Agostino Arciuolo - Leggere è toccare con gli occhi

 

Leggere, secondo il parere di alcuni ricercatori, è un atto innaturale[i]. La lettura oculare specialmente: restare ore con le pupille focalizzate lungo le righe di una pagina o di uno schermo a pochi decimetri di distanza, nell’intento di decodificare a vari livelli (fonetico, semantico, simbolico) una sequela di caratteri alfanumerici stabiliti per convenzione e appresi dopo anni d’esercizio in età scolare, non è un’attività per cui l’essere umano sembra biologicamente predisposto.

La lettura sarebbe insomma uno sforzo, qualcosa che il nostro corpo non è portato a fare in maniera istintiva o naturale e per la quale esso va allenato, educato. Dico “il nostro corpo” e non “i nostri occhi” o “il nostro cervello” per più di un motivo. Intanto perché leggere è a tutti gli effetti un’esperienza che coinvolge l’intera corporeità: si legge con le mani che reggono un libro, che voltano pagina o che scrollano una videata; si legge con la schiena che si torce e si stanca e cambia posizione, con le gambe che non stanno ferme; si legge coi muscoli del volto che assumono le espressioni più svariate, dalla sorpresa alla perplessità, dalla curiosità alla noia; coi denti che morsicano una matita e le dita che di tanto in tanto la acciuffano per sottolineare un aggettivo, un passaggio riuscito, una frase da ricordare.

Si legge più o meno immersi nel flusso testuale, che a volte scivola meglio e a volte peggio (come quando ci si rende conto di stare scorrendo catene di parole in maniera meccanica, senza realmente afferrarne il senso, e che l’ultima mezza pagina la si è letta pensando magari a tutt’altro). E si legge, soprattutto, immersi nell’ambiente intorno, che sia in una biblioteca, su un mezzo pubblico, chiusi in camera oppure in bagno. Il ritmo irregolare del proprio respiro, la vibrazione del cellulare che forse era meglio tenere in modalità aereo; il tizio di fronte che ogni poco si schiarisce la voce, l’angolo della mensola su cui l’occhio cade a ogni piccola distrazione.

 

Momenti che fanno parte anch’essi, a modo loro, di quella complessa attività che va sotto il nome di lettura. La quale, essendo appunto “innaturale”, richiede ogni tanto una pausa, uno stacco prima di ripartire. Non sempre distrarsi è un impedimento rispetto all’attività su cui la mente è occupata: è piuttosto, e anche su questo convengono non pochi studiosi[ii], uno spiraglio aperto per la parte più creativa o, tutt’al più, un sintomo del bisogno di fermarsi per riprendere fiato, energia, concentrazione.

Che leggere costi fatica, d’altronde, è per molti una verità talmente evidente che neppure avrebbe bisogno d’essere argomentata. Si pensi agli ostacoli che una persona con dislessia incontra nel trovarsi davanti a un testo scritto. Qualcuno ha provato a simularla e ne è vemuda fnori nua gosa leb cereme[iii]. Se non fosse per la possibilità di ricorrere al canale uditivo, con un software di sintesi vocale o magari un’altra persona a leggere per lui, un dislessico vivrebbe un po’ come un astigmatico che non trova gli occhiali.

Non sempre si può fare affidamento, perciò, sull’area cerebrale preposta alla decodifica dei caratteri scritti. In casi di questo tipo, non rari e anzi molto più frequenti di quanto non si creda[iv], la lettura ha più a che fare con le orecchie che non col nervo ottico: i grafemi arrivano già trasformati in fonemi, le lettere su una pagina lasciano posto ad articolazioni della voce, vibrazioni acustiche, onde sonore. Quello degli audiolibri, d’altra parte, è un mercato sempre più in espansione, anche tra coloro che non riportano disturbi specifici di sorta. C’è chi dice che non è lo stesso, che l’esperienza della lettura è un’altra cosa: ebbene, nessuno impedisce a chicchessia di continuare a fruire di un libro nelle modalità, nel formato e attraverso il canale che più gli aggrada.

 

Che non si legga solo con gli occhi, del resto, è un fatto ovvio, persino banale, per chi usa il codice Braille: persone cieche, ipovedenti ma anche non, per le quali leggere è una questione principalmente di tatto. Non segni grafici che si dispiegano alla vista, ma puntini in rilievo che si susseguono e si riconfigurano sotto i polpastrelli. La lettura, in questo caso, acquista una pregnanza ancora più fisica, nella misura in cui comporta un movimento attivo nello spazio circostante, un gesto necessario che parte dalle braccia e si trasmette fino in punta di dita. Si pensi anche, per dire, all’importanza che il “portare il segno col dito” assume durante le prime fasi di apprendimento. La lettura ha fin da subito, insomma, una componente tattile non prescindibile, di qualsiasi tipo essa sia.

Maurice Merleau-Ponty, filosofo francese del secolo scorso, scriveva nella sua Fenomenologia della percezione che “vedere è toccare con gli occhi”. Il che, al di là della suggestione sinestetica, sta a significare che anche la vista, comunemente considerata come il più vigile ed esteso dei cinque sensi, è in fondo una modalità selettiva e parziale di apertura al mondo. Tutt’altro che infallibile, l’occhio è anzi l’organo di senso che più di tutti è soggetto all’inganno, laddove i restanti risultano meglio ancorati alla concretezza tangibile delle cose.

A sostegno di ciò, i due fenomenologi danesi Shaun Gallagher e Dan Zahavi fanno notare come il campo visivo non sia affatto un’immagine “ad alta risoluzione”, fissa davanti e presente al soggetto in ogni suo dettaglio: non si è in grado di focalizzarne, di “toccarne”, che pochi alla volta. Basta chiudere le palpebre, per rendersene conto, e provare a ricostruire ciò che fino a un momento prima si aveva di fronte. Oppure fissare lo sguardo su una parola, una sola, per esempio questa, e tentare al contempo di leggerne altre, distanti o meno che siano, senza muovere gli occhi.

 

Così come la vista, allora, anche la lettura è un’esperienza tutt’altro che statica o lineare. È un esercizio che anzi chiama in causa un dinamismo continuo e diffuso, da capo a piedi, e che richiede pure un certo dispendio energetico. L’etimologia stessa del verbo “leggere” (dal latino “legĕre”, derivato a sua volta dal greco “légō”, che vuol dire in senso proprio “raccogliere”) suggerisce la sua parentela con una gestualità dalla forte connotazione materiale – che non può non richiamare, peraltro, il gesto fisico che accompagna la lettura in Braille. Leggere è setacciare uno spazio testuale alla ricerca di stimoli, sensazioni, indizi, rimandi; è cogliere, carpire ciò che gli conferisce senso e significato; è tentare di afferrarli, di farne “raccolto”.

 

Marcel Proust, dal canto suo, parlava della lettura come di una “corsa a perdifiato degli occhi”, i quali non fanno che rimbalzare in maniera frenetica da un punto all’altro della pagina, tornare indietro e rimbalzare in avanti, perdere il segno e riacciuffarlo. Gli occhi anticipano la voce, alta o bassa che sia, mormorata oppure interna, intima, complice di un silenzio impossibile. Si è parlato al proposito di eye-voice span, a indicare l’intervallo tra il punto su cui ruzzola l’occhio e quello che la voce, anche interiore, sta leggendo – dislocato sempre un po’ dietro, sopra, prima. Più che biglie lungo il piano inclinato delle righe, a osservarle bene, le pupille di un lettore sono palline di un flipper: non leggono una lettera alla volta, né una sillaba e neppure talvolta una parola. Prova ne sia il fatto che “ahcne cmabiadno l’oridne dlele letrete tnrane la pimra e l’uitlma il sesno di una fsare si casipce lo sestso”.

 

Una “corsa a perdifiato”, dunque, un andirivieni incessante che incespica di continuo e trascina il lettore anima e corpo, costringendolo a uno sforzo che è sì “innaturale”, come si diceva, ma che pure non esclude un certo piacere. Il “piacere della lettura”, per l’appunto. Per garantire il quale occorre però che il lettore, dal più al meno sprovveduto, si senta quanto più a suo agio e nel pieno diritto di ricorrere ai canali e agli strumenti che più ritiene opportuni, affinché l’atto del leggere sia il meno “innaturale” possibile. Ne sa qualcosa Daniel Pennac, scrittore francese (oltre che, non a caso, dislessico) che ha stilato un famosissimo decalogo dei “diritti del lettore”[v], in base al quale chiunque si trovi alle prese con un libro può prendersi la libertà, tra le altre, di “non finirlo” oppure al contrario di “rileggerlo”, di “saltare le pagine” e “piluccare” qua e là, di “leggere ad alta o bassa voce”.

A ulteriore difesa di tali “diritti”, e in polemica coi puristi della letteratura, anche una personalità del calibro di Carlo Fruttero ha più volte insistito sul fatto che nei libri “è lecito passeggiare”. All’interno dello stesso e, mi permetterei di aggiungere, anche da un libro all’altro.

Leggere è anche, in qualche modo, ripercorrere i fili di una tessitura (e non è un caso che le parole "testo" e "tessuto" condividono l'etimo). Altra metafora poco visiva e molto fisica, tattile. Così come il vedere, allora, parafrasando Merleau-Ponty, anche il leggere è un toccare, in senso letterale e in senso figurato. Con gli occhi, con le dita, coi timpani e con tutti quanti i sensi, esterni e interni. Con tutto ciò che siamo.

 

 

 Bologna, 29 maggio 2026

 

Bibliografia:

  • Gallagher S. & Zahavi D., La mente fenomenologica, Raffaello Cortina, Milano, 2020
  • Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, Milano, 1965
  • Pennac D., Come un romanzo, Feltrinelli, Milano, 2000
  • Proust M., Del piacere di leggere, Passigli, Firenze, 1998

 


[i] Ne parlava un articolo di Giorgia Battaglia, apparso qualche anno fa in «Ultima voce» (Lìnk: La lettura è un'attività innaturale: nessuno di noi è nato per leggere)

[ii] Un’agile e divulgativa illustrazione della questione, nei suoi aspetti neurologici, in un articolo di Alessandra Pontis su «inTherapy» /link: Distrazione: i momenti che lasciano spazio alla creatività).

[iii] Link al Blog di «Anastasis» : Dislessia: cos'è - Cooperativa Anastasis.

[iv] Un quadro complessivo, anche se risalente a una decina d’anni fa, in Dislang.La dislessia in Euopa, a cura di C. Cappa e S. Ulibi (Link: 3-ITA-Modulo-2014.pdf).

[v] Lo si può leggere al link: https://libreriamo.it/libri/i-diritti-del-lettore-secondo-daniel-pennac/