Ilaria Magnani - Carlo Levi reporter

 

Si propone un percorso didattico che, attraverso brani tratti da libri cardine della produzione letteraria di Carlo Levi, come Cristo si è fermato a Eboli e Le parole sono pietre, vuole invitare il lettore a comprendere come la natura, per il nostro autore, non sia mai soltanto un mero sfondo paesaggistico. Si tratta, viceversa, di una natura viva, che si carica di suggestioni simboliche ed interagisce, di volta in volta, con le vicende narrate. Essa, servendosi dei colori e delle loro varie sfumature, riflette lo stato d’animo dei personaggi e degli animali che la popolano. I brani sono ambientati in località diverse dell’Italia Meridionale, ma tutte accomunate da uno stato di profonda miseria e desolazione cui partecipa anche il paesaggio. Esso è, dunque, un vero e proprio co-protagonista degli avvenimenti insieme a umili contadini, braccianti, zolfatari, pastori, donne e bambini.

Attraverso le analisi proposte si vuole, inoltre, stimolare la capacità di cogliere nel testo il nesso tra parole e immagini sempre presente in Levi, così come la potenzialità descrittiva delle stesse. Ricordiamo, infatti, che Carlo Levi non fu soltanto un grande scrittore, ma anche un pittore. Egli raggiunse la maturità artistica proprio negli anni dell’esilio in Lucania, dove il paesaggio arido e rurale gli suggerì un’arte legata alla terra, di forte impegno sociale e civile, e ricca di umana partecipazione. Nel corso dell’analisi si avrà l’occasione di visualizzare alcuni celebri quadri che ritraggono proprio il paesaggio lucano.

 Un altro aspetto importante su cui soffermarsi è quello del genere letterario. Se il Cristo può essere definito come un libro ‘ibrido’ al confine tra saggio-inchiesta, diario, romanzo, senza tuttavia appartenere a nessun genere letterario vero e proprio, Le parole sono pietre e altri libri successivi sono dei resoconti di viaggi e appartengono, dunque, al genere giornalistico-letterario del reportage. Il termine deriva dal francese reporter e indica l’atto di riferire ciò che un viaggiatore ritiene debba essere detto di un paese lontano ai lettori curiosi. Si tratta di un genere che ha avuto grande fortuna nel Novecento con un intento prevalentemente informativo e documentario, ma talvolta, come nel caso leviano, anche di testimonianza e di denuncia. Caratteristica dei reportage è la struttura indefinita del testo che ben si adatta a un racconto in itinere da parte del viaggiatore-reporter. Il genere, inoltre, esemplifica lo stretto legame esistente tra la letteratura e il giornalismo, in particolare per ciò che concerne il tono dell’inchiesta sociale e civile. L’intento del reporter è documentare le ingiustizie e denunciare con forza le storture presenti nella società. Prendere coscienza delle reali condizioni del Paese è particolarmente importante in anni di grandi cambiamenti economici, politici e sociali quali furono gli anni Cinquanta e Sessanta. Tuttavia, l’inchiesta e di conseguenza il reportage di carattere socio-politico non si avvale soltanto di dati e di statistiche, ma anche di una necessaria componente letteraria e narrativa. Per arrivare al lettore, il reporter ha bisogno di raccontare: dunque, l’inchiesta (giornalismo) è una forma di narrazione (letteratura). Carlo Levi concepisce narrativa e saggistica come elementi complementari per ricostruire quella cultura su cui fondare l’Italia futura.

Il legame tra scrittura letteraria e giornalismo è stato costantemente presente anche nella carriera leviana. Non dimentichiamo, infatti, che la sua scrittura si è espressa dapprima in ambito giornalistico, attraverso la collaborazione con riviste come “Rivoluzione Liberale”, “Illustrazione Italiana” e molte altre, e solo successivamente ha dato vita ai celebri capolavori letterari.

 

Testo 1 - La visita della sorella a Matera

 

Il primo brano da cui prende avvio il nostro percorso è tratto dal libro più noto di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, punto di partenza imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi e imparare a conoscere il mondo leviano. Il libro, a metà tra romanzo, autobiografia e diario, racconta in prima persona il periodo di confino in Lucania tra il 1935 e il 1936 cui Levi fu condannato per attività antifascista. Qui, egli entra in contatto con un mondo primitivo e ancestrale, estraneo alle istituzioni del mondo occidentale. Grazie alla sua capacità di mediazione, dovuta a un immenso amore e rispetto per la vita, Carlo Levi riesce a porsi sulla soglia tra due mondi irrimediabilmente diversi e a raccontarli. In particolare, l’arte medica e la pittura, insieme alle chiavi interpretative antropologiche, sono ciò che permette all’autore di comprendere l’alterità lucana. Il Cristo descrive le strutture sociali, profondamente arcaiche, della civiltà lucana, toccando il tema delle disastrose condizioni igienico-sanitarie, tema che s’inserisce all’interno di quello più ampio della questione meridionale e della dicotomia luigini-contadini su cui si regge l’intero meridione. In un mondo in cui il male non è morale, ma fisico (cioè terrestre) c’è un solo elemento in grado di contrastare il dolore, la miseria, la malaria: la magia. La magica ritualità del luogo pervade ogni aspetto della vita fino a eliminare ogni distinzione tra uomini e animali che vivono, così, in una sorta di fusione panica con la natura.

 

Link_1_ La visita della sorella

 

Il passo proposto per l’analisi si apre presentando i protagonisti di questo mondo magico: i contadini. Dal settimo capitoletto fino alla conclusione dell’opera, infatti, è su di loro che la narrazione si focalizza. I contadini vivono una vita fatta di fatiche, di stenti e di soprusi che sopportano, da secoli, con pazienza e rassegnazione. Ogni mattina si alzano all’alba per raggiungere, dopo ore di cammino con i loro asini e le capre, i campi da lavorare. Per questo la loro pelle è bruciata dal sole, nera come i loro occhi, spenti e vuoti. Il nero, colore del lutto e della morte, è il colore dei contadini, degli stendardi alle porte delle case, dei vestiti delle donne. Il lessico oscuro e funereo sottolinea, nel Cristo, l’esistenza dolorosa dei contadini che vivono senza speranza, come se non ci fosse, per loro, alternativa alla sofferenza. La chiusura psicologica verso il futuro è, infatti, caratteristica del contadino meridionale. D’altro canto, però, essi dimostrano, nonostante la loro povertà, una grande ospitalità verso chiunque mostri di essere vittima, come loro, di un male superiore, di un destino avverso. La straordinaria fiducia che i contadini ripongono nelle capacità mediche di Levi lo spingerà a esercitare la professione, nonostante i divieti e le ire dei ‘medicaciucci’ locali, ignoranti e indifferenti alle malattie del popolo.

Al centro del brano troviamo la descrizione della città di Matera, capoluogo della Basilicata. La narrazione è affidata, in questo caso, non a Carlo Levi, bensì alla sorella Luisa, costretta a trattenersi nella città per ottenere le autorizzazioni prima di recarsi a far visita al fratello. Innanzitutto, è bene sottolineare che ella rappresenta il progressismo del Nord, estraneo alle leggi magiche e misteriose della Lucania. Luisa appartiene al mondo della scienza e la sua visione delle cose è razionale, logica, scientifica. I suoi ‘gesti chiari’, come li definisce Levi, richiamano la luce della ragione che guida ogni sua azione. Per questo, ella rimane interdetta di fronte alla vista di un mondo che si può comprendere soltanto con un approccio magico e irrazionale. L’incontro di Carlo Levi con la sorella ci fa capire come ormai egli si senta parte di questo mondo ‘altro’ a tal punto da percepire la civiltà moderna, quel Nord da cui anche lui proviene, come qualcosa di remoto e lontanissimo, non più familiare. Ecco quindi che, in questo passo, è evidente il distacco tra i due mondi: la civiltà contadina del Sud, antica, originaria, oscura e terrestre, e quella del Nord, moderna, capitalistica, industrializzata. Il distacco non è solo spaziale, ma anche temporale («capivo ad un tratto come questi due tempi fossero, fra loro, incomunicabili» – scrive Levi): la vita, in Lucania, scorre al di fuori del tempo lineare e della Storia. Essa, al contrario, segue il tempo ciclico e naturale delle stagioni, del sole che sorge e tramonta ogni giorno, sempre identico. Visto con l’ottica della civiltà industriale esso si configura come un non-tempo che dà l’impressione di vivere in un mondo cristallizzato, dove ogni momento è statico. Venendo a mancare la dinamica tra passato, presente e futuro i paesi lucani sono intrappolati all’interno di un informe mare di noia, dove il moto delle onde è senza direzione e senza fine.

Luisa visita la città con occhi meravigliati e sconvolti («era spaventata e piena di orrore per quello che vi aveva visto»); la prima impressione è quella di una città inesistente: «la città non c’era», dice espressamente. Poi, lo sguardo si focalizza sul paesaggio circostante. Nonostante gli ambiziosi palazzi, con scritte latineggianti e stucchi suntuosi, ciò che emerge è una natura disperata, specchio di un’umanità desolata. La connotazione della città di Matera è infernale, così come la caratterizzazione leviana del mondo contadino. Basti pensare alla primissima pagina del Cristo: «noi non siamo cristiani, non siamo uomini…ma bestie» - dicono i contadini. Non essere cristiani, nel loro linguaggio, significa non essere uomini perché cristiano è sinonimo di umano. Più volte, inoltre, Carlo Levi utilizza la metafora dei dannati per indicare uomini e donne contadini. E proprio come l’inferno dantesco sono descritti i Sassi di Matera dalla sorella di Carlo: « Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l'inferno di Dante. E cominciai anch'io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo». Davanti a lei si apre lo spettacolo della più estrema miseria contadina. All’interno dei Sassi, privi di servizi pubblici, acqua e fognature, vivono migliaia di persone in coabitazione con gli animali.  La descrizione si sofferma con forza sui bambini, molti ridotti in fin di vita dalle diverse malattie che li colpiscono, a causa della mancanza di condizioni igienico-sanitarie adeguate: il tracoma, la malaria, la dissenteria, la fame, la febbre nera. La maggior parte di loro aveva pance enormi, gonfie per la malnutrizione, la faccia gialla a causa della malaria, i capelli pieni di croste e di pidocchi, i corpi grinzosi e scheletriti dalla fame e dalla dissenteria. A differenza degli altri bambini del mondo, essi non chiedono ai passanti dei giocattoli, e nemmeno delle caramelle: i bambini lucani chiedono il chinino. Matera sembra una città colpita dalla peste.

Orrore e fascino si fondono nella descrizione dei Sassi che si trovano in un precipizio dalla forma strana, la quale ricorda quella di un doppio imbuto rovesciato; tutt’intorno il paesaggio è brullo e deserto. Non ci sono alberi, né altra vegetazione, ma solo pietre e terra giallastra, bruciata dal sole. I monti sono di un ‘brutto colore grigiastro’ e il fiume è un torrentaccio con acqua sporca e melmosa. È importante, ora, aprire una parentesi sui colori che caratterizzano le descrizioni dei paesaggi leviani: la Lucania è prevalentemente un mondo in bianco e nero, in cui il primo è il colore dei calanchi di argilla bianca che circondano tutti i paesi della Basilicata, mentre il nero è il colore dei contadini, del lutto e della morte. Le altre tonalità presenti sono prevalentemente il giallo e il grigio; essi degradano verso sfumature che accentuano il senso di decadimento e di rassegnazione che pervade le terre. Le pietre sono giallastre come i visi malarici dei contadini ed il cielo è grigiastro a causa della nebbia che paralizza il paese nell’immobilità. In particolare, ricorre spesso il suffisso –astro che sottolinea i connotati di bruttezza del paesaggio. I colori araldici, invece, come il verde e il rosso compaiono solo sulla bandiera dello Stato, ma non appartengono alla natura, né al mondo contadino.  Proprio per questo sono definiti ‘strani’, cioè innaturali, fuori luogo. Da notare il termine ‘strano’ che ha, non senza ragione, la stessa radice di ‘estraneo’. Questa teoria dei colori la ritroveremo anche nei brani che andremo ad analizzare successivamente.

 

Testo 2 – Il paesaggio pittorico di Levi

 

La dimensione spaziale del Cristo è caratterizzata da un vuoto di colori sgargianti, di suoni, di presenze in cui, però, il territorio assume una dimensione affettiva che va oltre la pura rappresentazione naturalistica. L’ottica prevalente con cui Carlo Levi osserva il paesaggio è quella ‘pittorica’ e spesso, leggendo le innumerevoli descrizioni paesaggistiche presenti nelle sue opere, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un quadro dipinto con le parole. Sono molti i dipinti di soggetto lucano che egli realizza durante il confino, prevalentemente ritratti e paesaggi. Anche nei quadri dominano il bianco e il nero, colore simbolo di una nuova esistenza, che gli permette di stare dalla parte degli oppressi, dei piccoli uomini neri della Lucania. È il nero dell’arte contadina, quell’arte realistica e aderente alla vita, che si contrappone all’arte falsa, che chiamerà luigina.

 

Link_2_ Paesaggi

 

Analisi dell’immagine

 

Immagini 1 e 2

Nei primi due quadri sono rappresentati Aliano e Grassano, i due paesi lucani in cui Carlo Levi trascorre il periodo confinario. Come si può notare, entrambi rappresentano il paesaggio bianco e calcinoso della Basilicata, con i suoi calanchi e i suoi monti brulli, sulle cui cime si annidano i piccoli villaggi di casette, anch’esse bianche. In particolare, osserviamo che Grassano si mostra decisamente conforme ai tipici paesi lucani, mentre Aliano appare più atipico poiché non si trova in cima a un monte, ma tra due burroni.

 

Immagine 3

Nel terzo ed ultimo quadro troviamo raffigurate la città di Matera e la gente di Lucania con il loro dolore antico, il lavoro paziente, il loro coraggio di esistere. Un paese intero vive in quest’opera: osserviamo nella grotta verde, in presenza della morte, le donne che stanno intorno al morto dal viso bianco, strette nell’antico lamento. Le due madri, quella terrena e quella celeste, mentre piangono, raccontano la vita del figlio, con i loro visi antichi, colmi di amore e di dolore. Le figure femminili sono avvolte in abiti e veli neri, raggruppate come stormi di uccelli neri; i bambini sono stretti nei letti o in braccio alle madri. Intorno a loro ci sono gli animali, le capre e gli asini, quasi a vegliare sulle culle dei lattanti. Sullo sfondo, le lunghe file di contadini che tornano dai campi, come legati a un moto che si ripete da sempre, ogni giorno invariato.

 

Testo 3 - Le capitali

 

Matera assurge al ruolo di capitale della civiltà contadina, dove con il termine ‘civiltà’ si vuole intendere una fase primordiale della vita umana, con l’intento, dunque, di relegarla in un passato mitico e preistorico, in cui dominano il caos e l’indistinto. Tuttavia, trovandosi la Lucania su un piano atemporale, il ruolo di capitale perde consistenza storica; di conseguenza, il lettore avverte il contrasto fra Matera, capitale mitica, e le capitali reali, come Roma, Napoli, New York.  Partiamo dalla prima. Roma, nel Cristo, rappresenta il potere statale, estraneo alla sofferenza e alla quotidianità dei contadini. Il rapporto di forze tra Roma e Matera è lo stesso esistente tra le due categorie sociali dei Luigini (i signori, i potenti) e i Contadini. Questi ultimi, avviliti da secoli di soprusi e di prevaricazioni sociali, hanno sviluppato come forma di difesa un’assoluta indifferenza nei confronti dello Stato e del potere. È emblematico l’episodio in cui il podestà di Gagliano, Don Luigino Magalone, invita i contadini a partire per la guerra di Abissinia, invocando invano, in veste di rappresentante del regime, il nome di Roma, i sette colli, le glorie dell’Impero, poiché essi ascoltano silenziosi e cupi, totalmente indifferenti alla chiamata di una guerra che ancora una volta è combattuta contro di loro. Lo Stato è il nemico da combattere che emana soltanto tasse e leggi assurde per gravare sui contadini e Roma non è altro che la capitale dei signori, dei proprietari terrieri, il centro di questo Stato malvagio.

«Lo Stato, qualunque sia sono “quelli di Roma”, e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani. C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre» - questo è il modo in cui è vista la capitale da parte dei contadini. Per quanto riguarda Napoli, invece, l’unico riferimento presente nel Cristo, la assurge a capitale della miseria ed è, in questo aspetto, molto simile a Matera. Diverso è il discorso da fare su New York, la patria del lavoro e dell’uguaglianza. Levi racconta l’ondata migratoria di inizio Novecento dalla Lucania sottolineando come per i contadini la capitale americana godesse di un duplice statuto: da un lato, è il paradiso terrestre, luogo in cui si può realizzare l’irrealizzabile, perché c’è il lavoro, ma dall’altro, proprio per questo, è il luogo della fatica, dove si deve lavorare sodo per mettere da parte piccoli risparmi. Tuttavia, dopo la crisi del ’29, quando i contadini furono ingannati dalla propaganda fascista a tornare in patria, New York divenne il luogo del rimpianto e della rassegnazione a vivere nella miseria e nella disperazione perché una volta tornati molti si sposavano o ritardavano la partenza finché, scaduto il passaporto, rimanevano intrappolati in Lucania. New York, nell’immaginario dei contadini, è il simbolo della patria ideale in cui non c’è la malaria, non c’è lo Stato nemico, ma c’è lavoro per tutti: «Non Roma o Napoli, ma New York sarebbe la vera capitale dei contadini di Lucania, se mai questi uomini senza Stato potessero averne una. E lo è nel solo modo possibile per loro, in modo mitologico». Dunque, la capitale americana non è altro che una realtà mitica, idealizzata dai contadini, così come oggetto della loro venerazione è il presidente Roosvelt, che rappresenterebbe il polo positivo del potere, quello benevolo. Il tema del Paradiso Americano s’inserisce, così, all’interno di tutti i miti di cui si nutre la civiltà contadina. Per chiudere il cerchio, torniamo alla nostra capitale, Matera, che è semplicemente una Roma in piccolo, né migliore, né peggiore. La città si fa da tramite del potere centrale dello Stato: dalla Prefettura di Matera vengono, infatti, trasmessi ai confinati ordini e disposizioni provenienti da Roma. Anche qui, dunque, il potere sta dalla parte dei signori, anzi è nelle loro mani, e diventa strumento per sfruttare, contro ogni buonsenso, i poveri contadini facendoli sprofondare in una miseria senza fine. La Basilicata raccontata da Levi e dalla sorella Luisa è la terra della malaria, della fame, del dolore e l’unica vita possibile è fatta di rassegnazione e pazienza. Così, l’aspetto lugubre e monotono del paesaggio ha valore anche e soprattutto metaforico e riflette il mondo chiuso, tra miseria e malattia, dei contadini.

 

Link_3_Le capitali

 

Testo 4 – Le parole sono pietre

                                         

Il libro Le parole sono pietre è stato pubblicato da Levi nel 1955 e contiene tre reportage: il primo risale al 1951 ed era stato prima pubblicato sulla rivista garzantiana «Illustrazione Italiana» e sulla rivista americana «The reporter» di Max Ascoli; il secondo, relativo al viaggio compiuto l’anno successivo, era stato dapprima pubblicato sempre su «Illustrazione Italiana», mentre il terzo ed ultimo, inedito, risale al 1955 ed è confluito direttamente nel libro. È lo stesso autore, nella prefazione, a dichiarare la sua volontà documentaria: «vi cerchi [il lettore] cose più semplici e modeste: il racconto di tre viaggi in Sicilia». In questi reportage Levi ci descrive una Sicilia dilaniata dalle piaghe sociali: la mafia, la miseria, la malaria. A conferma dello stretto legame tra letteratura e giornalismo di cui si è precedentemente detto, possiamo osservare come la struttura tripartita di questo libro si componga, per ogni sezione, di un inizio che descrive con tono narrativo usi e costumi siciliani o scorci paesaggistici e di un nucleo che è sempre costituito da un’inchiesta sociale. Nello specifico, la prima parte, corrispondente al primo viaggio, contiene un’indagine sullo sciopero dei minatori di Lercara Friddi; nella seconda, l’inchiesta riguarda i contadini di Bronte e le loro drammatiche condizioni di vita, mentre nella terza parte la feroce denuncia dell’autore si scaglia contro il fenomeno della mafia. Caratteristica costante del reportage leviano è questa peculiare attenzione al dato sociale che ha come corrispettivo l’assenza di finzione narrativa e, dunque, l’ancoraggio diretto alla realtà. L’autore indaga i fenomeni del reale con una mente sgombra di pregiudizi o preconcetti che potrebbero inficiare i risultati dell’inchiesta. Il soggetto sociale protagonista dei reportage è, ancora una volta, il mondo contadino. Ricordiamo che Levi, ancora nel ’55, teorizzava la necessità di una rivoluzione sociale fondata sull’autonomia contadina.

 

Link_4_Le parole sono pietre

 

Nei reportage dedicati alla Sicilia il mondo contadino è visto positivamente in fermento. Carlo Levi, spinto da una partecipazione etico-civile alle vicende, presta grande attenzione ai momenti di rottura dei vecchi equilibri di potere: gli scioperi, l’occupazione delle terre, la presenza del partito e del sindacato sono segni del nuovo assetto e rappresentano la fine di quell’immobilismo secolare presente nel Mezzogiorno. A differenza del Cristo, il libro Le parole sono pietre racconta il tanto atteso ingresso contadino nella Storia. Negli anni Cinquanta il contesto storico, politico e sociale è profondamente mutato rispetto al Cristo degli anni Trenta e la riforma agraria è l’avvenimento storico che fa da sfondo all’intera opera. Il tono dell’inchiesta legata al viaggio si adatta a questa realtà in mutamento. Di seguito analizziamo l’episodio dello sciopero di Lercara Friddi avvenuto nel 1951.

Il passo proposto si apre con uno scorcio paesaggistico: come già nel Cristo, tornano gli sguardi pittorici del Levi su una natura arida e desolata. Il paese di Lercara è immerso in una vallata deserta senza la presenza di uomini né di piante; tutt’intorno il cielo è grigio e cupo. All’orizzonte appaiono soltanto brulli monticciuoli di detriti gialli: sono le miniere. La prima impressione è di trovarsi in uno dei tanti paesi siciliani immersi nell’immobilità feudale, ma tale percezione è subito smentita all’ingresso nella via principale di Lercara («appena scesi dall’automobile ci accorgemmo di essere entrati nel cuore di una battaglia, in un paese che pareva in stato di assedio» - scrive Levi). Il paese brulicava di gente in movimento per lo sciopero dei minatori, controllato a vista da centinaia di carabinieri armati. Era un grande giorno per la storia della Sicilia poiché si trattava del primo sciopero mai avvenuto in quelle terre. La reazione dello stesso Levi è di stupore: essendosi recato in visita a una vecchia zolfara da semplice curioso non avrebbe immaginato di trovarsi in un paese così vivo e in fermento. Le miniere di Lercara, spiega Levi, sono tutte di proprietà di un certo signor Ferrara, conosciuto in paese con il nome di ‘Nerone’. Massimo esponente della Democrazia Cristiana in Sicilia, egli è il classico esemplare di uomo mafioso che non sfugge all’occhio indagatore di Levi. Tuttavia, il nucleo dell’inchiesta mira a denunciare il sistema antiquato e disumano con cui sono gestite le zolfare: «non vi sono sufficienti misure di sicurezza, il lavoro vi si svolge in condizioni penose, vi lavorano anche donne e bambini, i salari sono di molto inferiori ai minimi stabiliti dai contratti generali». In particolare, il 18 giugno accadde un episodio talmente disumano da toccare il senso antico della giustizia: un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, morì schiacciato da un masso nella miniera in cui lavorava. Quando si seppe che alla busta paga del povero ragazzo venne tolta una parte di salario perché per morire non aveva finito la sua giornata esplose lo sciopero. I minatori chiedevano salari migliori, sicurezza, assicurazione sul lavoro. In particolare, il problema dei carusi, sfruttati e sottopagati dai gabellotti, è noto fin dai tempi dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino del 1876, che raccontò le condizioni di lavoro dei carusi nelle zolfatare siciliane e si collegò ad altri motivi fondamentali della questione meridionale. In tempi più recenti, quasi contemporaneamente a Levi, anche Leonardo Sciascia ha denunciato il brutale sfruttamento che ha luogo nelle miniere siciliane, con particolare attenzione alle conseguenze provocate sulla salute degli zolfatari ne “Le parrocchie di Regalpetra”. Procedendo nella lettura troviamo le testimonianze degli zolfatari che raccontano la storia della loro vita, la fame, i soprusi; tuttavia, Levi si accorge che nei loro occhi brilla una luce nuova. Non sono più tristi e spenti dalla cupa rassegnazione come quelli dei contadini lucani, ma sono occhi che hanno trovato il coraggio di vivere. Questa vicenda permette al Levi viaggiatore di scoprire quel principio di mutamento che si sta verificando nelle terre del Sud e che rappresenta il leitmotiv del libro Le parole sono pietre. La gente siciliana, finalmente, sta prendendo coscienza della propria dignità e inizia a credere alla possibilità di un cambiamento della propria situazione. Contrapposti agli sguardi vivi dei minatori stanno le facce corrucciate degli oppressori, i mafiosi, che avvertono lo sciopero come una grande minaccia alla loro comoda sopravvivenza. Infatti, come Levi scrive nell’introduzione all’opera, lo sciopero rappresentò per il signor N. la sua prima sconfitta, l’inizio della sua decadenza.

 

Link_5_Sicilia tra bellezza e desolazione

 

Il libro Le parole sono pietre segue due direttrici principali: da un lato documenta e denuncia le piaghe sociali (miseria, mafia, sistema feudale etc.), dall’altro inserisce nel racconto scorci paesaggistici che riflettono le bellezze naturali della Sicilia e dei suoi millenni di civiltà.  Il passo proposto si apre proprio con un grande incipit descrittivo che conferma la tendenza del Levi ad abbandonarsi alla contemplazione di paesaggi nudi e desolati e alla suggestione del favoloso. Come abbiamo già rilevato nel Cristo, anche qui è forte la disponibilità al colore accostato, con il tocco sapiente dell’artista, a immagini, suoni e sapori del mondo arcaico meridionale. Se la Lucania era un mondo prevalentemente in bianco e nero, la Sicilia presenta un paesaggio pittoresco con sfumature di colori che cambiano al variare del tono degli episodi raccontati nel libro. Così accade quando l’autore passa dalla vicenda ‘fiabesca’ del sindaco Impillitteri alla ‘storia vera’ delle miniere di Lercara Friddi. Nel primo caso, Levi ci descrive una natura lieta dai colori brillanti, dove la terra si unisce al mare; nel secondo episodio, come abbiamo visto, allontanandosi dalla costa, la natura diventa sempre più aspra e riflette la desolazione dei territori interni e delle miniere.

Nel passo che andiamo ad analizzare, il Levi ci descrive, con tono lirico, il paesaggio che osserva fuori dal finestrino del treno in corsa durante la traversata dello Stretto, dando grande risalto ai colori della natura e della gente che incontra; protagonista è, questa volta, la luna grande e rotonda, lucente «nel liquido metallo grigio-viola del cielo». Poi, come tanti piccoli soli, Levi nota i frutti sugli alberi, aranci e limoni, dai colori fosforescenti. Mentre il treno prosegue nella sua corsa da Messina verso Taormina, il silenzio avvolge sempre più la natura deserta disseminata di rocce, ulivi e spiagge.

Procedendo nella lettura, troviamo un episodio di vivace tono folcloristico: tra i personaggi descritti ci sono le donne, dalle grandi sottane bianche e azzurre, che lavorano a maglia senza interruzione; una vecchia in costume contadino e una zingara. Le donne, che sono spesso oggetto di osservazione da parte dell’autore, sono descritte con ricchezza di particolari, soprattutto coloristici (bianco, rosso, giallo-zolfo, giallo-arancio, rosa, grigio-ferro..).  

Ad un tratto però, improvvisamente, come evidenziato dalla congiunzione avversativa ‘ma’,  i colori ed il paesaggio cambiano. Le campagne verdi e dorate lasciano il posto alla grande Sciara di Mascali, la distesa di lava pietrificata che nel 1928 sommerse il paese fino al mare: ora tutto è nero, coperto da quell’immenso nastro di lutto posato a terra. Il nero, si è visto nel Cristo, è il colore dei contadini, del lutto e della miseria; tuttavia, in questo passo si carica di ulteriori significati: è il simbolo del caos primordiale del mondo («il nero disordine di una natura originaria, giovane e nascente»)e del fuoco («il fumo pietrificato dell’interno incandescente del mondo»). Con un’ampia metafora la lava è paragonata al mare che, spesso citato in relazione ad un paesaggio sereno e lontano dalla miseria, qui si tinge di nero. Per sottolineare tale anomalia, Carlo Levi lo descrive accostando tra loro quattro aggettivi dal suono aspro e di crescente intensità: è un mare ondulato, increspato, raggrinzito e addirittura affumicato. La metafora prosegue con l’antropomorfizzazione del vulcano nella figura della Santa protettrice di Catania, S. Agata, per la cui festa si preparano dolci e pani a forma di mammelle a causa di una mitica analogia tra l’asportazione delle mammelle che la Santa subì e le eruzioni vulcaniche: «il nero latte della mammella dell’Etna, sceso in neri ruscelli nella verde indifesa campagna» - scrive l’autore.

Il colore nero è predominante anche nella descrizione dei sobborghi di Catania («ed eccoci nella nera Catania costruita di fumo»), dove è sinonimo di vecchiume e di degrado. Uscendo dalla città, allontanandosi progressivamente dalla miseria e dalle rovine, ecco ricomparire la vegetazione e, con essa, i colori. Muschi, licheni, cardamomo, ginestra si uniscono al pistacchio, al mandorlo, alle viti in un paesaggio che è, allo stesso tempo, meraviglioso e terribile. La ginestra, pianta cara a Leopardi, e il fico d’India, l’albero della lava, sono definiti ‘piante della resurrezione’ perché crescono anche dove la terra è dura e arida. Il nostro passo si conclude con l’accenno al campo semantico della pietra che ricorre, significativamente, più volte all’interno del libro a connotare una natura desolata, ostile e abbandonata nella sua grandezza arcaica («e ritorni il deserto di pietra»).

 

18 ottobre 2021