Francesca Romana Camarota - Dislessia famigliare

Verità, menzogne, costruzioni e distruzioni nelle narrazioni autobiografiche degli ultimi decenni

 

In principio c’era Lessico famigliare (1963). Col passare del tempo, però, la complessa costruzione narrativa ha cominciato a perdere i riconoscibili riferimenti strutturali diventando più fluida, meno accattivante ma nello stesso tempo più esemplare di vicende umane che rendevano politico il personale. E si pensi in questo senso a Padre padrone di Gavino Ledda (1975).

 

E’ nell’ultimo ventennio del XXI secolo che si nota una pluralità articolata di esiti nelle narrazioni autobiografiche; la messa in discussione delle figure genitoriali (Per dove parte questo treno allegro di Sandro Veronesi, Tutta mio padre di Rosa Matteucci) e delle mitologie famigliari (La più amata e Giorni felici di Teresa Ciabatti, Non vi lascerò orfani di Daria Bignardi) spesso porta al tentativo di ricostruzione dolorosa e non sempre solida di nuclei e strutture che possono provare a dare un’idea di senso alla vita. Esemplare a questo riguardo è la ricerca struggente compiuta da Maria Grazia Calandrone in Splendi come vita e Dove non mi hai portata. Nell’accezione più ampia e malleabile di autobiografia si potrebbero far rientrare due opere di Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta e Mia madre è un fiume e Con le peggiori intenzioni di Antonio Piperno, dove la narrazione fiction prende spunto dalle reali origini familiari e personali sia storiche che geografiche per costruire un percorso biografico filtrato anche dagli schemi del romanzo storico

 

Le parole chiave dei romanzi di narrazioni autobiografiche sono: distruzione di mitologie e genealogie familiari, realtà, dolore, vero/falso. «Da tutto quel male che ho patito non è scaturita nessuna verità.» scrive Rosa Matteucci.

Sandro Veronesi, Per dove parte questo treno allegro, 1988; Donatella Di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, 2011; Alice Bignardi, La buona educazione, 2022; Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, 2005; Teresa Ciabatti, La più amata, 2017; Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita, 2021; Rosa Matteucci, Tutta mio padre, 2011: è il legame parentale, il primo, il più forte, il primario, quello che collega tutti questi testi tra loro. Si parla infatti di padri, madri figli e figlie strutturati nella famiglia. Le differenze sociali (ascendenza nobile, borghese, operaia o contadina, situazione economica benestante o disagiata, ascese e cadute) in sé non costituiscono il discrimine della narrazione, dal momento che queste sono attraversate e tenute insieme dalle figure genitoriali. O per meglio dire, dalla loro ricerca da parte dei protagonisti e delle protagoniste. È questo l’elemento più interessante: il desiderio rabbioso e struggente di ritrovare chi si è perso, o chi non c’è più.

Ma se il punto di partenza è comune, molteplici e differenti sono i percorsi: si ha l’impressione, infatti, che ogni narrazione sia labirintica. E non solo perché spesso si ritorna indietro nel tempo per cercare e per motivare un naturale motivo di smarrimento, ma anche perché nessuno di questi genitori è lineare. Forse è la ricerca in sé a non esserlo; forse non lo sono i tempi in cui gli autori e le autrici decidono di scrivere; forse si vuole consapevolmente annodare e non districare[1]

Il rigore sublime e toccante che percorre la narrazione-testimonianza di Lessico famigliare lascia il posto ad una capricciosa verità inverosimile: i nomi sono veri ma non lo sono le storie; oppure lo sono le storie mentre i nomi sono falsi. Oppure è tutto vero ma talmente assurdo da sembrare inventato: «Scrivo ricordo invento»[2]; «Ed ecco che, di nuovo, per dare più forza a una scena vera finivo per trasformarla in una finta e pensavo a un film»[3].

Il profetico «ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»[4] viene preso alla lettera. Perché di questo si scrive in questi romanzi: di infelicità, malessere, dolore, umiliazione. Ogni figlio ed ogni figlia, protagonista e voce narrante, cerca l’origine del proprio strazio. E la trova.

 

I          In Per dove parte questo treno allegro[5] il protagonista-narratore (ri)conosce il padre attraverso un viaggio fatto con lui da Roma a Lugano, passando per la Versilia e Milano per recuperare dei milioni - in lire - sfuggiti al disastro economico e familiare provocato da quel padre che è bello, elegante, affascinante, seducente (simile a Robert Mitchum) ma anche incapace, difficile, scostante, anaffettivo.

In Mia madre è un fiume[6] si passa attraverso l’accudimento burbero ed asciutto, nell’Abruzzo contemporaneo, della madre malata di demenza da parte di una figlia arrabbiata con lei[7]:

 

Le sono mancate per me attenzioni, tenerezze, contatto. Le sue mani erano d'ossa, mi arrivavano scarse e perpendicolari, i gesti dell’accudimento efficienti, con poche sbavature affettuose. Quasi come occuparsi degli agnelli.

 

Figlia che però ritrova nella quotidianità dell’assistenza le cause della mancanza d’amore, cause terribili ed atroci: la violenza subita dalla madre da parte del padre, il carismatico nonno Fioravante, amatissimo dalla protagonista e sinceramente tenero nei suoi confronti:[8]

 

Amava al contrario, non dava per paura del dare a forza che aveva conosciuto come preda. Non so se è vero. Volevo salvarla. I conti non si chiudono mai tra me e lei. Tutta la vita l’ho cercata, accattona che non sono altro. Ancora la cerco. Non la trovo. La cerco. Madre dolorosa.

 

Un altro accudimento per un’altra madre anche lei malata di demenza: La buona educazione di Alice Bignardi. La scelta della terza persona e lo stile rattenuto e freddo provocano una sensazione di straniamento: sembra quasi che il dramma dell'incomprensione non riguardi le protagoniste[9] «non si conoscevano affatto»; «aveva la sensazione che una parte delle persone presenti nella sua vita si comportassero secondo precise istruzioni imposte dall’alto, cioè da sua madre[10]». Madre bella, carismatica, vivace, trascinante. Però crudele nei confronti della figlia Lisa, nei confronti del suo corpo, delle sue scelte. Ma forse[11]

 

tutto quel teatrino, tutte quelle cose prese un po’ troppo sul serio da lei che si applicava con estrema perizia e soffriva tantissimo se veniva rimproverata, la allontanavano dalla realtà dei fatti, e i fatti erano che sua madre era ormai malata da una decina d’anni, che il suo tempo era agli sgoccioli e che loro lo stavano sprecando dietro quelle stronzate

 

La malattia diventa quindi il momento e l’opportunità per provare ad aprire, sia pure nell’inversione dei ruoli, una possibilità di dialogo.

 

Se la scrittura crea narrazione, in alcune di queste opere è evocazione del mondo fantasmatico: attraverso di essa infatti vengono riportati alla vita i genitori di Teresa e Rosa, le figlie protagoniste e narratrici rispettivamente de La più amata[12] e Tutta mio padre[13]. Romanzi familiari di respiro cronologico ed affollati di parenti ed amici, più ampi rispetto agli altri, ambientati in provincia, l’Argentario ed Orvieto.

Tutto mio padre, sarcastico, grottesco e beffardo, è quasi un’opera picaresca allucinata e maniacale come un quadro di Magnasco o di Bosch, affollato di miseria e creature e cose miserevoli, riccioli di polvere, croste ammuffite di pane e di formaggio, ragni, pulci, case umide e scrostate: il regno grottesco della povertà quasi totale[14]:

 

Avrei voluto salvare anche i miei genitori dal degrado e dalla miseria [...] Per quanto esasperata [...]sentendo mio padre che si affannava a trascinare le taniche di nafta, provavo un dolore acuto [...] Avrei voluto aiutarlo, riscattare la sua pena di vivere, facendo avverare una delle sue fantasie.

 

Un padre continuamente in bilico tra due mondi, continuamente alla ricerca di elementi improbabili che lo portino a tesori da fiaba, stregato dalla parapsicologia, un inetto. Una figlia arrabbiata, scontenta, umiliata[15].«Non devo tralasciare alcun dettaglio, per infimo che sia [...] Questa è la storia di una famiglia felice come tante e di una famiglia infelice come una sola, l’unica famiglia che conosca: la mia».

Un romanzo che sembra quasi una fiaba nera. Ma che nelle ultime pagine svela un segreto: le tenere parole di un padre forse incapace di affrontare la vita pratica, ma traboccante d’amore per la figlia[16].

 

Figlia mia, ora ti racconto come è vissuto tuo padre [...] Non mi piaceva, ma mi sono trovato a dover ricoprire quel ruolo di sfaticato eccentrico quando avrei voluto essere un militare [...] Era quello che si aspettavano da me [...] Perdonami di non essere stato capace di mantenerti [...] Mia cara figlia piccola, mia cara Roro, complice di tuo padre! [...] Fatti coraggio. Abbandonami. La vita ti aspetta [...] Ricordati, Rosa, che la vita è strana e sublime, perché si può sempre e di nuovo inventare e amare.

 

Il padre di Teresa, la protagonista de La più amata, il professor Ciabatti, è opaco, sfuggente ed ambiguo pur nell’apparente luminosità dei luoghi sfondo della narrazione e della sfarzosa villa sul mare che si è fatto costruire. E’ un uomo pieno di angoli bui, di abusi, di segreti, che la scrittura della Ciabatti registra con voluta indifferenza confondendo chi legge. Il Professore, il Chirurgo eccelso, benefattore dell'umanità che però non sa guarire le pieghe dell’animo che produce nella sua famiglia con il suo atteggiamento noncurante, rigido e sprezzante. Può tutto, ha tutto, fa tutto; ma non è quello che appare ed è ben peggio di quello che appare[17]:

 

uomo senza scrupoli, ateo, bugiardo, fascista, generico, vago, evasivo, quello che ho conosciuto non era lui, o lo era in parte, o forse non lo era affatto, autoritario, gelido, assente, maledetta figura paterna, padre dispotico, minaccioso, vendicativo, dannata figura paterna

 

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e voglio sapere chi era mio padre [...] Voglio sapere il male che ha fatto, ne deve aver fatto anche a noi[18]

 

    Le colpe dei padri ricadono sui figli. Che devono vivere arrancando cercando di liberarsi di loro. Il romanzo della Ciabatti non è una riconciliazione. Semmai, un tentativo di chiarimento. Che però non riesce ad essere del tutto limpido. Forse perché è troppo difficile e straziante dover rinunciare consapevolmente a chi ci ha generato.

 

Il romanzo in forma di narrazione poetica Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone[19] ha il carattere di summa parentale tragica di quasi tutto quello che gli altri romanzi citati contengono: una vicenda infantile durissima e quasi incredibile, il suicidio dei genitori naturali vittime di una società bigotta e chiusa, la bambina Maria Grazia che diventa sin da neonata un caso umano. E poi il suo salvataggio ad opera di una coppia di genitori impegnati politicamente e culturalmente propositivi che l’adottano, dandole il cognome che porta, salvandola dall’orfanotrofio e dall’emarginazione sociale; il padre adottivo che muore troppo presto, la madre bella e coinvolgente, che però è malata psichica. La deriva umana e l'allontanamento della figlia che però scrive questo romanzo per recuperare sua madre, la madre che l’ha scelta, perché perderla vorrebbe forse dire perdersi per sempre. Un testo stridente, spietato, lucido e nello stesso tempo folle, sempre in bilico sul doppio binario del valore esemplare e dell’unicità assoluta di quell’esperienza; ma insieme amoroso e struggente, straziante ed affamato perennemente di riconoscimento d’amore. Un testo esemplare, come sono tutti questi romanzi anche nel voluto parossismo delle situazioni, come osserva in un suo famoso saggio Alberto Casadei:

 

Ed è a questo punto si rileva che, è che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, nella narrativa italiana [...] si possono riscontrare l’iperbolicità [...] l’autobiografia (che presenta la vita stessa dell’autore come exemplum, peraltro anch’esso a volte fictum)[20]

 

Mi piace terminare con la citazione di un autore immenso, Franz Kafka, che ha saputo, forse come nessun altro, restituire gli abissi dei legami familiari[21]:

 

Abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci faccia molto male, come la morte di qualcuno più caro di noi stessi, come se fossimo spinti nel bosco, lontano dal consesso umano, come un suicida, un libro deve essere l’ascia per il mare gelato dentro di noi

 

 

Bologna, 29 maggio 2026

 

 


[1] «Ha senso dunque, nel caso della fiction postmoderna, parlare di mondi possibili, perché è in questa nuova fisionomia assunta dal genere intorno agli anni Ottanta che diventa la lectio [...] in molti casi contravvenire al principio di verosimiglianza» Fiction e non fiction Storia, teorie e forme, a cura di Riccardo Castellana. Roma, Carocci, 2021, p. 175.

[2] T. Ciabatti, La più amata, Milano, Mondadori, 2017, p. 215. 

[3] S. Veronesi, Per dove parte questo treno allegro, Milano, Bompiani, 2012, p.134.

[4] L. N. Tolstòj, Anna Karenina, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 10. 

[5] S. Veronesi, Per dove parte questo treno allegro, cit.

[6] D. Pietrosanti: Mia madre è un fiume. Ariccia, Elliot, 2014.

[7] Ivi, p. 37.

[8] Ivi, p. 38.

[9] A. Bignardi, La buona educazione. Roma, edizioni e/o, 2022, p. 37.

[10] Ivi, p. 46

 [11]Ivi, p. 116

[12] T. Ciabatti, La più amata, cit.

[13] R. Matteucci, Tutta mio padre. Milano, RCS, 2010.

[14] Ivi, p. 220.

[15] Ivi, pp. 15 e 17.

[16] Ivi, pp. 281, 282, 285 e 286.

[17] T. Ciabatti, cit., pp.  23, 24, 33, 213

[18] Ivi, pp. 210 e 213.

[19] M. G.  Calandrone, Splendi come vita. Milano, Ponte alle grazie, 2021.

[20] A. Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo. Bologna, Il Mulino 2007,  p.54

[21] F. Kafka, «Lettera a Oskar Pollack» 1903, Id., in Lettere. Milano, Mondadori (“Meridiani”), 1988

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Bibliografia Romanzi

Bignardi, Alice, La buona educazione, Milano, Mondadori 2017.

Calandrone, Maria Grazia, Splendi come vita, Milano, Ponte alle grazie, 2021.

Eadem, Dove non mi hai portata, Torino, Einaudi, 2022.

Ciabatti, Teresa: La più amata, Milano, Mondadori, 2017.

Eadem, I giorni felici, Milano, Mondadori, 2008.

Ginzburg, Natalia, Lessico famigliare, Milano, Mondadori, 1974.

Matteucci, Rosa, Tutta mio padre, Milano, RCS, 2010.

Pietrosanti, Donatella, Mia madre è un fiume. Ariccia, Elliot, 2014.

Eadem, L’arminuta. Torino, Einaudi, 2019.

Tolstoj, Lev Nikolàevič, Anna Karenina. Milano, Feltrinelli, 2013.

Veronesi, Sandro, Per dove parte questo treno allegro, Milano, Bompiani, 2012.

 

Bibliografia Saggi

Cantarini, Silvia, Una retorica degli affetti: dall’epos al romanzo. Pisa, Pacini, 2006.

Eadem, Scrivere al tempo della globalizzazione: narrativa italiana dei primi anni Duemila. Firenze, Franco Cesati, 2019.

Casadei, Alberto, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2007.

Idem, Biologia della letteratura Corpo, stile, storia, Milano, Il Saggiatore, 2018.

Castellana, Riccardo: Fiction e non fiction Storia, teorie e forme, Roma, Carocci, 2021.

Idem, Finzioni biografiche Teoria e storia di un genere ibrido, Roma, Carocci, 2019.

Kafka Franz, «Lettera a Oskar Pollack» 1903 in Lettere, Milano, Mondadori (“Meridiani”), 1988.

Millet, Richard: L’inferno del romanzo. Riflessioni sulla postletteratura. Massa: Transeuropa 2019.

Serkowska, Hanna (a cura di): Finzione, cronaca realtà Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea, Massa, Transeuropa, 2011.

Simonetti, Gianluca, La letteratura circostante Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea. Bologna, Il Mulino, 2018.

Tirinanzi De Medici, Riccardo, Il romanzo italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2018.