Benasayag, Cany, "Controffensiva. Agire e resistere nell'epoca della complessità"

Recensione di Francesco Bellumori

In Controffensiva Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista di origine argentina rifugiatosi in Francia dopo l’esperienza della guerriglia guevarista e dopo essere stato incarcerato per più di quattro anni, e Bastien Cany, giornalista e storico francese, si prefiggono di interrogare il significato dell’agire all’interno delle società contemporanee, operazione necessaria per la critica sociale e per avanzare ipotesi di una controffensiva in grado di aprire nuovi orizzonti possibili d’esistenza umana. Le riflessioni svolte nel testo muovono da un retroterra culturale plurale, in cui riecheggiano, all’interno di un orizzonte ontologico spinozista, prospettive marxiste, critiche decoloniali e concettualità ereditate dall’elaborazione del pensiero del filosofo argentino Rodolfo Kusch. In un mondo globalizzato e complesso come quello in cui siamo immersi, ogni gesto risulta carico, quasi saturo, di significato e denso di conseguenze che sfuggono alla prevedibilità e al controllo del soggetto agente. In virtù di questa constatazione, a entrare in crisi è il senso stesso dell’azione, la portata del soggetto agente, il suo rapporto con il mondo, cioè con sé stesso e con l’alterità.

Benasayag e Cany strutturano il testo sulla base di un confronto serrato tra due diverse modalità di stare nel mondo, già proposte da Kusch: il ser e l’estar siendo (l’essere e lo star essendo). Il primo, fattosi dominante nella modernità occidentale, esprime quel modo di relazionarsi col mondo attraverso un distacco da esso, finalizzato a dominare la caducità e l’imprevedibilità delle cose mediante concetti normativi e universali. Si tratta di un modo di abitare il presente attraverso l’angoscia della mancanza di essere e la ricerca permanente del proprio compimento, esemplificate perfettamente dal mito dello svelamento del senso della storia. Il secondo, invece, esprime la modalità di stare immersi nell’immanenza dei rapporti che ci attraversano, come una parte situata tra le parti, abitando il presente inteso come completezza costitutiva, fatticità piena, espressione di vita manchevole di nulla (cfr. pp. 16-19).

L’obiettivo dell’opera è cercare di comprendere come l’estar siendo, questa dimensione organica dell’essere inteso come esser-ci, possa riconnetterci a un agire che trova le sue ragioni e le sue finalità all’interno delle situazioni che abitiamo, in cui la produzione del comune non è monopolio dell’essere umano, ma codeterminazione dei rapporti fra le parti di un ambiente, di una situazione. Ed è in questa dimensione dell’esserci intransitivo e inscritto in un presente situazionale che Benasayag e Cany ritengono possibile elaborare i fondamenti di un diverso modo di agire. Il libro è suddiviso in sei capitoli; le questioni affrontate sono compresenti in ognuno dei capitoli e si intrecciano vicendevolmente. Seppur ogni capitolo presenti delle tematiche principali, esse vengono di volta in volta sollevate e riproposte negli altri capitoli, riesaminate, riapprofondite. Anche se non è presente una rigida schematizzazione tematica dei capitoli, i primi tre sottopongono per lo più a critica il mondo del ser, ne inquadrano gli aspetti e le forme di dominio, mentre gli altri capitoli espongono il portato dei mondi dell’estar siendo. Queste due operazioni nel testo non sono così nettamente scisse, poiché già nella critica al mondo del ser emergono le possibilità tracciate dai mondi dell’estar siendo, così come negli ultimi capitoli si ritrova un’analisi critica nei confronti dei mondi del ser.

Il primo capitolo pone in questione la natura, il significato e il tracollo del mondo del ser, oggi incarnato dall’antropocene, cioè quel “modo di autoproduzione del mondo e di sé che articola l’agire umano, il fare tecnico così come l’insieme del mondo vivente e naturale” (p. 22) sulla base dello schema dualistico cartesiano. Secondo Benasayag e Cany, l’antropocene si fonda su una prospettiva di separazione ontologica che sfocia in un dualismo radicale, essenzializzante dei poli in gioco e recante con sé diverse dignità ontologiche, configurandosi attraverso norme e modelli per ogni sfera della vita, sia individuale sia collettiva (cfr. pp. 23-24). Nel mondo del ser, a conferire senso e dignità alle cose è la norma stessa, intesa come vero essere, asse centrale in relazione a cui tutto viene valutato e si conforma, condannando in tal modo ogni cosa a essere sempre in una certa misura manchevole d’essere. Il crollo del mondo del ser implica dunque la decostruzione della norma stessa e coincide con la crisi strutturale e definitiva dell’antropocene e del modo di agire a essa connesso, poiché ormai incapace di metabolizzare la negatività che gli è propria (cfr. pp. 38-43). L’archetipo della modalità di azione propria della modernità, che assurge da vero e proprio mito, è quella dell’ingegnere e del suo modo di stare nel mondo, cioè di quel soggetto esterno alla realtà-oggetto, che la studia, affronta problemi e trova soluzioni mediante il ragionamento lineare (cfr. p. 24). Benasayag e Cany sostengono che è proprio il pensiero dell’ingegnere a non riuscire più oggi a comprendere la complessità del reale e a rispondere ad essa, probabilmente perché forse non l’ha mai fatto adeguatamente.

Il secondo capitolo pone a confronto le due modalità in cui gli uomini tentano, a detta di Rodolfo Kusch, di scongiurare l’angoscia connessa alla paura della collera degli dèi, timore ancestrale che incarna la condizione originaria dell’essere umano: l’essere-ser e l’esser-ci, o estar siendo (cfr. p. 56). L’essere umano tenterà di accettare la negatività e imprevedibilità dell’esistenza, integrandole nelle proprie forme di vita, oppure cercherà di prenderne il controllo, di rispondervi in modo reazionario, ideologicamente e fattualmente (cfr. pp. 56-59). L’essere umano della modernità, espressione del mondo del ser e animato dall’obiettivo di rendersi trasparente a sé stesso e agli altri per sedare quest’angoscia, in linea con l’umanesimo rinascimentale e il suo universalismo metafisico e aprioristico, si è costruito un mondo di oggetti finalizzati a garantire il controllo del proprio destino, ma che hanno finito per produrre una complessità che adesso sfugge a qualunque comprensione, condannandolo a naufragarvi. L’essere umano nel mondo del ser moderno, sostengono Benasayag e Cany, solo e compiaciuto della propria solitudine, diviene – heideggerianamente – oggetto tra gli oggetti, risorsa reificata tra le risorse, in virtù della virtualizzazione e desostanzializzazione dei corpi e di tutte le dimensioni organiche della vita e della cultura (cfr. pp. 45-46, 58-59).

Il terzo capitolo tematizza il modo in cui viene concepita l’interazione tra il tutto e le parti nel mondo del ser, il portato coloniale di tale interazione e le forme concrete e culturali che essa assume nella scienza occidentale e nelle tecnologie digitali. Il mondo del ser si autolegittima nella credenza di un punto finale di convergenza di tutte le attività umane, che è al contempo superiore e globale, fisico e spaziale e che conferisce loro senso ordinandole e governandole (cfr. pp. 60-65). Così facendo, il mondo del ser si identifica con un punto di vista universale e universalizzante che si pretende ovunque, ma che in realtà non è da nessuna parte; ne è un esempio il concetto di storia per come si è originato e sviluppato nella tradizione occidentale. Crollando il mondo del ser, viene meno anche qualsiasi concezione di progresso, qualunque idea della storia quale soggetto primo e universale degli infiniti divenire (cfr. pp. 60-61). Analogamente, la scienza e la tecnica occidentali si pretendono universali e trascendenti rispetto alle loro origini storiche e geografiche e divengono coloniali nel momento in cui pretendono di incarnare una dimensione di conoscenza superiore rispetto alle altre (cfr. pp. 67-70); in quest’ottica, Benasayag e Cany invitano a resistere alle forme di colonizzazione veicolate o provenienti dalle nuove tecnologie digitali universalizzanti e deterritorializzanti (cfr. pp. 76-78).

Con il quarto capitolo inizia un’esposizione più ampia dei mondi dell’estar siendo. Sono presentati il diverso rapporto tra il tutto e le parti proprio dell’esser-ci, la temporalità, il significato della situazionalità, l’integrazione della negatività e la metabolizzazione delle tecniche. La totalità, all’interno di questi mondi, è sempre organica e “risponde a un principio di unificazione intensivo per il quale i cambiamenti e la produzione permanente delle parti determinano la sua stabilità” (p. 82). Concretamente, in relazione ai viventi, la vita è tutta intera, in ciascuna delle sue parti, in ogni istante, in ogni situazione. Da qui, il concetto di situazionalità, per cui abitare il presente significa rendersi presente al qui e ora, all’universale concreto proprio di ogni singola situazione (cfr. pp. 81-84). Dopodiché, con un unico movimento teorico, Benasayag e Cany fanno coincidere l’universalismo astratto della cultura illuministica con la prospettiva colonialista e il portato delle innovazioni tecnologiche, soprattutto digitali; esse assumono una valenza deterritorializzante, omologante, il cui scopo sarebbe l’eliminazione dei corpi (cfr. pp. 85-88). In quest’ottica, la fagocitazione e la metabolizzazione delle tecnologie all’interno di un orizzonte organico, in cui esse possono essere parte dell’ambiente in cui sono situate, divengono veri e propri strumenti di resistenza, che i mondi dell’estar siendo praticano e hanno sempre praticato (cfr. pp. 90-93).

Il quinto capitolo risulta prezioso per comprendere il ruolo essenziale che Benasayag e Cany riscontrano oggi nelle correnti decoloniali, espressioni di un ritorno a una radicalità politica che muove dai corpi e dai territori e non dall’astrattezza delle idee, che riesce a esprimere adeguatamente il senso profondo dei mondi dell’estar siendo. Essa non immagina una promessa di annientamento dei mali e della negatività connessa all’esistenza, bensì si incarna nella concretezza di ogni qui e ora, poiché ogni senso è sempre situazionale e scaturente dal contesto in cui si è generato (cfr. pp.102-105). Emerge, inoltre, come centrale anche la questione circa lo statuto di ciò che è comune. Criticando quelle correnti di universalismo astratto, di relativismo culturale e di individualismo post-moderno che convergono nell’essenzializzazione del comune, Benasayag e Cany possono far leva su un orizzonte fenomenologico costruito a partire da un’etica esistenzialista per argomentare che l’essenza non è mai già data e non precede l’esistenza, così come il comune non è da intendere come qualcosa di preesistente ai modi di individuazione, ma come produzione (cfr. pp. 111-115). Il comune, allo stesso modo dell’essere, consiste in quello “sforzo per” da cui nasce ogni possibile che supera la condizione data (cfr. p. 117).

Il sesto e ultimo capitolo tenta di rispondere al proposito iniziale del libro: come ripensare il rapporto con il mondo e il nostro agire? Come resistere nella nostra epoca? La risposta è chiara: soltanto decentrando l’essere umano e liberandolo dalle prescrizioni del mondo del ser e del suo schema binario e coloniale si può pervenire a modi d’agire nuovi, organici e situazionali (cfr. pp. 121-122). Si tratta dunque di resistere e contrattaccare, occupandosi “dei processi che, cambiando la realtà, modificano le strutture e i rapporti di potere” (p. 122), anziché cercando di occupare i luoghi del potere. Secondo Benasayag e Cany, la resistenza situazionale assume tre forme tra loro complementari: la resistenza-rifiuto, la resistenza-creazione e lo scontro. Ogni lotta nasce da un rifiuto, da una rottura che apre all’esplorazione di nuovi possibili mediante un immaginario sovversivo, che poi si tratta di abitare per creare il nuovo. Creazioni che sono sempre il frutto di un eccesso di potenza, cioè l’auto-dispiegamento della vita per la vita, di nuove dimensioni d’esistenza, di nuovi rapporti tra parti, espressioni dei bisogni e dei desideri delle persone (cfr. pp. 129-133). Infine, relativamente allo scontro, esso risulta essere forma ed espressione di resistenza solo nella misura in cui la violenza rimane integrata nell’esperienza che difende dalla reazione del potere costituito, disturbato dal dispiegarsi della resistenza in nuovi possibili (cfr. pp. 140-143).

Il testo riesce a enucleare i temi inizialmente prefissati e a tenere adeguatamente assieme prospettive teoretiche e pratiche, legando a doppio filo riflessione ontologica e analisi politica. Se l’argomentare può risultare a tratti poco sistematico, questo sembra essere voluto, delineando effettivamente un piano di immanenza privo di inizio e fine, nel quale ogni questione è connessa alle altre e le convoca. Tuttavia, nel far coincidere la natura e la struttura di tutte le forme di oppressione – dal colonialismo al patriarcato, dal capitalismo all’antropocene – con il mondo del ser e nell’identificare la cultura moderna occidentale e le varie forme di organizzazione sociale con la filosofia cartesiana e l’umanesimo rinascimentale, Benasayag e Cany sembrano talvolta cadere in forme di riduzionismo. Infine, ponendo la causa delle oppressioni e delle forme di dominio in modalità ontologiche di stare nel mondo, gli autori corrono il rischio di smaterializzare la comprensione e la rivendicazione delle lotte sociali.

Francesco Bellumori è uno studente del corso di Laurea Triennale in Filosofia presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. I suoi interessi vertono principalmente sulla filosofia politica, sui suoi presupposti e le sue implicazioni di carattere ontologico, etico ed estetico.