Anna Maria Giorgi - Il treno ha fischiato

Identità, normalità e disabilità nel mondo pirandelliano

 

Il contributo prende in considerazione la novella pirandelliana Il treno ha fischiato (Novelle per un anno), testo da me proposto in una classe di primo biennio del liceo scientifico “Volterra” di Fabriano nell’ambito di un approfondimento sul tema Letteratura e disabilità, promosso da ADI SD, e di un laboratorio per docenti, condotto da Sara Lorenzetti. L’opinione comune e superficiale di colleghi e medici marchia la ribellione del casellario ambulante Belluca come alienazione mentale, dietro l‘accaduto la voce del vicino di casa del protagonista legge invece un naturalissimo caso. Si ripercorre la novella citata per sottoporre agli studenti una riflessione critica sulla cultura della disabilità, sul contrasto tra normalità sociale e libertà interiore attraverso un testo letterario. Sotto tale luce, Belluca può essere considerato disabile nel senso culturale e relazionale del termine?

 

Nel presentare l’attività didattica, si propone una sintesi delle sei brevi sezioni in cui la novella è divisa, individuabili attraverso gli autoriali spazi tipografici bianchi. Nel primo brevissimo segmento si fa riferimento  in maniera enigmatica a qualcuno che ha manifestato segni di follia, i cui effetti fanno ipotizzare ai medici una serie di malattie. Il narratore prospetta tuttavia per Belluca, il cui nome compare alla fine della porzione narrativa, un caso naturalissimo, e allude ad una vita da più anni infelice. Viene di seguito riassunto l’avvenimento che ha fatto guadagnare al protagonista, impiegato contabile mite e sottomesso, l’internamento in manicomio. La ribellione verso un capufficio aguzzino è associata al suono del fischio del treno che ripetutamente imita e che gli ha aperto una dimensione visionaria. Belluca nella terza sezione approda ad un nuovo lessico, che segnala l’emergere della natura poetica di un uomo diverso dalla macchina di computisteria con cui tutti lo identificano. Segue un primo brevissimo ragguaglio retrospettivo, in cui il narratore riferisce il proprio punto di vista sulla vicenda di Belluca: per chi ha vissuto per lungo tempo un’esistenza “impossibile” è naturale che un imprevisto possa procurare effetti straordinari. La seconda retrospezione, che occupa la quinta sezione della novella, completa il quadro del protagonista, la cui vita privata non è meno densa di sciagure di quella pubblica lavorativa. La terza retrospezione, contenuta nel racconto di Belluca al narratore, spiega il fatto naturalissimo occorso al protagonista: la proprietà della fantasia lo rende consapevole dell’angustia della vita e apre la strada alla sua fuga-riscatto.

 

Alla luce dei recenti studi, condotti su testi letterari, volti ad indagare il rapporto “letteratura e disabilità” [1] e a cogliere in particolare quest’ultima come costruzione culturale, socioeconomica e narrativa, la vicenda della novella pirandelliana in oggetto [2] ha permesso di esaminare un caso individuale e la risorsa messa in campo per affrontare la fragilità e la sofferenza. La lettura retrospettiva del “caso” Belluca apre le porte ad un motivo ricorrente nell’immaginario contemporaneo: la profondità. Tale richiamo assume nella novella una valenza quasi rivoluzionaria. Pirandello non celebra la follia, mostra piuttosto un’esplosione di interiorità, un gesto umoristico che rivela la drastica frattura tra ciò che si è e ciò che si appare, una tensione tra maschera e verità autentica, uno dei nodi centrali della rappresentazione del sé. La “anormalità” che medici e colleghi riferiscono agli atteggiamenti del protagonista impone uno scavo, il ricondurre la coda….mostruosa….al mostro per farla apparire non più tale, ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima. Solo allora il vuoto di una esistenza alienata rivelerà il motivo della condotta ribelle: se l’uomo è ridotto a ciò che fa [3], imprigionato nella forma che ingabbia la vita, una epifania può rivelare l’assurdità di una esistenza non vissuta. Immaginare nuove strade e nuove geografie mette in discussione il compiacimento di chi si pensa “normale”, mentre in realtà naviga sulla superficie dell’esistenza. Il fischio del treno permette di fuggire dalla insostenibile quotidianità, di maturare la consapevolezza del vuoto costitutivo e di rompere la finzione che impedisce alla vita di trovare la sua espressione [4].

 

Anche ne La carriola, il protagonista, grazie ad un viaggio in treno (compare di nuovo il mezzo di trasporto), infrange la prigionia della forma e si concede una follia quotidiana, che svela il senso del titolo. L’immaginazione di una vita diversa, lontana, in altri spazi e tempi, fa intravedere riflessi di luce in cui il personaggio pirandelliano ritrova la dignità e riscatta se stesso. Non ci sono più certezze, solo probabilità e si lotta non per diventare normali ma se stessi [5]; così, il confronto con l’altro da sé, in tutte le sue sfumature, attiva un rapporto dialettico e, «solo così, sembrano insegnarci i testi letterari, è possibile sopravvivere e reinventare una vita diversa, ma degna, per coloro che altrimenti si chiuderebbero in se stessi, incapaci di ogni relazione col mondo» [6]. Belluca, che non è un “pazzo” nel senso clinico, è piuttosto cieco alla vita, o meglio, reso cieco da anni di abitudini disumane, costretto a muoversi in un mondo in cui non si guarda mai lontano, non si immagina, non si sogna, proiettato in una sorta di anestesia dell’anima, in una società che non vede e non vuole vedere. La cecità fisica delle tre donne che il Nostro ha in casa, «la moglie, la suocera e la sorella della suocera», ne intensifica le disgrazie [7] in una condivisione da cui si libera con la frattura improvvisa della visione. Lo spazio “notturno” in cui si contestualizza il fischio del treno è un momento di illuminazione dopo il quale, come aveva scritto Pirandello ne L’umorismo, non è più possibile continuare a vivere come se niente sia accaduto. Dallo svantaggio condizionato dal contesto personale, familiare e sociale, Belluca viene liberato dall’evasione e dalla fantasia, che gli restituiscono il sentimento vitale negato dalla realtà. Si tratta, è stato osservato, di una scoperta anche linguistica [8]. Nel lessico impiegato emergono infatti campi semantici sui quali la riflessione degli studenti, coinvolti nell’ attività didattica [9], si è a tale proposito soffermata. Se ne propongono di seguito gli esiti, senza presunzione di completezza.

 

Belluca, privo di riconoscimento, di voce e di prestigio, figura marginale e socialmente subalterna, adotta il “linguaggio dell’immaginazione” per riappropriarsi attivamente di uno spazio interiore: per il personaggio è apertura, per la società è devianza. Paradossalmente, tale atto immaginativo diventa la prova della marginalità del protagonista ma, nel contempo, si fa conquista della propria emancipazione interiore, risposta simbolica alla individuale condizione di disagio, spazio di resistenza contro l’alienazione moderna [10]. Panorami naturali e geografici, che si accompagnano al motivo della vastità e dell’indeterminatezza, riconducono l’evasione alla percezione della vita e del tempo vissuti [11]. Sembra di cogliere uno sdoppiamento tra l’io della vita ordinaria e un io sognante che diviene altro da sé, una «prospettiva distaccante» che per prodigio illumina la consapevolezza del presente e la sua dolorosa realtà [12]. Il Belluca “normale” viene narrato in termini di regolare e metodica vita di ufficio, riassumibile nelle espressioni «casellario ambulante», «vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi», l’inferno della sua casa svela successivamente al lettore il «mostro» la cui coda apparirà «naturalissima», l’apertura seguente di una dimensione visionaria è una riscoperta del tempo perduto, in parte consolatoria [13], in parte amara[14]. Il mutamento improvviso è comunque un trauma che Belluca riferisce in termini di «travaso violento», «brivido elettrico», «cataclisma», che lo stesso potrà ricondurre alla normalità socialmente accettabile di un uomo tuttavia diverso [15]. Belluca è infatti condannato ad «un’esistenza schizoide, a una “follia fredda” lucidamente perseguita» [16]: in tale senso il fischio del treno e la fuga nella fantasia assumono i caratteri di una epifania che comportano la ribellione ad un sistema e la dichiarazione che l’uomo non può essere limitato a ciò che fa.

 

L’attività affrontata sul tema e sul testo letterario in oggetto ha condotto alla ridefinizione del concetto di disabilità, non intesa come limite fisico o mentale, ma come esperienza relazionale e culturale attraverso cui la condizione di “anormalità” si presenta come il risultato di uno sguardo normativo imposto dalla società. La novella di Pirandello, riletta in tale luce, mostra come la letteratura possa problematizzare lo sguardo sociale sulla devianza, trasformando l’apparente “follia” in occasione di consapevolezza e proponendo un’idea di inclusione fondata non sulla normalizzazione, ma sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro [17].

 

 

Bologna, 29 maggio 2026

 

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Note:

[1] Per un’ampia bibliografia si rimanda ai seguenti studi e contributi: F. Millefiorini, «E, quasi incredula, mi aprivo alla speranza». Percorsi di letteratura della disabilità, Milano, EDUCatt, 2010; Letteratura e Scienze, Atti delle sessioni parallele del XXIII Congresso dell’ADI (Associazione degli Italianisti) Pisa, 12-14 settembre 2019, a c. di A. Casadei, F. Fedi, A. Nacinovich, A. Torre, Roma, Adi editore, 2021; D. De Liso, V. Merola, F. Millefiorini, F. Pierangeli, Oltre il limite. Letteratura e disabilità, Napoli, Loffredo, 2022; E. Patat, D. Bombara, Dal margine al centro: rappresentazioni della disabilità nella letteratura e cultura dell’Italia contemporanea, «Cuadernos de Filologia Italiana», 31, (2024), pp. 11-22.

[2] Per il testo della novella si è consultata l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Luigi Pirandello, Milano, Mondadori, 2024, a cui rimandano le pagine citate.

[3] Con riferimento alla Educazione civica, si propone alla classe coinvolta nel percorso didattico una lettura con riflessione sull’obiettivo 8 dell’Agenda 2030 (Lavoro dignitoso e crescita economica). Si richiameranno in particolare i traguardi fissati per la crescita economica inclusiva e sostenibile, nonché la garanzia a tutti di un lavoro dignitoso. Si guiderà inoltre un approfondimento sulla “sindrome da burnout”, sulle caratteristiche del lavoro nella società contemporanea e sui cambiamenti, sul piano individuale e sul piano socio-economico, che potrebbero condurre il lavoro ad una dimensione più umana e gratificante.

[4] Cfr. S. Lorenzetti, Le novelle: laboratorio tematico e stilistico, in Le novelle di Pirandello “raccolte” 2, Atti del 60° Convegno internazionale di studi pirandelliani a c. di S. Milioto, Caltanissetta, Lussografica, 2023, pp. 11-28.

[5] Dalla dedica, G Pontiggia, Nati due volte, Milano, Mondadori, 2000.

[6] D. De Liso, V. Merola, F. Millefiorini, F. Pierangeli, op. cit., p. 18.

[7] S. Lorenzetti, “Zoppaccia, guercia e sbiobbina”. Letteratura e disabilità nelle novelle di Pirandello, «Cuadernos de Filologia Italiana», 31, (2024), pp. 69, 70.

[8] R. Antonelli, M.S. Sapegno, Letteratura oggi. Dal secondo Ottocento al primo Novecento, vol. 3A, Milano, Rizzoli Ed. S.p.A. 2023, p. 914.

[9] Si ringrazia l’intero gruppo per la passione dimostrata, citando in ordine alfabetico i nomi degli studenti: Acuti Alisia, Adorisio Francesco Maria, Antonelli Pietro, Beato Bianca, Bonerba Francesco, Burzacca Sofia, Cappelletti Gabriella, Cioccolanti Eleonora, Cloriti Aurora, Cozzolino Leonardo, Crescentini Viola, Di Marco Palombi Lorenzo, Fabrianesi Elena, Gagliardi Francesca, Giordani Michelangelo, Grassi Carlo, Haderi Perla, Lopci Era, Medardoni Emma, Montecchia Edoardo, Ninno Riccardo, Palazzi Matteo, Riccioni Ylenia, Servidei Lorenzo, Svampa Francesco, Vecchi Marco.

[10] Belluca si presenta «d’una ilarità vaga e piena di stordimento» (p. 303), parla «espressioni poetiche, immaginose, bislacche» (p. 304), di «un fischio[…]come lontano» (p. 304), di «azzurre fronti di montagne» (p. 304), di cetacei enormi che «con la coda facevan la virgola» (p. 304), del vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno, dell’immaginazione d’improvviso risvegliata.

[11] Si richiamano le espressioni: «Firenze, Bologna, Torino, Venezia…tante città, in cui egli da giovine era stato…Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo aveva vissuto anche lui! » (p. 306), e ancora: «le azzurre fronti … Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani…le foreste…» (p. 307); «una capatina, sì, in Siberia…oppure oppure…nelle foreste del Congo: - Si fa in un attimo, [..]» (p. 307).

[12] Gli elementi colti sono frutto della lettura e della rielaborazione in classe di alcune osservazioni critiche sul leopardismo pirandelliano, contenute nel lavoro di R. Salsano, Pirandello novelliere e Leopardi, Roma, Lucarini Editore, 1980, passim.

[13] Si riportano a titolo esemplificativo le seguenti espressioni, con riferimento ad un oltre in cui poter vagare con la fantasia: «C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno si avviava…» (p. 306).

[14] Si riportano a titolo esemplificativo le seguenti espressioni in cui si rileva il qui atroce e doloroso in cui il protagonista è relegato: «E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria…» (pp. 306-307).

[15] Si vedano le espressioni: «Ma ora, ecco, gli si spalancava davanti agli occhi della mente, liberati: gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito, tutto quanto, tutto quanto. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, ed egli con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, per deserte lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido… questo stesso palpito del tempo… C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita “impossibile”, tanti e tanti milioni d’ uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente» (p. 307).

[16] C. Giunta, Cuori intelligenti, vol. 3 a, Novara, De Agostini Scuola, 2016, p. 511. Si ritengono significativi i seguenti passi: «A poco a poco, si sarebbe ricomposto. […] Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia…oppure oppure…nelle foreste del Congo: - Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…» (p. 307).

[17] L’attività didattica prevede una riflessione finale e un confronto con casi letterari (altre novelle di Luigi Pirandello, per le quali si rimanda all’articolo di Sara Lorenzetti, “Zoppaccia, guercia e sbiobbina” cit.; i romanzi pirandelliani Il fu Mattia Pascal, cap. XVIII e Uno, nessuno e centomila, libro ottavo, cap. IV; il romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno, cap. “Il fumo”). Prevede inoltre un compito di realtà con produzione di breve elaborato (testo narrativo) sul tema: Follia o ribellione? Quando il disagio diventa una voce inascoltata.