Sono passati cinquant’anni dal colpo di Stato che portò al potere in Argentina la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla. Era il 24 marzo 1976: la presidente Isabelita Peron fu destituita, fu proclamata la legge marziale e fu annunciato l’avvio del Proceso de Reorganización Nacional, un programma di riordino e moralizzazione della società e di lotta contro il terrorismo che insanguinava da lungo tempo il Paese. In definitiva, si trattava di incanalare le spinte populiste, nazionaliste e religiose per disciplinare la società argentina ad ogni costo, anche con il terrore. Ne seguì un periodo di repressione di ogni libertà, di inaudite e indiscriminate violenze, delitti, rapimenti, torture, una scia di orrori malamente nascosti. Al crollo definitivo del regime nel 1983 si contavano almeno 30.000 vittime, molte delle quali sparite nel nulla, i desaparecidos. Era l’epilogo del “Secolo breve” che in Argentina, come in tutta l’America latina, era stato un devastante susseguirsi di guerriglie sanguinose e di golpes militari, tentativi di restaurazione democratica e insurrezioni rivoluzionarie.
Per non dimenticare questa storia e comprendere le radici profonde dei problemi che affliggono oggi l’America latina, sono apparse in questi anni svariate pubblicazioni, autorevoli e documentate. Tra quelle in italiano vanno segnalate di Loris Zanatta La nazione cattolica (2014), Il populismo gesuita. Perón, Fidel, Bergoglio (2020) e Bergoglio. Una biografia politica (2025); di Marcos Novaro La dittatura argentina 1976-1983 (2013); di Benedetta Calandra La memoria ostinata. H.I.J.O.S. I figli dei desaparecidos argentini (2006); di Benedetta Calandra e Francesco Davide Ragno Argentina. Biografia di una nazione dall'indipendenza a oggi (2025) e di Nicolás Rapetti, Né oblio né perdono. Argentina 1976-2026 (2026). Per un profilo complessivo del contesto storico nei vari paesi sudamericani, di Loris Zanatta Storia dell’America latina contemporanea (2017).
E, sempre in lingua italiana, abbiamo anche un nutrito numero di opere, più letterarie ma non meno significative, di genere memorialistico, biografico e autobiografico, o anche più schiettamente finzionale. Seguendo un percorso cronologicamente inverso, se ne propone qui una piccola rappresentativa selezione. Si tratta di testi scritti negli ultimi 25 anni da autori italiani, italo-argentini e argentini. Il primo e di più recente pubblicazione è Adelaida (2024), dello scrittore italo-argentino Adrián N. Bravi. Questo breve romanzo viene analizzato più ampiamente, come “testo pilota”, per individuare caratteristiche comuni riscontrabili anche nelle numerose precedenti opere dello stesso filone. Seguono La solitudine del sovversivo di Marco Bechis (2021), Il ritorno di Alberto Manguel (2010), Prima della fine. Racconto di un secolo di Ernesto Sábato (2000), I vent’anni di Luz di Elsa Orosio (2000), Tre cavalli di Erri de Luca (1999), Le irregolari: Buenos Aires horror tour di Massimo Carlotto (1998). Tutte, a vari livelli e con differenze anche rilevanti, sono opere di tema politico, o anche intenzionalmente politiche, tutte sono prevalentemente incentrate sulla vita privata e intima di personaggi normali, se non oscuri, vittime involontarie o poco consapevoli, più che eroici protagonisti, dei giochi della politica. Nell’età contemporanea, ancor più che nel passato, la letteratura ha il compito di rappresentare, dietro la grande storia e i grandi sommovimenti, le infinite storie individuali condizionate, conculcate e soffocate dagli apparati degli Stati totalitari o dall’organizzazione pervasiva della società di massa. In questo senso, parafrasando Balzac, la letteratura nel suo complesso dimostra davvero di poter diventare una “storia privata delle nazioni”,[1] una storia plurale, che, recuperando nell’agire storico la dimensione individuale e il principio della responsabilità soggettiva, pone sempre ognuno di noi di fronte alla questione ineludibile della verità e delle conseguenti scelte etiche.[2]
PICCOLA PREMESSA SULLA “BIOGRAFIA”
La biografia è un genere letterario che nasce nell’antichità, originariamente legato all’apologia, al panegirico, all’elogio funebre, cioè a discorsi prodotti per occasioni specifiche e con specifiche funzioni e finalità celebrative,[3] Di per sé è, quindi, un genere spurio, polimorfo, aperto e modificabile.[4] Gli interrogativi metodologici e gnoseologici posti in età moderna a proposito della biografia e, in particolare, sui contenuti di verità e sui rapporti con la storiografia e le scienze sociali, ma anche sul problema dei limiti della libertà e della razionalità umana, restano validi e attuali per qualunque tipologia di narrazione biografica.[5]
Per una sua definizione preliminare di “biografia” si può ricorrere alle parole lucide e sempre valide di Daniel Mandélat, secondo cui la biografia è «Récit ecrit ou oral, en prose, qu’un narrateur fait de la vie d’un personnage historique (en mettant l’accent sur la singularité d’une existence individuelle et la continuité d’une personnalité)».[6]
Ma quali sono, in pratica, le regole di una buona biografia (e per buoni biografi)? Ecco il decalogo, secondo Hermione Lee:
«1) La storia deve essere vera. 2) La storia deve coprire l'intera vita. 3) Nulla deve essere omesso o nascosto. 4) Tutte le fonti utilizzate devono essere identificate. 5) Il biografo deve conoscere il soggetto. 6) Il biografo deve essere obiettivo. 7) La biografia è una forma di storia. 8) La biografia è un'indagine sull'identità. 9) La storia deve avere un qualche valore per il lettore. 10) Non ci sono regole per la biografia».[7]
Queste indicazioni operative non devono oscurare un altro assunto di base della scrittura biografica: non è possibile raccontare e comprendere una vita reale come una serie unica e autosufficiente di eventi successivi, senza altro legame che l’intestazione a un «soggetto» contraddistinto da un nome proprio. Gli eventi biografici, invece, si definiscono solo nel loro spazio sociale e a loro volta aiutano a definire lo spazio sociale[8]. La biografia tenta insomma una sorta di ricostruzione integrale della vita attraverso il racconto ed è nell’arte del raccontare e nell’affabulazione che anima i personaggi che avviene l’osculazione tra genere biografico e genere romanzesco. Il biografo dà infatti alla sua narrazione lo stesso slancio conoscitivo e affettivo del romanziere verso il suo soggetto, con la differenza che ne tratta uno vero. L’anelito e, talvolta, l’ossessione del biografo[9] verso ciò che non ha conosciuto o che è andato perduto si riflette, come scrive Richard Holmes, nella scrittura biografica e nelle contrastanti valenze in essa compresenti:
«[La biografia] riguarda quel tipo di verità umana, in bilico tra fatto e finzione, che un biografo può ottenere mentre racconta la storia della vita di un altro, e in tal modo la rende sia propria (come un'amicizia) sia del pubblico (come un tradimento). Chiede cosa possiamo sapere, e cosa possiamo credere, e infine cosa possiamo amare».[10]
Il libro racconta le vicissitudini di Adelaide Gigli (o, come nel titolo, «Adelaida» con la «a» finale, secondo la pronuncia ispanica bonaerense), una delle figure più originali, anticonformiste ed emblematiche del panorama artistico e culturale argentino tra gli anni ’50 e la metà degli anni ’70 del Novecento.
Nata a Recanati nel 1927, Adelaida nel 1931 si trasferisce a Buenos Aires al seguito del padre Lorenzo che ha ottenuto la cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti della città. In Argentina prende la nuova cittadinanza, studia alla facoltà di Lettere ed è tra i fondatori della rivista «Contorno», principale riferimento della cultura engagée nell’Argentina degli anni ’50. Si dedica alla scrittura, alla scultura, in particolare alla coroplastica, fa politica attiva, fiancheggia e protegge i rivoluzionari e diviene un’attivista del movimento per i diritti civili. Si sposa con lo scrittore David Viñas e ha due figli (Maria Adelaida, detta Mini, e Lorenzo Ismael), entrambi desaparecidos durante dittatura militare. Nel 1976, entrata nella lista dei ricercati della polizia segreta del regime, Adelaida ritorna in modo rocambolesco in Italia e si stabilisce a Recanati, suo paese di origine, dove prosegue il suo percorso artistico e dove si spegne nel 2010 dopo una lunga malattia. Oggi nella città di Recanati due luoghi ricordano Adelaide Gigli: il parco a lei intitolato e il Giardino delle parole interrotte, in memoria dei suoi due figli e di tutte le altre vittime del regime militare argentino degli anni Settanta.
BIOGRAFIA, BIOGRAFIA TESTIMONIALE, BIOGRAFIA ARTISTICA: CHE COS’È ADELAIDA?
Adelaida è un’opera fondamentalmente biografica e, a ben vedere, potrebbe rientrare tra le cosiddette “biografie testimoniali”, quelle cioè scritte da chi dichiara di aver conosciuto personalmente il personaggio biografato ed è perciò autorizzato nel patto narrativo ad attingere anche a ricordi personali non documentabili[12]. Inoltre, la cruciale funzione del narratore, indistinguibile dall’autore, viene ulteriormente complicata dal fatto che Adelaida è intenzionalmente una “biografia artistica”, visto il dichiarato proposito di portare alla luce l’intreccio tra vita e carriera di un’artista donna, presentata come una «grande artista» (p. 140), ma «ancora sconosciuta, difficile da inquadrare» (p. 125). Tuttavia, a differenza delle canoniche “vite” d’artista, secondo il complesso paradigma affermatosi con Giorgio Vasari (1511-1574)[13], nelle quali l’approccio storico-biografico si pone lo scopo precipuo di risolvere l’enigma della creazione artistica e di illuminarne la genesi, le condizioni, lo sviluppo nel tempo e darne una specifica interpretazione attraverso le vicende della vita reale, in Adelaida la prospettiva si ribalta e, diciamo per semplificare, l’attività artistica e le sue realizzazioni non costituiscono il focus narrativo, ma restano sullo sfondo e vengono utilizzate strumentalmente per arrivare a cogliere l’esperienza vissuta dell’artista, analogamente al rapporto che l’artista stessa dichiarava di avere con la propria arte:
«[Adelaida] cercava la vita attraverso le parole e la creta […] Era l’atto creativo la ricerca costante di dare senso al proprio passato, per riconoscerlo nella propria voce, che la spingeva e la teneva in vita. Non le era mai interessata l’anima o il destino dell’anima, così come non le interessavano gli artisti in prima linea, come li chiamava lei, facendosene beffe. […] L’arte era la creta informe che prendeva vita tra le mani e la vita un’oscurità da illuminare e che sta qui e muore insieme a noi». [p.121]
C’è, dunque, una corrispondenza procedurale tra la costruzione della scrittura biografica “testimoniale” di Adelaida e la concezione di attività artistica che si esprime nella realtà biografata:
«Per lei [Adelaida] era più importante l’esercizio dell’arte, l’urgenza dell’atto creativo, l’essere sempre all’opera, piuttosto che l’opera in sé. […] Non cercava alcun riconoscimento. Le bastava essere al lavoro, modellare le sue opere, senza preoccuparsi del destino che avrebbero avuto. Era più interessata al percorso che all’opera in sé. L’opera, una volta conclusa, poteva pure volatilizzarsi. Non cercava alcun tipo di consacrazione» (pag. 86).
STRUTTURA, NARRATORE, FONTI: COME È RACCONTATA LA STORIA?
Adelaida è strutturata in due parti cronologicamente non lineari e con i piani temporali del presente e del passato spesso intersecati: nella prima, intitolata L’inatteso (pp. 9-74), si procede dagli avvenimenti dell’infanzia, con brevi cenni alla precedente storia della famiglia Gigli, per giungere fino alla fuga dall’Argentina nel 1976, e il narratore in prima persona, benché ci ragguagli sull’incontro e il suo rapporto con Adelaide Gigli (p. 15-17), si mantiene prevalentemente in posizione extradiegetica; nella parte seconda, intitolata Il congedo (pp. 75-138), gli eventi si svolgono in Italia, dal 1976 alla morte della protagonista nel 2010, e il narratore diviene intradiegetico, testimone, amico e confidente sempre più intimo. Entrambe le parti condividono, però, una tramatura parimenti composita e disomogenea, costituita da fonti, menzionate nella Nota finale al libro (pp. 139-142), e da una raccolta desultoria e lacunosa di dialoghi tra narratore e protagonista, episodi, testimonianze e ricordi personali:
«In questa storia ci sono tanti buchi e tanti spazi scoperti che non sono stati colmati, alcuni sono dovuti alla riservatezza della stessa Adelaida, altri alla mia negligenza, perché certe volte quando si fermava nel mezzo di una storia o di un racconto, io non la spronavo a proseguire per capire meglio la situazione. Forse per pudore o per timore di violare la sua intimità. Lasciavo che fosse lei a raccontarmi quello che le andava di riferire. Oggi mi pento di non essere stato un po’ più indiscreto. A lei, comunque, mi piace pensare, non dovrebbe dispiacere aver lasciato dei vuoti nella sua biografia, credo che l’abbia immaginata così, un po’ a singhiozzi. In fondo, la nostra vita non è altro che una schiera interminabile di buchi. Alcuni comunicano in modo sotterraneo tra di loro, altri, invece, restano isolati o troncati di netto nella storia individuale». [p. 139]
TESTUALITÀ BIOGRAFICA E AUTO-BIOGRAFICA: QUALE IDENTITÀ PER IL NARRATORE E PER IL PERSONAGGIO?
Scrivere una biografia significa sempre costruire un’identità, in linea di principio senza alterare i fatti, magari recuperando a proposito di un personaggio del passato, un po’ alla maniera di Plutarco, episodi apparentemente marginali, aneddoti estemporanei e secondari, aspetti intimi e nascosti che, in modo sintetico ed esemplare, rivelino molto di più sulla vita e la personalità di un individuo[14]. Peraltro, si sa, gli aneddoti sono connaturati al racconto biografico e costituiscono sempre motivo di fortissimo interesse e curiosità da parte dei lettori[15]. Il narratore di Adelaida non si accontenta dell’aneddotica e si cimenta in una complessa operazione di ricomposizione del mosaico biografico, giustapponendo memorie e suggestioni personali, dialoghi o discorsi frammentari, finzione narrativa pura, avvenimenti storico-politici e biografia tradizionale corredata da varie fonti: fotografie, citazioni, date, note autobiografiche, scritti letterari editi e inediti e brani di corrispondenza.
Nell’ibridazione di forme e materiali vari, tipica peraltro della narrativa contemporanea, la voce del narratore e quella di Adelaida, recuperata nella memoria, si alternano in un gioco in cui il ruolo di chi narra e dice “io” si confonde e si identifica con quello di chi è narrato ed era il primo oggetto della narrazione. È in questa ambiguità che sembra nascondersi una possibile chiave di interpretazione del testo e non a caso l’autore finisce per citare un celebre passo di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf: «La parola “io” è soltanto una comoda designazione per nominare qualcuno che non esiste realmente»[16].
E il ricordo di Virginia Woolf emerge, in qualche modo, anche dietro un altro giudizio che Bravi formula, pare ingenuamente, su Adelaide Gigli, definendola come «enigmatica donna» (p. 108) e «donna con molte vite» (p. 91). Ironicamente all’inizio di Orlando la grande scrittrice inglese annota che chi si cimenta a comporre una biografia pensando di descrivere con precisione un solo “io” deve aver ben chiaro che ogni persona può averne a migliaia. Insomma, l’essenza della vita individuale rimane comunque sempre inattingibile, misteriosa, elusiva. Che fare, dunque, con questo ostacolo epistemologico proprio della biografia? In Adelaida l’Io-narrante proclama che il racconto biografico è nato per «sedimentazione» (p. 139) di memorie del passato, ma poi trasforma la biografia del personaggio in un metadiscorso autobiografico e intimistico. Ecco, allora, le considerazioni didascaliche che compaiono nell’epilogo, travestite, senza reticenze, alla Renzo Tramaglino:
«Ho capito quanto le vicende storiche possano determinare le nostre vite. Non che prima non lo sapessi, ma con lei ho avuto la certezza che siamo, in effetti, una conseguenza della storia e che le nostre scelte, per quanto personali e deliberate, sono sempre determinate dagli eventi» (p. 140).
SPUNTI DI RIFLESSIONE CRITICA
La storia che viene raccontata da Adrián N. Bravi non può non offrire qualche spunto di riflessione sulle forme della narrativa contemporanea, generalmente caratterizzata da una disinvolta ibridazione dei generi e dalla pretesa fattualità dei temi trattati.
Come già accennato, il libro dal punto di vista paratestuale si presenta come un dossier di materiali eterogenei (titolo, partizioni testuali, fotografie, cartoline, testi poetici, note, epigrafi) che vogliono fornire un puntello di oggettività a un’affabulazione articolata sul filo di memorie evanescenti e parziali. Sono, soprattutto, le immagini fotografiche, con la loro “fisicità”, a garantire in premessa l’indiscutibile veridicità dei fatti narrati (il volto di Adelaide, giovane e bella, in un primo piano, che occupa tutta la copertina e, nella seconda di copertina, l’album di immagini di varie età della sua vita e la riproduzione di un dattiloscritto del 1978, fittamente corretto a penna). È come la fotocronaca di una vita e la narrazione che segue è come una sorta di lunga didascalia apposta a commento dell’accaduto. Leonardo Sciascia, sulle orme di Hofmannsthal, che citava rielaborandola un’intuizione goethiana, definisce la fotografia una manifestazione dell’entelechia, perché l’immagine fotografica cristallizza di ognuno, in ogni punto della sua vita, l’attimo che in sé ha prefigurato il suo destino[17]. Ma le suggestioni visive non finiscono qui e il narratore-biografo si spinge più avanti, intravedendo nel destino di Adelaida il destino di tutta la sua generazione e il destino del suo Paese:
«E io non so per quale motivo quando vedo le sue foto, i suoi occhi, le pieghe del vestito, la sensualità dello sguardo o il sorriso ( che spesso sembra esprimere più tristezza che gioia, come se vedesse prefigurato un futuro incerto e crudele), ecco, quelle fotografie in bianco e nero degli anni Cinquanta o Sessanta mi fanno pensare che la storia dell’Argentina sia tutta concentrata sul suo viso e che abbia scelto proprio il suo per essere rappresentata, imprimendo in quello sguardo la tragedia, la morte, l’esilio e l’amore allo stesso tempo» (pp. 87-88).
RITRATTO DI UNA NAZIONE E DI UN’EPOCA
La situazione dell’America Latina dopo il 1970 è ben rappresentata dal poeta messicano Octavio Paz, premio Nobel per la letteratura 1990. In un saggio pubblicato nell’ottobre 1973 su «Plural» con il titolo Los centuriones de Santiago, Octavio Paz, denunciando la diffusione in tutto il mondo di regimi autoritari e oppressivi, condanna con forza il colpo di Stato in Cile avvenuto nel 1973 e la progressiva militarizzazione di tutta l’America Latina:
«Il continente sta diventando irrespirabile. Ombre tra le ombre, sangue sul sangue, cadaveri su cadaveri: l’America Latina diventerà un enorme e barbaro monumento fatto di rovine di idee e di ossa di vittime. Uno spettacolo grottesco e feroce: in cima al monumento una tribuna di decorati pigmei in uniforme gesticola, delibera, legifera, scomunica e fucila i miscredenti»[18].
Se questo è il contesto storico-politico rispecchiato nel ritratto fotografico e letterario di Adelaida Gigli, il lettore deve, tuttavia, evitare di trasformare un romanzo biografico, qual è Adelaida, in un mero strumento di analisi storica e politica o, peggio, in un’acritica e astratta narrazione fiabesca intorno alle peripezie di una donna eroica[19]. La letteratura (e non solo la letteratura) si è, peraltro, impossessata sempre più e con grande successo del genere biografico e dei suoi sottogeneri, per il facile effetto di verosimiglianza che si ottiene con narrazioni che ricalcano le presunte vicende di personaggi reali più o meno famosi, più o meno leggendari. Contemporaneamente si sono contrabbandate come incontrovertibili interpretazioni storiche opinioni apodittiche o palesemente contraddittorie, oppure si è deviato il racconto biografico su psicologismi fantasiosi e incongrui, ottenendo comunque l’interesse, se non il gradimento, del pubblico.
Nel caso di Adelaida di Adrian Bravi il racconto di una vita individuale è racconto episodico e oscuro di una storia collettiva. Il tentativo è di superare la dimensione statica e solipsistica dell’esistenza preterita, sostituendola con un personaggio la cui identità dinamica risulta dal rispecchiamento delle componenti politiche ed etiche desunte cronachisticamente dallo spazio pubblico.
In modo puntuale e sintetico, ogni evento privato è collegato e prende consistenza in relazione alla cronaca dell’epoca, e quei conflitti sociali, politici e culturali così lontani e sfocati perdono il loro carattere astratto, riflessi nella sofferta esperienza della protagonista. Con qualche nostalgia il libro racconta anche il fermento intellettuale del secondo Dopoguerra, la tenace volontà di cambiamento specialmente nel mondo giovanile, la costante elaborazione di progetti sul futuro e il rifiuto di rassegnarsi alla negatività dell’esistente. Insomma, se Adelaida è una biografia enigmatica, ad alto impatto emotivo e «a buchi e spazi scoperti» (p.139), a maggior ragione non può che risultare tale anche come profilo generazionale e biografia di una nazione: la sua lettura fornisce uno scorcio appassionato di un’epoca e spinge a passare dai segni dolorosi della memoria individuale a una visione prospettica e critica di carattere storico.
IL TRAGICO
L’idea che quanto accaduto sia stato imprevedibile e ineluttabile, secondo la necessità del destino, è la petizione di principio enunciata a chiare lettere dall’autore (pp. 13 e 78). Per renderla più convincente, il testo è disseminato di analogie con i personaggi “tragici”, a partire certamente dai riferimenti a Euripide e alle eroine del suo teatro, alla dea Tyche e, ancora, alle Fenicie, da cui viene recuperata una celebre massima, ovvero che la peggiore disgrazia che colpisce l’esule è la perdita del diritto di parlare liberamente e «di dire la verità senza timore» (pag. 78). Adelaida assurge alla dimensione di personaggio della scena tragica e, in forza di questa metamorfosi letteraria, «non risiede più nel passato, ma nel presente che declina ed elabora i nostri ricordi» (pag. 137). Il suo destino entra in una sfera a-temporale e per sovrapporsi ed essere spiegato con quello di Andromaca, Alcesti, Medea, Elena (pag.13).
Il libro è un memoriale in cui l’autore, il regista italo-argentino Marco Bechis, vittima e testimone della dittatura dei militari di Jorge Videla, ricostruisce le fasi dell’arresto e della detenzione illegale da lui subiti nel 1977, della sua complicata e fortunosa liberazione, e del processo ai suoi aguzzini, appartenenti alla polizia segreta del regime militare argentino, condannati all’ergastolo dal tribunale di Buenos Aires nel 2010, perché colpevoli di innumerevoli omicidi, torture e violenze perpetrate tra il 1976 e il 1983. La narrazione offre un interessante spaccato sociale e culturale del mondo occidentale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento, con le sue tensioni e le sue aspirazioni di rinnovamento, ma è anche un ritratto di una generazione di giovani che transita rapidamente, con ingenuità e fumosi ideologismi, dall’adesione a pacifiche proteste studentesche, alla disillusione e al riflusso nel privato, oppure alla violenza terroristica tanto crudele quanto suicida. Le pagine più originali del libro rappresentano emblematicamente la distanza che negli anni Settanta separa la generazione dei padri da quella dei figli. Da una parte troviamo l’affettuoso e nostalgico profilo del padre del narratore-protagonista, quasi un tributo nel quale sembrano condensati i chiaroscuri della storia e del carattere italiano: fascista convinto, giovane tenente degli alpini nella Seconda Guerra Mondiale, poi capo partigiano dopo la disfatta dell’8 settembre 1943 e, quindi, brillante ingegnere e alto dirigente nelle più importanti e dinamiche realtà industriali dell’Italia del dopoguerra. Dall’altra, abbiamo invece l’incontro con Jorge Luis Borges a metà degli anni ’80, nella sua ultima casa di Buenos Aires. È un breve episodio, quasi un cammeo cinematografico. Il grande scrittore argentino abita in un appartamento quasi buio, spoglio e silenzioso. È completamente cieco e si muove scivolando a piccoli passi come un fantasma incorporeo. Così, appare all’improvviso davanti a uno scaffale che contiene l’Enciclopedia Britannica. Il dialogo con il narratore è crudo: Borges boccia senza appello la sceneggiatura di un suo racconto che Marco Bechis ha preparato per un film. Contesta le innovazioni rispetto al testo originale e, in particolari, i riferimenti a macchine moderne, i potenti microchips capaci di contenere la nuova biblioteca di Babele, del tutto estranei all’immaginario borgesiano. Il mondo di Borges è altrove. Quando Bechis sposta il discorso sulle orribili violenze della dittatura militare da poco caduta, che lui stesso ha subito, il vecchio Borges ascolta con un certo stupore, ma poi proietta immediatamente i fatti del presente in una prospettiva sovratemporale, ponendoli a confronto e spiegazione della Guerra di Secessione americana del 1861-1865, di cui egli conosce tutto.
3. ALBERTO MANGUEL, IL RITORNO (2010)[21]
“Tempus fugit”. Néstor Andrés Fabris è un esule della diaspora argentina causata dalla dittatura militare e da trent’anni conduce una quieta esistenza nel centro di Roma, dove possiede una piccola ma redditizia bottega di antiquariato. Un giorno decide di ritornare per la prima volta a Buenos Aires per partecipare al matrimonio del suo unico figlioccio, nato da Marta, la ragazza che in passato egli ha amato e ha dovuto abbandonare fuggendo dall’Argentina. Néstor intraprende, così, il viaggio di ritorno nell’odierna Buenos Aires, dove i luoghi e le persone del passato gli si appalesano nel presente identici a come li aveva lasciati, se non per alcuni stridenti particolari apparentemente inspiegabili.
Il ritorno è il racconto onirico-allegorico di una moderna catabasi che inizia dai luoghi immaginari del centro della città e si conclude in una periferia remota, a cui il protagonista approda a bordo di un autobus condotto dal suo vecchio professore di Storia romana. Qui si erge la mole gigantesca di quella che sembra essere stata un’antica fortezza, circondata da un fossato e da una triplice muraglia. Al suo interno, su un immenso prato umido e nebbioso, nella moltitudine di uomini, donne e bambini, Néstor, guidato da Héctor che in vita era stato un autore di fumetti, incontra gli amici e le amanti della sua giovinezza e, poi, scorge anche i feroci torturatori del regime militare, autori di indicibili nefandezze e, dopo ancora, ragazzini che magari proclamando i più alti ideali hanno assassinato crudelmente uomini e donne inermi: arma secuti impia. Sono i fantasmi del passato e tutti stanno ormai alla pari, sospesi in un’atmosfera senza tempo e senza gravità. È in questo Aldilà che Néstor Fabris preferisce restare: il suo nuovo compito è di accogliere e guidare i nuovi passeggeri che altri autobus scaricano incessantemente.
4. ERNESTO SÁBATO, PRIMA DELLA FINE. RACCONTO DI UN SECOLO (2000)[22]
Lo scrittore argentino Ernesto Sábato (1911-2011) è giustamente considerato una delle figure di spicco della cultura novecentesca. Fisico di formazione e autore di Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L'angelo dell'abisso (1974), opere capitali della letteratura contemporanea, ha presieduto nel 1983 la Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas, il cui rapporto finale, pubblicato nel 1984 con il titolo Nunca Màs (Mai più), è il documento con cui sono stati ufficialmente denunciati i crimini della giunta militare tra il 1976 e il 1982.
In Prima della fine, un libro di memorie attraverso l’intero Novecento, Sábato fornisce testimonianze illuminanti su fatti e personaggi di rilievo nella storia e nella cultura argentina.
5. ELSA OROSIO, I VENT’ANNI DI LUZ (2000)[23]
Luz è una studentessa di architettura, sposata e con un figlio. È argentina ed è nata a Buenos Aires nel 1976, l’anno in cui si instaura la dittatura militare. Sua madre, una detenuta politica, è stata assassinata dalla polizia del regime e lei, secondo una prassi illegale dell’epoca, è stata sottratta e affidata segretamente a una nuova famiglia. Dopo anni di ricerche, scopre che il padre, un oppositore della dittatura, si è salvato fuggendo dall’Argentina e vive ancora a Madrid, dove Luz lo raggiunge. Il romanzo è il racconto di questo incontro e del dialogo doloroso attraverso cui padre e figlia ricostruiscono e condividono la memoria del passato. L’impianto narrativo del romanzo richiama in qualche modo Conversación en La Catedral, il capolavoro di Mario Vargas Llosa ambientato nel Perù degli anni Cinquanta, sotto la dittatura di Manuel A. Odría, ma conduce a un esito finale diverso. Se nel romanzo di Vargas Llosa trionfa la profonda corruzione che s’irradia come una cancrena dal centro del potere in ogni direzione, svilendo irrimediabilmente la vita intera dei singoli e della nazione, la toccante storia di Luz è una storia di speranza e redenzione, e assume un valore paradigmatico, segnando, alla lunga, la vittoria dei valori di solidarietà e giustizia sui rapporti di violenza e prevaricazione che imbarbariscono la vita privata e portano al cortocircuito gli organismi sociali. I vent’anni di Luz non sono trascorsi invano: ora è possibile ristabilire la verità che la menzogna e l’arroganza del potere si era illusa di oscurare per sempre, ora è possibile sapere chi veramente siamo e che cosa vogliamo essere.
6. ERRI DE LUCA, TRE CAVALLI (1999)[24]
Forse perché le ore della sera acuiscono la sofferenza della solitudine e la rassegnazione spinge a incontri senza speranza. Un uomo in tuta da lavoro e una donna bella ed elegante si trovano in una trattoria di operai. Lui ha cinquant’anni, è taciturno e fa il giardiniere; lei di anni ne avrà la metà, ha gli occhi malinconici e un sorriso senza allegria, ma sa come ci si deve comportare. Gli lascia il numero di telefono e lo invita per un appuntamento serale, se vorrà. Dopo poco lui la chiama e la raggiunge. È una bella serata, parlano, cenano e poi ballano lungamente e poi fanno l’amore. Lei confessa di essere una prostituta, ma no, non vuole niente, piange e prova solo vergogna e disgusto. Lui non ne è sorpreso e non vuole giudicarla, anzi, la ammira per la sua bellezza e per la tenacia con cui si difende. Il breve romanzo di Erri De Luca Tre cavalli è narrato in prima persona dal protagonista, l’uomo che ha avuto una vita intensa e tumultuosa, ma ora, che tutto è alle spalle, ha scelto una quieta solitudine, un mestiere tranquillo e legge romanzi d’avventura al tavolo dell’osteria dove a mezzogiorno mangia minestra e beve vino. Laila è la giovane donna che lo ama e che raccoglie i ricordi desultori di un passato doloroso che in lui parlano con l’eterno presente delle ossessioni. Emerge così una complessa vicenda in cui i sentimenti più intimi si scontrano con la violenza della storia. Emigrato dall’Italia in Argentina per amore Dvora, il protagonista si era, infatti, trovato coinvolto nella feroce “Guerra sucia” che insanguinava il paese negli anni Settanta. La ragazza amata viene sequestrata ed eliminata dai militari; lui entra nella lotta clandestina, dove si ammazza e si viene ammazzati. Fugge nell’isola di Soledad, viene ferito e catturato durante uno scontro a fuoco. A salvarlo da morte certa interviene lo sbarco degli inglesi a Soledad nella guerra delle Malvinas del 1982. Si imbarca come mozzo su una nave irlandese e ritorna vivere in Italia: eccolo, con i suoi segreti e tormentosi sensi di colpa.
7. MASSIMO CARLOTTO, LE IRREGOLARI: BUENOS AIRES HORROR TOUR (1998)[25]
Pubblicato per la prima volta nel 1998, il romanzo Le irregolari: Buenos Aires horror tour di Massimo Carlotto è un’indagine sulle barbarie perpetrate in Argentina dalla polizia segreta durante la dittatura militare e sulla sorte di migliaia di desaparecidos'.
Il recit è autobiografico. Siamo nel 1996 e l’autore si reca in Argentina con lo scopo di trovare notizie sul nonno paterno, un anarchico vicentino emigrato come tanti italiani alla fine dell’Ottocento. Ben presto, tuttavia, cambia completamente l’obiettivo della ricerca, quando casualmente scopre di essere parente della presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, l’associazione che cerca di far luce sui desaparecidos sulle altre vittime del regime militare tra il 1976 e il 1983. L’inchiesta sul loro destino si svolge come una sorta di Grand Tour che tocca i luoghi in cui si sono consumati i crimini e le violenze per parlare con i testimoni. Lo scrittore ne ricava un reportage agghiacciante, costituito da testimonianze che riportano crudamente tante dolorose vicende umane sconosciute o dimenticate. Basata su fatti e personaggi assolutamente veri, la narrazione racconta la “Guerra sucia” in Argentina con la dovizia di particolari che possono essere forniti solo da testimoni e sopravvissuti: i metodi aberranti della polizia segreta, i sotterfugi, la delazione e il terrore diffusi, l’utilizzo metodico della "desaparicion", i centri di tortura e di detenzione clandestini, i bambini sottratti alle madri prigioniere e assegnati illegalmente ad altre famiglie, l’eliminazione di tutti gli avversari politici e la volontà di cancellarne anche i nomi, il ruolo della Chiesa cattolica, le connessioni e le coperture internazionali.
Il “Processo di Riorganizzazione Nazionale" (Proceso de Reorganización Nacional) della dittatura si trasforma in una gigantesca ed efficiente macchina repressiva nella quale prolificano e prosperano criminali spietati, sadici psicopatici e approfittatori di ogni specie, nella totale impunità. E le vittime? Con una serialità spaventosa, i loro destini, in fila, si assomigliano tutti: c’è una denuncia o una delazione, poi il sequestro che può scattare ovunque, l’interrogatorio e le torture, di intensità crescente secondo procedure prestabilite, abusi, stupri e violenze di ogni genere, e infine eliminazione segreta sempre standardizzata.
Di fronte a ciò la scrittura si assume il compito di riferire con crudezza ogni singola storia individuale e di ristabilire una verità condivisa. È un primo passo per dare giustizia alle vittime della violenza di Stato, contro la disumanità del potere e la cancellazione completa della loro memoria, perché mai più ciò si ripeta: Nunca más. Il brano riportato è una testimonianza emblematica della battaglia condotta da una madre coraggiosa per ripristinare almeno in parte la verità sull’assassinio delle due figlie e il rapimento del nipote appena nato, perpetrato dagli scherani del regime militare.
Bologna, 29 maggio 2026
[1] H. de Balzac, Petites Misères de la vie conjugale, in Id., Œuvres complète , A. Houssiaux, Paris, 1855, vol. XVIII, in https://fr.wikisource.org/wiki/Petites_Mis%C3%A8res_de_la_vie_conjugale, consultato il 14/05/2026.
[2] cfr. S. Loriga, La piccola x. Dalla biografia alla storia, Palermo, Sellerio editore, 2012.
[3] Per una visione d’insieme della biografia antica, vedi The Oxford Handbook of Ancient Biography, a cura di K. De Temmerman, Oxford University Press, 2020; AA.VV., Biografia e autobiografia. Scritture di vita dall’antichità a oggi, a cura di R. Castellana, Roma, Carocci, 2025; A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, Torino, Einaudi, 1974; B. Gentili, G. Cerri, Storia e biografia nel pensiero antico, Roma-Bari, Laterza, 1984; I. Gallo, Studi sulla biografia greca, Napoli, D’Auria, 1997; O. Murray, Modello biografico e modello di regalità in I greci. Storia cultura arte società, a cura di S. Settis, Torino, Einaudi, 1998, vol. 2.III, pp. 249-269.
[4] F. Cairns, T. Luke, Preface in Acient Biography: Identity through lives, Prenton, 2018, pp. VII-VIII.
[5] G. Levi, Les usages de la biographie, in «Annales», 1989, 44-6. pp. 1325-1336, in https://www.persee.fr/doc/ahess_0395-2649_1989_num_44_6_283658, consultato il 16/05/2026.
[6] Daniel Madelénat, La biographie, PUF, Paris, 1984, p. 20.
[7] «1) The story should be true. 2) The story should cover the whole life. 3) Nothing should be omitted or concealed. 4) All sources used should be identified. 5) The biographer should know the subject. 6) The biographer should be objective. 7) Biography is a form of history. 8) Biography is an investigation of identity. 9) The story should have some value for the reader. 10) There are no rules for biography» (H. Lee, Biography: A Very Short Introduction, Oxford, 2009).
[8] P. Bourdieu, L'illusion biographique, https://perso.univ-lyon2.fr/~jkempf/illusion_biographique_bourdieu.pdf1986, consultato il 15/05/2026.
[9] Come esempi recenti dell’ampia letteratura sull’ossessione biografica, vedi J. Barnes, Il pappagallo di Flaubert, Torino, Einaudi, 2014; Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, Torino Einaudi, 2025.
[10] «It concerns the kind of human truth, poised between fact and fiction, which a biographer can obtain as he tells the story of another's life, and thereby makes it both his own (like a friendship) and the public's (like a betrayal). It asks what we can know, and what we can believe, and finally what we can love» (R. Holmes, Dr. Johnson & Mr. Savage, London, Hodder and Stoughton, 1993).
[11] Adrián N. Bravi, Adelaida, Roma, Nutrimenti, 2024.
[12] cfr. R. Castellana, Finzioni biografiche. Teoria e storia di un genere ibrido, Roma, Carocci editore, 2019, pp. 38 e 149-150.
[13] su Giorgio Vasari: P. Barocchi, Studi vasariani, Torino, Einaudi, 1984; B. Agosti, Giorgio Vasari: luoghi e tempi delle Vite, Roma, Officina Libraria, 2021; V. Caputo, Biografia e autobiografia in Italia tra Medioevo e Rinascimento, in Biografia e autobiografia. Scritture di vita dall’antichità a oggi, a cura di R. Castellana, Roma, Carocci Editore, 2025, pp. 77-92.
[14] A. Momigliano, Lo sviluppo della biografia greca, Torino, Einaudi, 1971.
[15] A. Battistini, Lo specchio di Dedalo. Autobiografia e biografia, Bologna, Il Mulino, 1990.
[16] I saggi critici di Virginia Woolf sul genere della biografia, Chiacchierando di biografia (1920), La nuova biografia (1927) e L'arte della biografia (1939) sono disponibili in traduzione italiana in Voltando pagina. Saggi 1904-1941, Milano, Il Saggiatore, 2011.
[17] L. Sciascia, Il ritratto fotografico come entelechia, in Id., Fatti diversi di storia letteraria e civile, Palermo, Sellerio editore, 1989, pp. 152-158.
[18] O. Paz, Los centuriones de Santiago in https://zonaoctaviopaz.com/detalle_conversacion/761/los-centuriones-de-santiago, consultato il 16/05/2026. L’articolo fu poi pubblicato in El ogro filantrópico: historia y política, Joaquín Mortiz, Mexico, 1979.
[19] A. Momigliano, op. cit., p. 8.
[20] M. Bechis, La Solitudine del sovversivo, Parma, Guanda, 2021.
[21] A. Manguel, Il ritorno, Roma, Nottetempo, 2010.
[22] E. Sábato, Prima della fine. Racconto di un secolo, Torino, Einaudi, 2000.
[23] E. Orosio, I vent’anni di Luz, Parma, Ugo Guanda Editore, 2000.
[24] E. De Luca, Tre cavalli, Milano, Feltrinelli, 1999.
[25] M. Carlotto, Le irregolari: Buenos Aires horror tour, Torino, Angolo Manzoni, 2002.