Paola Rocchi - Geografie reali e immaginarie nella scrittura femminile

Il difficile percorso dell’identità tra terra-matria e dis-matrie: il caso Scego e Durastanti

 

Scopo di questo lavoro è quello di proporre un’esplorazione del complesso e dialettico rapporto fra terra d’origine e identità nei testi di due scrittrici contemporanee dalle storie diverse ma parallele, esattamente come la loro scrittura.

Igiaba Scego e Claudia Durastanti sono due tra le voci più interessanti del panorama culturale attuale, autrici di romanzi apprezzati, protagoniste di operazioni culturali ed editoriali di rilievo in uno scenario piuttosto avaro di iniziative di respiro. Nonostante la diversità delle rispettive storie, le accomuna un percorso biografico e culturale fatto di molte appartenenze e altrettanti attraversamenti.

 

I - Il concetto di matria

Sulla soglia d’ingresso al nostro discorso, è necessaria una sosta che ci aiuti a definire il concetto di matria, neologismo nato per esprimere l’idea di un luogo, fisico e soprattutto metaforico, che accoglie oltrepassando e attraversando le appartenenze nazionali, «contrapposto alla patria come realtà storica definita dai discrimini dell’identità nazionale e dell’appartenenza nativa a un dato territorio».[1] Nato in contrasto con la declinazione nazionalista e fortemente identitaria dell’idea di patria, nel tempo radicalizzatasi dal significato originario di ‘terra dei padri’ a quello di ‘nazione’, il lemma ‘matria’ non si limita a completarne il senso rivendicando il ruolo delle donne nella secolare costruzione di paesi, comunità, culture, ma delinea un’alternativa possibile proponendosi come dimensione ospitale e spazio di convivenza non privo di conflitti, ma capace di accogliere senza prevaricare.

La questione è stata riproposta da Michela Murgia in un articolo di qualche anno fa, apparso sul settimanale «L’Espresso»,[2] connotato dalla radicalità che ha sempre contraddistinto le prese di posizione della scrittrice di recente scomparsa, a cui hanno fatto seguito, come prevedibile, reazioni viveci e spesso polemiche. Il dibattito è apertissimo, anche per le importanti implicazioni politiche e civili che si porta appresso. Una su tutte, quella relativa ai diritti di cittadinanza.

 

La lingua come spazio da abitare

In ambito culturale e letterario in Italia e in Europa, la pluralità di voci in campo, di provenienze varie, con storie di esilio, di spostamenti, di continui attraversamenti di frontiere conferisce al tema una ulteriore risonanza, che consente di rileggere il rapporto con la terra di origine in una luce diversa e, se possibile, ancora più complessa. Il filosofo Massimo Cacciari, nel 2019, è intervenuto in merito dichiarando che, in un mondo plurale come il nostro, l’unica forma di appartenenza possibile è nella lingua: «La lingua tanto più è ricca quanto più accoglie […]. La lingua è Matria, però, assai più che Patria; la lingua è materna» perché «nella lingua è possibile dimora anche allorché naufraga la Patria».[3]

Posizione condivisa e incarnata dalla poetessa rumena Rose Ausländer (1901-1988), ebrea di madrelingua tedesca, che, dopo gli orrori del Novecento, parlava di matria (‘Mutterland’, o ‘madreterra’, ‘terra madre’), che ha dimora nella lingua: «io vivo / nella mia madreterra / la parola».[4] E dopo di lei non saranno poche le scrittrici e le poetesse che negli ultimi decenni riscatteranno esistenze complesse, fatte di identità multiple, cercando uno spazio di residenza in una personalissima lingua abitabile, dimora di accoglienza e di libera espressione. Ne sono testimoni le cosiddette ‘scrittrici migranti’ o figlie di immigrati, nate o cresciute in Italia, che rappresentano una delle realtà letterarie più attive e stimolanti, come pure - sul fronte opposto - scrittrici che, pur nate da genitori italiani, hanno sperimentato un’erranza fisica, con radicamenti e sradicamenti plurimi, e più lingue da attraversare.

Di qui, la scelta di lavorare sui testi di Scego[5] e Durastanti,[6] che nasce in primo luogo dalla natura composita e stratificata di vicende umane e autoriali che si riconoscono nei due profili descritti sopra. I romanzi presi in esame saranno, rispettivamente, Cassandra a Mogadiscio[7] e La straniera,[8] ma via via richiameremo anche passi di altre opere o di interviste.

I due romanzi di riferimento, usciti a quattro anni di distanza l’uno dall’altro, hanno in comune la matrice autobiografica e la ricerca di un’identità complessa, a partire da almeno tre snodi tematici: a) il rapporto con la figura materna e il nesso Madre Natura; b) la definizione di geografie reali e immaginarie; c) il dialogo tra identità e lingue.

 

II. Madre Natura e madri nella natura

 

II, 1 - Madri che nascono dalla terra

In entrambi i romanzi il rapporto tra le protagoniste, evidenti proiezioni autobiografiche delle due scrittrici, e la Natura, intesa anche come terra-madre, è mediato dalla figura materna. Se è vero che il recupero delle storie personali e della propria famiglia non può prescindere da entrambe le figure genitoriali, il ruolo giocato dalle due madri è certamente più rilevante e occupa nelle vicende uno spazio considerevole.

È peraltro singolare che le figure materne, diversissime tra loro per cultura e storie personali, provengano da luoghi in cui la natura si manifesta nella sua forza quasi ancestrale: Chadigia, la madre (hooyo in somalo) di Igiaba - nasce in una tribù di pastori e cresce nel Nord del Paese, a Gibuti - si sposta a Mogadiscio per poi seguire nell’esilio il marito, un diplomatico che è costretto a espatriare dalla Somalia in Italia per motivi politici; la madre della Straniera è figlia dei calanchi lucani, trascorre la giovinezza a Roma per poi spostarsi negli Stati Uniti dove nascono i suoi figli, che trascina con sé quando decide - dopo la separazione dal marito - di far ritorno nella terra d’origine.

Nel ricostruirne le storie, le due scrittrici mettono in forte risalto l’impasto che lega insieme le due donne alle rispettive origini.

Da Cassandra a Mogadiscio:

 

Mia madre non sa contare gli anni. È una figlia della boscaglia, una pastora nomade, una che si è trasferita in città, e quindi sedentarizzata, solo verso i dodici anni. Mia madre non sa quando è nata veramente […]. Sa che è nata. […] Di quei suoi primi anni hooyo ricorda la vita con gli agnellini. Se ne stava in un angolo dell’aqal, così si chiamavano le case nomadi della boscaglia. Cucciola di uomo con cuccioli del gregge. Si rotolava nella terra rossa, rideva, […], inseguiva gli altri bambini in mezzo ai finimenti rosso fuoco dei dromedari, tagliava la coda agli scorpioni, dava il tormento agli uccellini. […]

Ha nostalgia di quell’ambiente rurale. Quell’ambiente in cui l’uomo non è estraneo alla natura, ma un suo ingranaggio. Però non nasconde la durezza di quell’esistenza raminga[9].

 

Nella Straniera, così è descritta la nascita della madre, considerata dalla sua stessa famiglia «una forestiera, una ragazza incomprensibile» anche a causa di una menomazione fisica (diventerà sorda per via di una meningite infantile):

 

Mia madre è nata gli ultimi giorni del 1956 in una masseria sul fiume Agri, in Basilicata. Di solito i miei nonni materni alloggiavano in paese d’inverno e non in quel fabbricato mezzo distrutto, ma erano stati sorpresi da una nevicata e così mia madre è nata in una stalla circondata da gatti bestie magre. […] Quando ero piccola, mia madre mi portava a passeggiare lungo il fiume vicino al quale era nata, e io faticavo a ricongiungerlo con le acque mitiche e tumultuose in cui era stata immersa a quattro anni per farle abbassare la febbre della meningite.[10]

 

La ricerca del contatto con la terra-madre è una costante nello straordinario personaggio che Durastanti costruisce sulla figura materna, una costante che tiene insieme una vita fatta di passaggi, di spostamenti, di re-insediamenti continui:

 

Verso i quindici anni mia madre si è trasferita a Roma, ed è stato in quel periodo che ha imparato a scappare. […] Qualche volta usciva di notte per allontanarsi dalla zona di Boccea in cui si trovava il suo convitto - era ancora una borgata all’epoca - e camminava per chilometri lungo le maglie della città sbrindellata, tra campi di erba incolta e paludi salmastre alla ricerca di un parco, poi si addormentava in posizione fetale sotto gli alberi, con le mani strette tra le cosce, assorbendo la rugiada sulla schiena […][11].

 

Entrambi i personaggi delle figlie, a un certo punto, interrogando le madri sul senso di questo legame, arrivano, se non a metterlo in discussione, a indagarne le ragioni profonde e a ricercarle anche in sé stesse.

La protagonista della Straniera incalza la madre:

 

‘Avevi un posto in cui dormire, avevi da mangiare. C’erano delle persone che si preoccupavano per te, perché andavi via?’ le chiedevo quando mi parlava di queste fughe che avrei imitato senza lo stesso successo durante l’adolescenza.

‘Volevo sentirmi libera.’ Gli unici posti in cui mia madre si sia mai sentita immune dagli assalti invisibili alle sue spalle erano le foreste e le strade[12].

 

II, 2 - Un legame incognito

In Cassandra a Mogadiscio, la figlia s’interroga sulla nostalgia che lega la madre alla sua infanzia:

 

Quando mi parla della vita nella boscaglia, io non riesco a visualizzarla bene. Sono nata a Roma […] E per capire le origini di mia madre ogni volta devo chiudere gli occhi. Stringerli forte. E poi farmi inondare di giallo. Tutto il corpo, nella sua interezza. E vedere attraverso quella cecità temporanea la terra arida della savana dove hooyo ha trascorso l’infanzia. E dove piove poco. A sprazzi violenti.

Devo visualizzare la siccità, la sete, il bestiame a cui badare, le lunghe traversate alla ricerca di pozzi d’acqua […]

E poi devo mettermi nei panni di chi è sempre costretto a difendersi. Dai nemici. Dalle tempeste. Dal sole cocente. Dalle belve feroci. Dalle epidemie continue. Da vite lontane che non sono la sua.[13]

 

In entrambi i casi, sia pur in contesti molto diversi per storia e geografia, affiora sulla pagina un legame ancestrale in cui sintonia e distonia fanno scintille e ci restituiscono universi di senso che affondano in storie di antenati, di rituali antichi, persino selvaggi, i cui significati risultano reconditi, incomprensibili nel tempo presente delle figlie. La Madre e la Terra non si definiscono come mondi idealizzati, secondo un mito delle origini che si trasmetta in modo lineare e pacifico, ma come territori di confine lambiti ma difficili da conquistare. La protagonista di Cassandra a Mogadiscio subisce la scelta della madre di tornare in Somalia nel bel mezzo di una guerra civile e la somatizza. La sua lontananza le accende in corpo la smania di liberarsi, insieme al cibo, anche di un dolore irrisarcibile, il Jirro che la abita dentro, che abita dentro tutti coloro che sono stati espulsi da qualcosa e sono comunque pervasi dalla sua assenza.

Nel romanzo di Durastanti, la figlia vive la difficoltà di sintonizzarsi con il rapporto madre-natura in termini solo in apparenza meno estremi:

 

Invece di dormire, la notte mia madre si metteva a consultare i tarocchi e quando passeggiavamo per le aree rosicchiate dal terremoto del 1980, cercando reperti tra le case crollate ricoperte dai licheni, mi diceva che lì ci aveva vissuto qualche strega; raccoglieva ginestre e pelli di serpente per portarle a casa, scambiava sangue di gallina riverso a terra per l’indizio di un sacrificio malefico fatto contro di lei, ed era impossibile farle capire che la natura non era fatta di segni, ma di inganni.[14]

 

Un paesaggio apocalittico, lunare e deserto, in cui ci sente a un passo dallo scoprire i segreti di ere geologiche lontanissime; eppure quella natura che si offriva con i suoi rituali ancestrali e le sue magie non può per la protagonista esser letta neanche con gli studi sul mondo lucano di Ernesto De Martino e di Carlo Levi. L’approccio antropologico, appreso all’università, risulta un attrezzo inservibile, e finisce sul banco degli imputati a sua volta: il paesaggio della Basilicata degli anni ’90 non appare così diverso da quel «New Jersey dove abitava mio zio Paul, un luogo di rotonde e strade laconiche privo di centro.  In Basilicata ho ritrovato la stessa dispersione dei sobborghi americani».[15]

Lo specchio della natura originaria s’infrange e restituisce ad entrambe le protagoniste una condizione di estraneità molto simile. Figlie di una società globalizzata, stentano a trovare un legame con le origini; cercano e trovano, piuttosto, codici di riferimento nella cultura pop, fatta di canzoni e festival di Sanremo, serie televisive cult e insegne di Mc Donald’s.

 

II, 3 - De-costruire per ri-costruire

Lo iato che si crea tra madri e figlie, figlie e ricerca delle origini è uno iato necessario: solo vivendo la separazione (fisica, simbolica, di mondi e di codici) può avvenire quel processo di de-costruzione di alcuni concetti-chiave (origini, identità, famiglia) e dei relativi stereotipi, essenziale per ripensarli in una prospettiva diversa, persino sorprendente come vedremo. Gli strumenti di questa de-costruzione/ri-costruzione passano, nel caso di Scego, attraverso la ricerca delle testimonianze, delle narrazioni orali, dei ricordi di una Somalia in cui non esistono più archivi a causa della guerra, e di cui solo le persone che sono sopravvissute possono dirsi ‘archivi’. Archivi viventi. Ma si tratta di un lavoro complicato, non solo per via della perdita fisica dei documenti, ma soprattutto perché molti ricordi sono stati rimossi o sono taciuti, e ciò che è arrivato è il frutto distorto dalla retorica colonialista. La scrittrice conia un neologismo particolarmente efficace per rendere il disagio di questa condizione di non-appartenenza tipica degli esuli, dismatria, che dà un nome al taglio doloroso del cordone ombelicale che li lega alla loro matria, in questo caso alla Somalia.[16]

Anche Durastanti, in un’intervista, ha affermato di aver riconquistato un’identità italiana attraverso la letteratura, si sofferma a riflettere sul concetto di patria:

 

Tutti i posti che ho abitato confluiscono in una sorta di grande patria immaginata: credo molto nei luoghi come fantasmi che fanno rumore e provocano interferenze, e io sono infestata da tutti i paesi da cui sono passata.

Per me scrivere la distanza è possibile solo nel momento in cui c’è una partenza che fa sì che di una città o di un luogo rimangano solo alcuni elementi che diventano il fulcro della narrazione. I posti ti assillano, ti ossessionano, e solo abbandonandoli si può avere la chiarezza per raccontarli e capirli. Per me scardinare gli stereotipi è possibile solo tramite una partenza[17].

 

E nella Straniera questo percorso passa attraverso il rapporto conflittuale con la madre, che si origina da una distanza, più che fisica, comunicativa: il linguaggio di una donna sorda, fatto di lunghi silenzi e di toni improvvisamente alti e irregolari, dovuti al rifiuto da lei imposto ai familiari di imparare la lingua dei segni. Questa scelta fa di lei non una disabile ma una straniera, una persona irregolare, una «nebulosa», incomprensibile ai suoi stessi figli.

 

III -Geografie reali e immaginarie

 

Accanto alla lingua, l’altro cuore affettivo delle mie memorie infantili è la geografia, specialmente nelle sue trasposizioni simboliche: partenze, arrivi, addii, esilio, nostalgia, senso di appartenenza, esperienza del viaggio

 (Edward Said)

 

III, 1 - Mappe e carte geografiche

In entrambi i romanzi, le protagoniste dovranno imparare, a partire dal distacco, dall’alienazione che sempre accompagna gli s-matriati, a ridefinire le proprie geografie interiori per ricostruire i propri percorsi esistenziali, ridisegnare mappe e carte geografiche per ri-trovarsi e ri-trovare legami. Quando parliamo di rappresentazione geografica, non siamo di fronte a un’immagine metaforica, anche piuttosto scontata se vogliamo, ma a qualcosa di molto più concreto e tangibile, che ha bisogno di materia, anche organica e vivente, per prendere vita.

In una delle prime prove letterarie di Igiaba Scego, La mia casa è dove sono, la percezione dell’assenza, gli strappi, i buchi nella memoria del proprio passato, Mogadiscio, le altre città che si sono sovrapposte nella zigzagante storia familiare, si depositano su un grande foglio di carta, si fanno disegno, scritte su post-it colorati e intercambiabili: una mappa mobile, precaria, continuamente in movimento come tutte le esistenze diasporiche. Una mappa che, nel suo sovrapporre geografie reali e immaginarie, si fa autorappresentazione di un’identità individuale che si cerca e si trova solo in una forma mobile, scomponibile e ricomponibile.[18]

Questo complesso lavoro di ricerca, fatto più di paradigmi indiziari che di certezze, culmina in Cassandra a Mogadiscio, dove i confini si allargano e i fili della trama intrecciano la storia della protagonista con quella dei suoi genitori, entrambi esuli somali, e più indietro ancora. È come se la mappa passasse da una prospettiva bidimensionale a una sorta di tridimensionalità, che cerca la profondità della storia oltre alla collocazione nello spazio. L’esito non è però quello di un solido dai volumi netti e definiti, piuttosto quello di un prisma che ruota su sé stesso, in cui i luoghi e le storie si sovrappongono continuamente tanto da riempire le pagine «di sospiri e di salti temporali», di percorsi zigzaganti, di volta in volta aggrappata a ricordi contraddittori, che riscrivono costantemente la medesima storia trasformandola in un oggetto mutante. Al punto che la voce narrante ammette di essere «una biografa titubante. E ignara»[19].

La mappa di Igiaba tanto assomiglia alle mappe medievali in cui i luoghi coesistevano secondo logiche simboliche e valoriali, in barba alle distanze fisiche e alle proporzioni, ma è anche una carta sentimentale, degli affetti e del cuore, che dà consistenza e nome ai paesaggi bucati e disastrati dell’anima, provando a tenere insieme identità multiple:

 

Sono cosa? Sono chi?

Sono nera e italiana.

Ma sono anche somala e nera.

Allora sono afroitaliana? Italoafricana? Seconda generazione? Incerta generazione?

[…]

Sono un crocevia, mi sa. Un ponte, un’equilibrista, una che è sempre in bilico e non lo è mai. Alla fine sono solo la mia storia. Sono io e i miei piedi.

Sì, i miei piedi…[20]

 

III, 2 - Doppia dimensione: topografico-spaziale e temporale

Curiosamente, l’immagine della rappresentazione della storia familiare come un paesaggio naturale torna anche nel romanzo di Claudia Durastanti. Anche in questo caso la sua rappresentazione si sviluppa tanto su una prospettiva orizzontale che verticale.  Si delinea infatti attraverso i luoghi che hanno visto andare e venire i personaggi: dalla Basilicata agli Stati Uniti, dall’Umbria a Roma, da Roma a Londra. Luoghi che alla fine si sovrappongono e finiscono per assomigliarsi tutti.

Ma proprio questa sovrapponibilità dei luoghi induce la protagonista a scavare, ad affondare nei livelli geologici per recuperare dentro sé stessa la stratigrafia del paesaggio familiare. A questo punto, la carta geografica familiare acquista anche una profondità verticale, in cui si saldano lo spazio e il tempo. Uno dei passi più folgoranti del romanzo inizia così: «La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.»[21]

Anche per Durastanti, dunque, luoghi e paesaggi si fanno corpo, il corpo stesso della scrittrice. Come la distribuzione in superficie delle rocce diventa fonte di informazione sull’evoluzione della Terra, attraverso i milioni di anni della sua storia, così dentro quel corpo-paesaggio si può rileggere  l’eco lontana delle storie che come fossili si sedimentano di generazione in generazione e di cui noi incorporiamo inconsapevoli solo i residui, che però portano in sé una segreta intelligenza primitiva capace di muovere i destini e farli incontrare, anche per puro scopo di conservazione o di sopravvivenza.

 

IV - L’unico paese abitabile è la lingua

 

Prima, sotto l’influenza di Vico, ho capito che i popoli fanno la loro storia. Che la storia non è come la natura. È un prodotto umano. Ho capito inoltre che noi possiamo creare le nostre stesse origini. Non sono date, sono atti di volontà

(Edward Said)

 

 

IV, 1 - Raccontarsi è ri-creare costantemente il proprio passato

In questa ricerca dei tanti sé che si è stati e che si è, l’incontro con le madri dopo la separazione torna come un passaggio rinviato ma inevitabile. A volte si ha la sensazione che si tratti di incontri mancati, in cui le reticenze prevalgono sulle parole, il non-detto sul detto. La madre di Igiaba non sa leggere né scrivere - o almeno questo ha sempre creduto la protagonista - , dovrebbe dunque affidarsi al racconto orale, ma veniamo avvertiti a più riprese che la donna è restia a raccontare - soprattutto la guerra - e che, anche quando si dispone a farlo, il filo si svolge confuso, si interrompe, si riavvolge su sé stesso. Ma ciò che, dopo essersi riunite, diventa chiaro nella mente della figlia è che sarà lei ad avere il compito di mettere per iscritto quel racconto orale, rapsodico, continuamente interrotto, e di rammendarlo con l’arte della parola, ereditata dall’arte del ricamo di cui la madre era depositaria. Igiaba raccoglierà il testimone e troverà una lingua per dire ciò che la storia ufficiale ha da sempre taciuto:

 

Aabo, hooyo, so che i nostri antenati non hanno conosciuto la lingua scritta e non penso che chi ha le risorse e l’istruzione per scrivere sia migliore degli altri: ma vi ringrazio per avermi fatto dono di questo strumento invisibile e potente, perché tramite esso canto la nostra gente. […] L’alfabeto, la mia gioia, la mia ultima immagine[22].

 

In questo ruolo di cantora, l’incontro con la materia biografica e autobiografica obbliga a una rivisitazione continua di orizzonti mobili, in cui le storie non sono riflesso limpido dell’accaduto, ma ricerca, interrogazione, ri-costruzione, che spesso si fa costruzione del passato. L’autobiografia - dice Scego nell’ultimo capitolo che funge anche da ringraziamento - «è affascinante per il suo costruirsi in costante movimento. Il passato non è mai fermo, segue i nostri cambiamenti. […] Tutto è legato a quanto siamo disposti a scavare e ad accettare ciò che il passato ci svela. E poi c’è la parola dell’altro, che apre e chiude spiragli.»[23]

La madre di Claudia - come sappiamo - è sorda e questo conferisce una natura tutta particolare alla comunicazione con la figlia. Una comunicazione fatta di silenzi più che di parole, o di parole dotate di un senso tutto loro (nel romanzo si mette in evidenza che ironia e metafora sono territori inaccessibili per la madre). La riconquista della voce per la protagonista passa attraverso la letteratura come luogo da abitare, e di una lingua in cui farlo, fino a riconciliarsi con l’autobiografia, «la bastarda dei generi letterari, perché abbassa la soglia: è in mano ai rifugiati, donne, disabili, sopravvissuti all’Olocausto, sopravvissuti a qualsiasi cosa».[24]

Anche per Durastanti, come per Igiaba Scego, l’autobiografia è un approdo inseguito e raggiunto sulle rotte materne: «Mia madre lavora a una sorta di autobiografia da quando è nata».[25] E anche per lei, la rivelazione è che rileggere sé stessi significa «inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta»[26] e che ogni operazione in cui si usi la prima persona nasce all’insegna della finction, parola che sta a «definire non qualcosa di falso, ma qualcosa di costruito, un plancton che cresceva anche sui miei quaderni autobiografici in soffitta ».[27]

Chiudere il cerchio?

Nella ricostruzione biografica e autobiografica che di fatto può essere solo una costruzione attraverso la lingua e la parola letteraria, chi scrive è chiamato a chiudere un cerchio e, seppur tra le crepe e le faglie delle terre desolate del passato, riesce forse a intravedere il punto di inizio, quel punto da cui tutto si è generato:

 

Quando sono nata, hooyo disse ad aabo che era tornata un’antenata. Una figlia arrivata da un passato ancestrale per proteggerli […].

Mi prende le mani. Sono una sua antenata. La guardo da un tempo antico. Sono anche sua figlia[28].

 

Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi ai margini di tuo padre e di tua madre [… E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l’eco di una mitologia anteriore[29].

 

 

 Bologna, 29 maggio 2026

 

 


[1] La citazione è tratta da Vocabolario Treccani online (https://www.treccani.it/vocabolario/matria_(Neologismi)/). Ultimo accesso il 7 gennaio 2025.

[2]    Michela Murgia, Il concetto di patria ha fatto solo danni. Cominciamo a parlare di Matria, «L’Espresso», 15 novembre 2017.

[3] Massimo Cacciari, Ma quale Patria? Si chiama Matria ed è la nostra lingua, «la Repubblica», 9 maggio 2019.

[4] Rose Ausländer (Czernowitz 1901–Düsseldorf, 1988) nasce in Bucovina, regione situata a nord della Moldavia, oggi in Romania, ebrea sopravvissuta alla deportazione, emigra due volte in America, prima e dopo la Seconda guerra mondiale, dopo diverse peregrinazioni, si trasferisce in Germania. Non riconoscendo in nessuno di questi Paesi la sua terra madre, elegge come matria la lingua tedesca, che non ha mai abbandonato. La lirica citata ha come titolo originale in tedesco Mutterland (Terra madre) e fa parte della raccolta omonima del 1978. La traduzione è di Anna Maria Curci.

[5]        Igiaba Scego nasce a Roma nel 1974 da genitori somali, esuli dalla Somalia per motivi politici. Si affaccia giovanissima alla scrittura giornalistica e alla narrativa e con il racconto Salsicce vince il premio Eks&tra nel 2003. Il racconto, insieme all’altro dal titolo Dismatria entra nella raccolta Pecore nere (Laterza, Roma-Bari 2005), scritta insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi. Tra i suoi romanzi, spesso di matrice autobiografica: Oltre Babilonia (Donzelli, Roma 2008), La mia casa è dove sono (Rizzoli, Milano 2010; ripubblicato da Loescher, Torino 2012) Adua (Giunti, Firenze 2015), La linea del colore (Bompiani, Milano 2020).  L’ultimo romanzo, Cassandra a Mogadiscio, è uscito nel 2023 sempre per Bompiani. Collabora con diverse testate giornalistiche ed è molto attiva sul fronte dei diritti civili e del recupero della memoria storica della dominazione coloniale nella terra d’origine dei suoi genitori.

[6] Claudia Durastanti, scrittrice e traduttrice, è nata a Brooklyn nel 1984 da genitori italiani. A sei anni torna con la madre e il fratello in Basilicata, da dove erano partiti i nonni materni alla volta degli Stati Uniti. A diciotto si trasferisce a Roma per studiare antropologia alla Sapienza e da lì a Londra, dove ha vissuto per vario tempo. Con La straniera (La nave di Teseo, Milano 2019) è entrata nella cinquina del Premio Strega 2019. L’ultimo suo romanzo, Missitalia, è uscito per lo stesso editore nel 2024. È tra i fondatori di FILL - Festival of Italian Literature in London, e fa parte del comitato editoriale del Salone del Libro di Torino. Oggi dirige il marchio editoriale collegato a La nave di Teseo, La tartaruga, per cui ha recentemente riedito le opere di uno dei nomi più importanti e dimenticati della storia del femminismo italiano, Carla Lonzi.

[7] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio, Milano, Bompiani 2023. Il libro è costruito sotto forma di lettera alla giovane nipote, figlia del fratello, che vive in Canada e le scrive in italiano, cui Scego racconta la storia della famiglia intrecciandola a quella del Paese d’origine, all’esperienza della diaspora e al trauma della guerra civile.

[8] Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, Milano 2019. Inserire brevi cenni alla trama.

[9] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio …, cit., pp. 81 e 85.

[10] Claudia Durastanti, La straniera …, cit., pp. 15-16.

[11] Ivi, 31.

[12] Ibidem.

[13] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio …, cit., p. 89.

[14] Claudia Durastanti, La straniera …, cit., p. 117.

[15]   Ivi, p. 61.

[16] Igiaba Scego, Dismatria, in Pecore nere. Racconti, a cura di F. Capitani e E. Coen, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 11: «Eravamo dei dismatriati, qualcuno aveva tagliato il cordone ombelicale che ci legava alla nostra matria, la Somalia. E chi è orfano di solito che fa? Sogna. E così facevamo noi. […] Nel cuore però portavamo il tormento degli esuli».

[17] La citazione è tratta dall’intervista Straniera in casa di Matilde Quarti, apparsa sul blog iluz.it.; stralci dell’intervista sono leggibili al link https://it.wikiquote.org/wiki/Claudia_Durastanti. Ultimo accesso: 9 gennaio 2025.

[18] Igiaba Scego, La mia casa è dove sono Loescher, Torino, 2012, pp. 23-24: «Disegnavamo Maka al Mukarama perché i nostri ricordi stavano sbiadendo. La nostra città era morta dopo la guerra civile, i monumenti distrutti, le strade squarciate, le coscienze sporcate. Avevamo bisogno di quel disegno, di quella città di carta per sopravvivere. […] In quelle strade non sono nata. Non sono cresciuta. […] Ma rivendicavo quella mappa con forza […]. Dopo due ore di disegno eravamo sfiniti […] ‘Questa mappa è bellissima’, pensai. […] ‘Esiste questa città, mamma?’».

[19] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio …, cit., p. 193.

[20] Igiaba Scego, La mia casa è dove sono …, cit., pp. 34-35

[21] Claudia Durastanti, La straniera …, cit., p. 63.

[22] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio …, cit., p. 359 (la parola somala aabo significa ‘papà’).

[23] Ivi, p. 363.

[24] Claudia Durastanti, La straniera …, cit., p. 230.

[25] Ibidem.

[26] Ivi, p. 63.

[27] Ivi, p. 232.

[28] Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio …, cit., pp. 75 e 211.

[29] Claudia Durastanti, La straniera …, cit., pp. 63-64.