Due libri sui misteri di parola e scrittura
Ci sono accoppiamenti giudiziosissimi, ma all’apparenza imprevedibili, che portano ad accostare libri che non metteremmo nella nostra libreria nello stesso scaffale, e che invece rivelano intrecci suggestivi.
Il 28 aprile 2026 a Bologna si è tenuta alla Libreria.coop Zanichelli di piazza Galvani la doppia presentazione dei libri di Gian Mario Anselmi e Silvia Ferrara, alla scoperta del mistero, tutto umano, di parola, scrittura e letteratura. Si tratta, rispettivamente, de Il mondo e le sue parole (Carocci editore) e Il segreto delle isole (Feltrinelli Editore).
Il mondo e le sue parole è un saggio agile e brillante dall’approccio interdisciplinare, che si concentra su sette coppie di parole: immaginazione e realtà; bene e male; pace e guerra; politica e apocalisse; libertà e tirannia; amore e passione; presente e futuro. Come si evince dalle parole-chiave scelte, gli argomenti toccati sono tutti attualissimi. Inoltre, come vedremo, le riflessioni sviluppate a partire da queste coppie di concetti possono avere stimolanti ricadute didattiche: questo lo rende una lettura piacevole e profittevole sia per appassionati che per docenti di humanities.
Riporto un brano tratto dal primo capitolo, Immaginazione e realtà, che mette a fuoco il fine ultimo e il significato intrinseco della letteratura.
Pensiamo davvero che studiare letteratura sia una sorta di obbligo scolastico o un hobby da intellettuali snob? No, come ci è ora chiaro, ha addirittura a che vedere con le “cose ultime” del nostro esistere, è il nostro grido divino per accettare il mondo e averne risposta, la chiave d'accesso sublime per incontrare gli altri e il sacro arcaico che brucia negli altri come in noi. Nietzsche diceva che gli antichi dèi erano fuggiti dal mondo e ne avevamo una insondabile “nostalgia” che il Dio cristiano ormai era “morto” ma diceva anche che, nel deserto lasciato dalla fine delle illusioni sacre, restavano l'arte e la poesia a farci ritrovare un cammino, a far rinascere l’uomo del domani, l’“oltreuomo”. La letteratura allora è un “gioco” che mi consente di inventare, immaginare, creare, sentirmi uomo/donna e Dio al tempo stesso, è la modalità della mia più propria e profonda libertà. Se non partiamo da qui non capiremo mai il significato grande della letteratura e la direzione di senso per l'esistenza che ci può donare. Da qui in definitiva comincia il nostro viaggio, da questo primo “passaggio” fondante (pp. 14-15).
Leggere questo primo capitolo mi ha riportato alla mente un episodio accaduto durante la mia prima supplenza in una quarta ginnasio; erano le prime lezioni, in particolare di epica. Nelle ore di epica si leggono l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia, l’Iliade, l’Odissea. Nelle lezioni introduttive, spiegavo agli studenti che tutti questi testi, relativi ai miti delle origini e ai rapporti tra umano e divino, avevano l’obiettivo di dare un senso alla nascita e all’esistenza dell’essere umano. Questi miti inizialmente avevano la forma di racconti tramandati oralmente, poi furono raccolti e fissati tramite la scrittura: sono così diventati i primi testi delle nostre letterature, narrazioni con protagonisti Gilgamesh ed Enkidu, Noè e i figli Sem, Cam e Iafet, Achille ed Ettore, Ulisse. A quel punto, uno studente ha alzato la mano e ha manifestato un legittimo interrogativo: «Ma allora anche la Bibbia è letteratura, come l’Iliade e l’Odissea?!». Questo interrogativo, animato da sorpresa, partiva da una concezione di letteratura come un prodotto ben concreto e umano, lontano dal senso di trascendenza che si può ritrovare in un testo, da molti considerato sacro, come la Bibbia. Avevo previsto che questa domanda sarebbe arrivata, e ho risposto di sì: la Bibbia, nella sua essenza, è un testo per dei lettori; il nome stesso ‘Bibbia’ significa ‘libri’ (dal greco βιβλία). Tra l’altro, la Bibbia è un testo che, in maniera molto significativa, attribuisce un valore supremo alla parola. Nella Genesi, la Creazione è conseguenza della Parola di Dio, cioè di una sua affermazione: «Dio disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu» (Genesi 1,3); il Vangelo di Giovanni parla precisamente di Verbo: «In principio era il Verbo […] e il Verbo era Dio» (Giovanni 1,1), dunque parola creatrice. Perciò, la Bibbia stessa associa l’origine del creato a un atto linguistico, un atto di parola. È un’efficace testimonianza del valore e della potenza trascendente che, fin dalle origini, sono stati attribuiti a questa facoltà distintiva dell’uomo, in entrambe le sue manifestazioni: orale e scritta. A ragazze e ragazzi ho precisato quindi che la Bibbia, come testo, può essere studiata in maniera laica e scientifica dagli esperti di letteratura (filologia, critica letteraria). C’è poi il piano della fede, che è un livello personale e soggettivo, in base al quale il lettore credente può associare al testo anche un significato teologico, una funzione sacra e un valore di verità: questo accade per tutti i testi presi a riferimento dalle religioni, come l’Antico e il Nuovo Testamento per i cristiani, ma anche, nell’antichità, la mitologia greca con i suoi dei, semidei ed eroi, che fa capolino in Iliade e Odissea.
La visione della letteratura come “chiave d’accesso sublime per incontrare gli altri” illustrata nella citata pagina di Anselmi mi ha fatto venire in mente un ulteriore argomento: quello del “volto dell’altro” al centro dell’etica di Emmanuel Lévinas. Il filosofo francese, nelle sue opere (specialmente Totalità e Infinito del 1961), ha ben spiegato che la visione dell’altro, e in particolare del suo volto, è manifestazione di Dio e imperativo a non uccidere, in quanto Io mi rifletto – tramite lo sguardo – nell’Altro. Pertanto, l’esistenza dell’altro, l’incontro con lui non è affatto una limitazione alla mia libertà; al contrario, è la ragione stessa per cui la mia libertà esiste. Nel capitolo Immaginazione/realtà, Anselmi interpreta la letteratura proprio come una manifestazione del divino che è in noi e che, grazie all’empatia, possiamo percepire negli altri; non a caso, la sua riflessione prende le mosse dal significato simbolico dello sguardo dell’essere umano, occhio del Dio che lo ha creato per contemplare, nominare e cantare l’Universo.
Innumerevoli sono gli ulteriori spunti di didattica interdisciplinare che emergono dal saggio: in Bene/male troviamo aperture sulla letteratura anglo-americana; in Pace/guerra sulla storia moderna, in particolare il Cinquecento, età imperiale e imperialista in cui si prefigurarono le crisi ed emergenze di oggi, ma anche i possibili antidoti e soluzioni (basti pensare agli scritti di Erasmo); Politica/apocalisse traccia un percorso che da Petrarca e Leon Battista Alberti arriva al Novecento di Svevo e al cinema contemporaneo; Libertà/tirannia attraversa l’Illuminismo tra filosofia, letteratura e teatro; Amore/passione indaga questi temi attraverso suggestivi scorci di letteratura italiana e inglese e cinematografici; Presente/futuro riflette sul concetto di serialità declinata in varie tipologie di narrazione, tramite parole su carta (romanzi, novelle, sceneggiature…) o immagini su schermo (film, serie tv, videogiochi…), proponendo di interpretare la letteratura e i suoi generi multiformi come uno strumento che tutti noi dobbiamo imparare a maneggiare, forti della formazione scolastica, per capire meglio il mondo in cui viviamo e i suoi media.
Proseguendo la riflessione sulla parola scritta, veniamo a Il segreto delle isole di Silvia Ferrara. L’autrice racconta il suo lavoro di ricerca su civiltà e scritture antiche, una vera e propria avventura alla scoperta del mistero della scrittura, ovvero del passaggio storico e cognitivo dalla realizzazione di immagini realistiche alla codificazione dei segni delle lingue. Ferrara ha condotto la sua ricerca esplorando isole situate a tutte le latitudini e culle di antiche civiltà: Bali, Sulawesi, Filippine, Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), Maldive, Cicladi, Creta, Cipro. Il libro mostra la perfetta integrazione tra scienze umanistiche e STEM, sempre più presente e proficua nel panorama attuale della ricerca. È una lettura avvincente che può essere utile a studentesse e studenti per capire come studiose e studiosi di diverse discipline siano riusciti, collaborando fra loro, a illuminare la nascita della scrittura, con i suoi meccanismi e le sue convenzioni. Le difficoltà in questo tipo di ricerca non sono solo intellettuali ma sono anche fisiche, poiché si tratta di esplorare luoghi selvaggi e incontaminati, tra foreste pluviali e rocce a strapiombo! Ma al termine delle peripezie c’è la meraviglia, come pitture rupestri antiche di ben 45.000 anni, che raccontano storie più vicine a noi di quanto possiamo immaginare.
Ricollegandomi ai miti antichi, nel primo capitolo Intorno, solo acqua un brano parla proprio dell’epica delle origini e mi ha permesso di scoprire l’esistenza di un’opera che non conoscevo: l’Enuma elish, uno dei pilastri della letteratura mesopotamica insieme all’Epopea di Gilgamesh. L’Enuma elish racconta il mito della creazione secondo la civiltà babilonese. Partendo dalle origini dell’uomo e della scrittura, Ferrara espone i percorsi che ha seguito e i risultati delle ricerche che ha compiuto negli ultimi anni, studiando come nascono le scritture umane e i loro meccanismi di funzionamento.
La civiltà inizia con i segni, con la scrittura. L’Homo sapiens parla, ma parla anche il capodoglio, che è molto più intelligente di quanto possiate pensare. Ha un linguaggio combinatorio come il nostro, e siamo noi gli scimmioni poco intelligenti perché non lo capiamo. E siamo in grado di parlare da quando l'uomo è sapiens. C'è chi pensa che siano molto più di 500.000 anni, per la verità, andando indietro di oltre un miliardo di anni, già con I'Homo erectus. La cosa mi fa rabbrividire. Quante parole abbiamo sprecato. Quanto rumore in un miliardo di anni.
Ironia della letteratura, tutto inizia proprio da lì, dal rumore. Enuma Elish - scritto circa 4000 anni fa - è uno dei libri più antichi al mondo, forse il più antico al mondo, e inizia proprio con le chiacchiere caotiche e fastidiose degli umani. Il titolo in babilonese significa "quando in alto", che corrisponde all'incipit del testo. La storia è la creazione del mondo. Gli esordi della letteratura raccontano l'inizio di tutto e il loro principio sono le sprococolate, il parlare inconsulto, degli umani. Bella ironia, la genesi del mondo. All'inizio c’era solo acqua che turbinava nel caos e dal turbinio si separa l'acqua dolce, il dio Apsu, dall'acqua salata, la dea Tiamat. Dalla loro unione nascono giovani dei. Ma questi giovani dei sono, come tutti i giovani, rumorosi e scomposti, non fanno dormire Apsu di notte, lo distraggono di giorno. Apsu decide di eliminarli, Tiamat si oppone e fa uccidere Apsu. Non finisce bene, perché anche Tiamat si arrabbia e innesca una guerra. Insomma, dal rumore, dalle voci disordinate, dal suono indistinto e fastidioso nasce tutto, e non può che finire malissimo.
I primi testi ci dicono già tutto: le voci sono da buttar via, letteralmente da estinguere. Leggete questo splendido testo primordiale, invece. Scritto. Le parole scritte. Quanta superiorità c’è nelle parole scritte: sono ordinate, sono ponderate, sono frutto di riflessione, correzione, logica, senno: non sono scomposte, non fanno rumore. Non sono chiacchiere. Stanno in fila e in silenzio e camminano nel tempo. E, in più, ci lasciano cose meravigliose come l'Enuma Elish.
Questo brano fa comprendere al lettore il grande valore e la peculiarità della scrittura, specialmente in rapporto all’oralità: due sistemi di comunicazione e trasmissione diversissimi tra loro, seppur entrambi basati sulla parola. L’invenzione della scrittura è convenzionalmente lo spartiacque che separa la Preistoria dalla Storia, è il momento in cui i nostri antenati hanno cominciato a dare una forma concreta (grafica e sonora) alle parole che pronunciavano o avevano nella mente, per la prima volta con qualche chance di farle arrivare in maniera inalterata fino a noi posteri, alcuni millenni dopo. Ma quello spartiacque, che a scuola è spesso attraversato molto rapidamente passando quasi inosservato, può raccontare molto di noi e della nostra umanità: Ferrara lo dimostra attraverso il suo saggio narrativo, che apre su di esso uno spaccato davvero accattivante.
Una delle parti più suggestive del libro è la descrizione dell’esperimento in cui il team di ricerca tenta di ricostruire il momento storico e cognitivo della nascita di un codice di scrittura: si parte dalla selezione e dal disegno di icone, alle quali poi si associano suoni, seguendo principi quali il rebus e l’acrofonia. E, leggendo, si scopre che l’invenzione della scrittura rispecchia il funzionamento delle reti neurali, che si attivano nelle associazioni tra segni, suoni e referenti reali grazie a metafore, metonimie e sineddochi (pars pro toto). E quanto più affascinante diventa la retorica se si presenta non più come un mero insieme di nozioni convenzionali – e, dalla prospettiva di studentesse e studenti, spesso noiose – ma come qualcosa di intimamente connaturato all’essere umano, con alla base non solo i suoi processi cognitivi, ma anche la sua anatomia e fisiologia neurale!
Per concludere, senza dubbio consiglio questi libri agli amanti delle humanities e delle avventure, ai docenti e alle docenti che cercano spunti per guidare studentesse e studenti su percorsi innovativi e coinvolgenti attraverso le principali discipline scolastiche: epica e letteratura, storia, filosofia, scienze.
Bologna, 29 maggio 2026