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Enrico Ferratini - Quattro racconti brevi

1.

L’illusione di Yang

Nei tempi antichi, il maestro Yang giunse a una verità che lui credette definitiva e capace di risanare finalmente l’uomo dai suoi dolori. Così la formulò in una frase efficace e fece sì che venisse incisa sulla sua tomba, per tramandarla alle generazioni future.
A noi contemporanei la verità di Yang non parla più a fondo che un qualsiasi proverbio del re Salomone. Ma nemmeno i figli dello stesso Yang, allora, poterono farsene granché. Si dice infatti che uno sia impazzito per la cruenta morte dell’amante in guerra, e l’altro, più giovane, si sia gettato da una scogliera, non si sa se per debiti o per amore non corrisposto.

Al pari di tante altre, la verità del maestro Yang si rivelò fin da subito una fragile illusione. Se questa illusione l’abbia effettivamente aiutato nel suo letto di morte a fare pace con l’idea che tanto l’aveva angosciato fin da ragazzo (che la vita continua indifferente al morire di un individuo, e che ciascuna storia rimane sempre incompiuta), esattamente non si sa. Quel che è certo è che essa non poté in alcun modo risanare i suoi figli dalle loro pene.

Per noi, oggi l’illusione di Yang non è che una vecchia iscrizione ricoperta di muschio.

2.

Nel giardino dei fiori rari e singolari

Nel giardino dei fiori rari e singolari, incontrare il lupo era la cosa peggiore che potesse capitare a un essere umano. Io e i miei amici questo lo sapevamo. Il giardino era grande e le probabilità di incontrare il lupo nell’arco di una vita erano poche. Sapevamo anche questo. Per questo avremmo potuto godere tranquillamente del giardino e di tutte le bellezze che aveva da offrire. Ma sapere che il lupo, per quanto lontano, fosse presente nel giardino insieme a noi minacciava sempre quella gioia; e, mano a mano che crescevamo, diventavamo sempre più consapevoli di quella minaccia. Alla fine, il pensiero costante che il lupo potesse nascondersi dietro ogni angolo finì col rendere la nostra lunga permanenza nel giardino simile ad un incubo.

Tuttavia in questo momento vorrei aggrapparmi a un ricordo ben preciso: ho chiara memoria di una serata passata insieme (eravamo ancora ragazzi) in cui, posso dirlo con totale certezza, arrivammo a dimenticarci completamente del lupo. Era un chiaro crepuscolo estivo, l’aria carica di odori. Non ricordo assolutamente cosa dicevamo, non so perché in quel momento fossimo tanto allegri. Ma sono sicuro che, quella sera, ognuno di noi poté esistere per qualche attimo nel giardino senza sentire la minaccia del lupo. Quella sera, potrei giurarlo, abbiamo vissuto nella leggerezza.

3.

Il segreto

C’era un regno malinconico e felice, adagiato sulle sponde di un lago. In fondo ad esso si credevano conservate le vestigia di quella che era stata la sua età dell’oro.
In un primo periodo furono tramandate le storie di quell’epoca leggendaria. Per diversi secoli i cantastorie raccontarono le gesta dei suoi eroi, le dinastie dei primi re. La vicenda della fondazione

della città, e della sua tragica sparizione, rimase materia di canto per molte generazioni, e allo stesso modo si conservarono fedelmente, passando di bocca in bocca, le precise descrizioni dei suoi palazzi meravigliosi, delle sue mura, dei suoi famosi giardini.
Poi, tutto questo venne dimenticato. Guerre e pestilenze si succedettero ponendo fine repentina a ogni tradizione. A rimpiazzare quelle storie fu la fantasia dei poeti e degli artisti, che nei secoli successivi immaginarono nuove favole e leggende riguardanti il lago. Così le loro invenzioni colmarono presto il triste oblio di quel passato straordinario, e l’antica città sommersa tornò ad essere il motivo più ricorrente nella cultura di quel regno. Le pareti delle sale reali, così come quelle dei ristoranti, delle locande e dei bordelli, la raffiguravano spesso e in modi sempre nuovi e inaspettati, giacché ogni pittore aveva la libertà di figurarsela come voleva. Questo in verità rispecchiava un atteggiamento comune a tutti gli abitanti: per ciascuno di loro infatti il mistero racchiuso in quelle acque finiva sempre per incarnare i suoi personali desideri e nostalgie. Quelli che all’ora del crepuscolo si fermavano a contemplarle, venivano presi da un sentimento di pace e serenità al solo immaginare quel che poteva trovarsi là sotto.

Anche io, in un sogno, ho abitato per qualche tempo in quel regno favoloso. C’era però qualcosa che mi teneva separato dagli altri, e che rendeva in qualche modo amaro il mio viver lì. Una notte, mentre passeggiavo assorto lungo le rive del lago, avevo visto l’acqua incresparsi e affiorare dalla superficie il dorso irsuto di un gigantesco mostro. L’attimo dopo era tornato tutto di nuovo immobile. Per un po’ ero rimasto lì nella vana attesa di una seconda apparizione; poi, con le prime luci dell’alba, me ne ero tornato a casa. Non seppi mai confidare a nessuno quanto avevo visto quella volta. Fino al mio risveglio, questo rimase il mio grande segreto.

4.

I miei animali

Una volta una signora messicana mi raccontò una storia della sua terra, che non ricordo bene, ma che mi aveva molto colpito per un’immagine: un gruppo di uomini si radunava attorno al fuoco per discutere un grave problema che minacciava il loro villaggio. Ciascuno di questi uomini era protetto, nel mondo degli spiriti, da un animale-guida. Mentre erano lì che discutevano la faccenda senza riuscire a venirne a capo, i rispettivi animali guida erano anch’essi radunati (dio sa dove) in assemblea; ma fortunatamente loro erano già arrivati a una soluzione, e li avrebbero aiutati. Quando ascoltai questa storia, fui preso da un improvviso desiderio di andare a fare visita ai miei vecchi animali-guida, che mi avevano protetto e mi erano stati vicini quando ero bambino. Andai nella mia prima casa, dove ero certo dovessero ancora abitare, ma non ne trovai nessuno. La mia stanza da letto era tutta vuota e piena di polvere, e così il resto dell’appartamento. C’era solo il mio vecchio padre, in cucina; mi disse che, se volevo rivedere i miei amici animali, li avrei trovati al museo di zoologia, perché erano lì che si erano trasferiti.

Più tardi, arrivai in quel luogo col cuore che mi batteva per l’emozione. Ma una volta entrato nel museo mi accorsi con sgomento che i miei animali erano tutti impagliati: l’alce, la tigre, la donnola, il ghepardo, il macaco, la balena, stavano tutti immobili e rinsecchiti, con i pezzi di pelle che si staccavano e la muffa che spuntava fuori dalle giunture. Eppure, guardando i loro occhi di vetro mi riusciva facile immaginare che fossero ancora vivi, e che avrebbero potuto parlarmi come un tempo, se fosse stato loro possibile aprire bocca.

 

Pubblicato il 28 giugno 2019