologicamente fondata, che non rinuncia alla precisione dell’accorta ricerca storiografica per inseguire il lume di una interpretazione di confine, promuovendo una lettura sistemica e innervata nel dibattito filosofico attuale. Per questo motivo, l’assenza di una conclusione suona come un atto di sospensione esegetica, un invito a ritornare sui passi percorsi, per ricostruire ereticamente, nelle trame del testo stesso, un possibile percorso all’interno dell’enciclopedia aperta – senza tuttavia tradire le sue molteplici strutture, le sue diverse storie.
Marco Giacomazzi è contrattista di ricerca presso il dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna. La sua ricerca verte sulla semiotica dei dispositivi digitali, concentrandosi sulle relazioni emergenti nelle pratiche d'uso delle tecnologie mediali comprendendo le dinamiche percettive e discorsive. È stato visiting student presso l’Universitè de technologie de Compiègne e trainer per i progetti finanziati dall’Unione Europea FakeSpotting e Brand New Inclusion.