È molto complesso e difficile affrontare oggi lo “stato della letteratura”: del resto la critica letteraria, giornalistica e universitaria, langue, spesso dibattendosi in un groviglio di proposte e interventi non centrati e soprattutto (cosa molto grave per chi esercita da ogni punto di vista una funzione kantiana di “critica”) non attenta a ciò che accade nel presente. Dovrebbe essere obbligo prioritario per chi si occupa di letteratura partire innanzitutto dalle cose presenti, guardare al passato come a una guida non costrittiva e sterilmente erudita e, se possibile, sulla scorta della grande lezione (anzi “lezioni”) di Calvino, tentare di traguardare un possibile futuro, il cui orizzonte le pesanti condizioni di guerra e instabilità generali rendono quasi indecifrabile. E’problema di enorme gravità per le nuove generazioni: l’espulsione del futuro e dell’utopia dall’immaginario (ogni idea di futuro è ormai sostanzialmente distopica) genera danni irreparabili. Siamo forse la prima epoca nella storia dell’homo sapiens in cui il presente domina senza però essere ”pensato”, che il futuro è stato abraso e che il passato, lungi dall’essere un ricorso a risorse preziose di memoria identitaria si è trasformato (e lo paventava già Nietzsche) in un “rifugio” consolatorio e nel campo della ricerca in un deposito di reperti talora indifferenti se non del tutto inutili alla decifrazione del presente e alla riflessione della condizione umana (esattamente l’opposto di quello che sul passato propugnavano in pagine insuperate Machiavelli o i maggiori Illuministi).
E allora da dove ricominciare per parlare di letteratura: innanzitutto da una semplice constatazione. La letteratura oggi è viva più che mai e soprattutto in un genere ever green ovvero il romanzo. Il mondo è dominato da “narrazioni” e in tutto il mondo si scrivono grandi quantità di romanzi sia di alta qualità sia soprattutto popolari. Di questi ultimi, nonostante le grandi pagine che Gramsci seppe dedicare (in carcere!) alla letteratura popolare soprattutto in Italia non si ha cura nell’insegnamento tanto primario e secondario quanto (ancor più colpevolmente) universitario. Eppure la rivoluzione di proporzioni gigantesche che ha coinvolto ovunque la letteratura popolare è sotto gli occhi di tutti: innanzitutto per questioni di genere. Oggi sono donne che scrivono per lo più i romanzi di maggior successo in tutto il mondo (la “profezia” di Boccaccio sulle donne vere protagoniste della lettura), anzi le donne dominano tutta la scena letteraria incontrastate (da tempo negli Usa e in Inghilterra persino molte note attrici, antesignana Natalie Portman, e famose cantanti pop hanno fondato e stanno espandendo originali circoli di lettura e di promozione di romanzi quasi sempre in sintonia e alleanza con scrittrici e scrittori).
Anche in Italia dilaga la narrazione e la lettura “al femminile” (e i nostri consunti e inutili premi letterari non dibattono davvero di questo e anzi procedono per la vecchia strada di un maschilismo misogino strisciante e ambiguo, quasi patetico): oggi i romanzi più letti qui come in altri paesi sono opera di donne bravissime che hanno rimesso in circolo la passione della lettura fra i giovani (spesso in Italia servendosi di pseudonimi inglesi per essere prese in considerazione da un grande pubblico internazionale; caposcuola Erin Doom ma anche Felicia Kingsley, donne felicemente “emiliane”). Non sarebbe una vera rivoluzione da studiare con passione e interesse per intravedere un futuro nuovo della letteratura, ovvero quello del ribaltamento dei generi nella scrittura? E in aggiunta non sarebbe altrettanto interessante verificare come il femminismo radicale e lesbico e in genere tutto il fenomeno LGBTQIA+ siano entrati con grande libertà nelle narrazioni contribuendo al tempo stesso a rifondarle in modo decisivo e a sostenere una battaglia di diritti ancora tutti da conquistare? Si dirà ipocritamente: ma questa è antropologia! Ma perché i maggiori critici del Novecento e di oggi non ci hanno proprio insegnato la via maestra di una letteratura con al centro l’uomo, la donna, i generi ovvero una antropologia sul campo? Dicono qualcosa i nomi, per stare solo all’Italia, di Umberto Eco, Ezio Raimondi, Piero Camporesi, Alberto Asor Rosa, Amedeo Quondam, Maria Corti, Lucia Battaglia Ricci, Carlo Ossola?
Abbiamo tentato di indicare qualche linea di percorso critico a partire da categorie ben consolidate: aggiungiamo che quando oggi si parla di narrazione se ne parla pensando anche al dilagare infinito delle serialità televisive e delle nuove forme cinematografiche (ad esempio l’Odissea di Nolan) che permeano tutte le nostre giornate (il paradigma “Netflix”) e che attingono la loro forza narrativa proprio dall’apprendistato letterario/drammaturgico/teatrale, spesso colto e sofisticato, degli sceneggiatori e sceneggiatrici. Se addizioniamo trionfo del romanzo e trionfo a livelli impensabili di spettatori di forme narrative multimediali (ne avevo già parlato in un mio libro di qualche anno fa) è facile constatare come la letteratura, per gran parte ormai al femminile, contemporanea determini un immaginario imponente che purtroppo la critica ufficiale e le pratiche didattiche correnti non colgono in nessun modo. In ballo è niente di meno che la nostra libertà, anzi la difesa della libertà di cui restano in piedi pochi presidi e fra questi certamente vi è l’arte (Sartre o Maria Zambrano antesignani indiscutibili dell’intreccio tra letteratura e filosofia).
Proviamo ad aggiungere un’altra categoria filosofica/scientifica per procedere nella nostra riflessione ovvero lo Spazio (in qualche modo del Tempo abbiamo già accennato in apertura): innanzitutto quale spazio si apre oggi per la letteratura? Certamente lo spazio indispensabile dell’immaginario (come per tutte la arti del resto): niente in questi momenti di smarrimento è così decisivo per la nostra sopravvivenza che aprirci senza riserve all’immaginario, usando al meglio anche il lato positivo delle conquiste digitali. Se volete, una sorta di “ottimismo della volontà” in cui il “sognare ad occhi aperti” non è una oziosa divagazione ma il fulcro di una battaglia di libertà nell’accezione essenziale che seppe darcene Sartre proprio parlando di letteratura e filosofia. Senza le “narrazioni” (e per altri versi senza la “poesia”, così essenziale oggi per tutto il vastissimo mare della musica pop d’autore ad esempio) saremmo perduti: le discipline un tempo “forti” come sociologia, economia, fisica, politologia appaiono come frastornate e incapaci di decifrare il mondo e di saper parlare a grandi numeri di persone, soprattutto balbettanti di fronte ai mutamenti fragorosi che ci circondano e a cui, chiusi da gabbie concettuali obsolete, non sanno dare alcuna risposta (men che meno, come sempre ci ricorda Floridi, sanno dare risposte alle nuove frontiere etiche poste dalla rivoluzione tecnologica e digitale in atto). Non è un caso che di queste discipline se ne siano impadroniti giornalisti e divulgatori completamente afasici di basi metodologiche e sostanzialmente “infondati”.
La letteratura ha oggi quindi uno “spazio” d’eccezione che nessuno però studia davvero, salvo qualche timido filone di “letteratura ed ecologia” il cui significato ancora non ha trovato però approdi filosofici e scientifici adeguati soprattutto in questa fase apocalittica (e climatica) per le sorti della natura, dell’uomo e del pianeta, rispetto alle quali “letteratura ed ecologia” risulta ancora un piccolo granello metodologico per pochi addetti e non capace di darsi un vero statuto di fronte a ciò che accade; basti pensare che qualche scienziato già parla di possibili estinzioni dei viventi nel nostro Spazio e in un Tempo non remoto. Se questo è lo spazio che oggi ha la letteratura, esso è allora al tempo stesso lo spazio che la letteratura “crea”, in un certo senso, per servirci di Heidegger e Lacan, “bordeggiando” l’Essere che è indicibile e indecifrabile ma di cui possiamo trarre una suggestione dalla potenza evocativa della letteratura narrante di un Bello che è anche Buono: il filologo deve sapere (pena l’inutilità della sua disciplina) che è questo il suo fondamento e non una inutile ricerca di ipotetici apparati di testi obsoleti e “inediti” che spesso meriterebbero di restare tali. Il filologo dovrebbe essere (come lo era nell’Ottocento alla fondazione della disciplina) l’evocatore e il mallevadore di una parola antica da “restaurare”, di testi essenziali per definire l’indecifrabile presente. Non un “tecnico” dotato di apparati concettuali ormai lontani anni luce dalla scienza contemporanea e totalmente avulso dai presupposti epistemologici oggi indispensabili per le “parole del mondo”, antiche o presenti che siano (rimando ancora come piccola manciata suggestiva di esempi a miei studi, a Silvia Ferrara, a Ivano Dionigi, ad Andrea Mazzucchi, a Loredana Chines, a Lucia Rodler, a Paola Italia, alle riviste “Ecdotica” e “Limina”, rivista, quest’ultima, oggi fra gli esperimenti più riusciti nell’ accezione di una filologia che sa “bordeggiare”, in limina, appunto, la “cosa in sé”, la parola di “ciò che dà da pensare”).
Ma questa spazialità concettuale che ho tentato di perimetrare ha un nome preciso: “spazio letterario dell’Occidente”. Ovvero l’egemonia dell’uomo bianco occidentale conquistatore e predatore aveva posto (in un processo millenario giunto all’apice con la Guerra Fredda del Novecento) il centro nel cosiddetto Occidente: peccato che oggi è proprio l’Occidente con i suoi presunti valori che si va sfaldando come neve al sole. I profeti (per lo più reazionari) ci furono in tempi lontani: Spengler (Il tramonto dell’Occidente) e Nietzsche per citare i più grandi. Ma nessuno li ascoltò e oggi invece lo sfaldamento dell’Occidente, persino geografico, è sotto gli occhi di tutti. Dove i confini che l’Ulisse di Dante aveva deciso di varcare? Cosa sono gli ambiti dell’Occidente? Cosa ci dicono i non arginabili flussi migratori in rottura di ogni confine? L’UE, gli USA e come e dove riescono a distinguersi dal gigantesco Est senza neppure tentare un confronto culturale? Abbiamo persino consentito, rigidi nella nostra obsoleta presunzione occidentale suicida e ignorante, che la Russia e la sua letteratura, la sua cultura fossero fagocitati da un dittatore e che il mondo islamico tanto determinante per lo sviluppo della cultura mediterranea (così contiguo e pronto a sovrastarci) si radicalizzasse al punto che esso stesso ha sconfinato verso Ovest e dietro l’Islam ecco già pronti gli immensi, incontenibili imperi cinesi, indiani, coreani, giapponesi, asiatici insomma. Allora dove l’Ovest e dove l’Est? Tutto è stato ribaltato. La letteratura e le narrazioni occidentali, pur ancora imperanti, sono al canto del cigno, gli dei di Omero godono del loro ultimo trionfo ma i nuovi saperi e le nuove narrazioni che sorgono dal vecchio Est (e a Sud dall’Africa e dall’America centro-meridionale) sempre più egemone mettono in discussione ormai il concetto di una letteratura occidentale come imprescindibile. Aboliti i punti cardinali di riferimento bellico dettati nel Novecento dalla Guerra Fredda perché, come insegnante di letteratura italiana, non dovrei mettermi a raffronto con quelle “altre” culture e le loro “narrazioni”? Né Ovest né Est ma come Goethe grandissimo già auspicava tre secoli fa è urgente battersi per “la letteratura del mondo”: questo è il compito che qui ed ora attende, ancora inevaso, gli insegnanti di letteratura italiana e di letteratura tout court, la loro responsabilità. Dante e Shakespeare, neppure loro, i più grandi occidentali, potranno continuare ad essere, nelle nostre pratiche didattiche e di studio, solitari, il centro, l’unico centro.
Proprio le maggiori e dissacranti scrittrici anglosassoni otto/novecentesche e contemporanee del resto ovvero occidentali per eccellenza (e a partire da Virginia Woolf, in Italia per inciso da Elsa Morante) hanno combattuto per “riaprire i giochi” e predisporsi agli eventi inarrestabili provocati dal salutare crollo delle tradizioni “occidentali” più becere e delle loro pratiche discriminatorie (ci torneremo). Il resto del mondo ci sovrasta e se noi italianisti continuiamo a “giocare” il nostro angusto gioco filologico e storicistico solo “occidentale” e abitudinario ci mettiamo ai margini, anzi lo siamo già; infatti nessun circolo informativo nazionale e internazionale che faccia opinione decisiva si cura di noi se non ogni tanto per usarci come belletto ornamentale (si veda, in sintonia con quanto vado qui argomentando, lo straordinario racconto di Scurati, Un normale Ferragosto di Apocalisse, su “Repubblica” del 15 agosto 2026). Sembra che non abbiamo più coordinate per interpretare il Reale: avevamo avuto la stagione degli storicismi, della critica marxista, degli strutturalismi, dei formalismi, del postmoderno e così via (con dibattiti vivacissimi tra le varie “scuole”), tutto ormai repertato nel museo delle nostre memorie di anni forse gloriosi; e oggi prevale invece una generazione “senza” metodo, volutamente eclettica e indeterminata, sostanzialmente priva di fondamenti metodologici, di epistemologia, di filosofia, in una parola priva di “visione”. Del resto il dissolvimento stesso delle coordinate spaziali e metodologiche è stato enfatizzato dalla rivoluzione digitale in atto dove l’“ovunque” si impone senza distinzioni in un flusso di connessione immediata fra Nord e Sud del Mondo, Est e Ovest. Inoltre la realtà digitale (come sosteneva già da tempo Alessandro Baricco in un bel libro, The Game) è “dilatata” all’infinito e quindi oggi i confini geografici e fisici del mondo (e le “ecdotiche” che li accompagnavano) di un tempo sono stati sbriciolati e anzi hanno aperto immensi territori virtuali che rendono la tradizionale concezione, anche filosofica, di Reale qualcosa che andrebbe completamente ridefinita. Insomma lo Spazio della letteratura è tutto da riscrivere costringendo gli scrittori e gli insegnanti (ma ci torneremo) a fare i conti con problematiche che mettono in discussione il concetto fondamentale di “umanesimo” su cui una tradizione secolare aveva edificato le basi della letteratura e delle sue parole.
Niente a che vedere con il dibattito filosofico novecentesco, specie francese e tedesco, su “umanismo” e “antiumanismo” ma una riscrittura totale di ciò che può propriamente definirsi “umano” anche in letteratura: cosa che impietosamente ci sta mettendo di fronte l’esplosione (ed è appena l’inizio) dell’AI di cui sarà necessario occuparsi con urgenza prima che la “tecnologia” ridefinisca e riscriva persino i saperi creativi. Che è poi un problema di sostanza etica (e proprio su questo il dibattito è aperto fra gli esperti) capace di mettere a dura prova il pilastro essenziale e laico su cui avevamo pensato il Bene e i fini ultimi che possono arginare il Male, pilastro che si colloca tra Spinoza (le “passioni tristi”) e Kant.
Già ma in tutto questo discorrere io stesso sono comunque stato soprattutto ugualmente dentro il campo della tradizione storica e antropologica che ci ha consegnato e consegna questa letteratura ed i suoi canoni: questo la tradizione ci ha consegnato, questo io studio (se si vuole, anche in modi innovativi) che sia docente o studente. Ma un insopportabile “rumore di fondo”, un “brusio” incontenibile mi ronza nella testa: dove sono tutte e tutti gli altri? Dove sono nel passato letterario che studio le donne, i bambini, gli analfabeti, i “senza voce”, i popoli e le culture annientati dagli occidentali, i subalterni (le donne soprattutto per Gramsci), i sottoproletari come li chiamava Marx? Dove sono gli animali e le foreste, per eccellenza viventi “senza voce”, che noi occidentali abbiamo brutalmente sterminato e distrutto (ogni vivente dovrebbe avere un senso per noi e per la letteratura)? Quello che studio e leggo, almeno fino all’Ottocento (dove invece entrano inarrestabili finalmente in campo altre e potenti voci, del tutto ancora minoritarie ma grandissime, di donne scrittrici, come Austen, Bronte, Dickinson o Mary Shelley) sono voci privilegiate per lo più di maschi bianchi, occidentali, agiati, liberi, eterosessuali almeno a parole. Dove sono tutti, ovvero il novanta per cento di chi per secoli ci ha preceduto? Che voce avevano? Quale era il senso della loro vita infelice, che tracotanze hanno dovuto subire da parte dei maschi bianchi ed etero, intellettuali, padri, mariti, amanti femminicidi o guerrieri che fossero fino alla schiavitù con la perdita di ogni libertà, all’orrore nazista e oltre, fino a Gaza? Ce lo ricordavano al loro tempo Puskin e Dostoevski quando agli ammiratori estasiati di fronte alle meraviglie architettoniche dell’appena edificata San Pietroburgo ricordavano su quanto sangue e sofferenze di migliaia, dimenticati, di uomini, donne, bambini, “senza voce”, che lì avevano lavorato, era stata edificata quella città. O restano attualissime le parole amare del grande George Steiner, che nella sua battaglia per l’edificazione di un nuovo umanesimo, ricordava il tragico paradosso dei gerarchi nazisti capi dei campi di sterminio che, alla sera, si “riposavano” leggendo Goethe o magari ascoltando la musica di Mozart.
Già, il silenzio è assordante e sembra non riguardare gli studiosi di letteratura (compresi i manuali e le antologie d’adozione scolastica, di qualunque estrazione ideologica, da loro compilati), quando tutto ciò dovrebbe essere la loro primaria responsabilità (sulla responsabilità della letteratura avvierà un confronto importante il Congresso nazionale ADI del settembre 2026 a Trento): ci hanno invece pensato un po’ le storiche femministe specie americane nei College d’avanguardia, una parte del movimento Woke (salutare, benché ora così troppo sbrigativamente messo in discussione, e su ciò ha scritto parole molto belle Concita De Gregorio), le dure battaglie antirazziste delle vaste comunità “nere” negli USA come in Africa, i movimenti anticolonialisti di tutto il mondo, i movimenti politici radicali, i pochi cristiani che hanno letto davvero il Vangelo, qualche coraggiosa collega insegnante che da anni persegue gli studi e la didattica della cosiddetta “letteratura al femminile” o di una letteratura “antropologica” (Lucia Rodler). Ma il brusio dei “senza voce” non si accontenta di questi encomiabili tentativi: noi infatti e specie in Italia continuiamo a pretendere, magari in vista del fatidico esame di “maturità”, Dante, Petrarca, Machiavelli, Alfieri, Verga, Montale ecc. ovvero maschi bianchi, occidentali, privilegiati, liberi, alfabetizzati, eterosessuali. Un piccolo pugno (di grandi geni) nel mare enorme dell’umanità senza voce e parola, un piccolo drappello di menti eccelse che si rivolge però solo all’altro piccolo drappello, quello di lettori e lettrici colti, alfabetizzati, privilegiati, per fortuna nel Terzo millennio almeno in parte non più solo maschi bianchi, etero, agiati. Un piccolo “circolo di lettura” allora la letteratura che insegniamo? Gli studiosi di linguistica da anni del resto ci ammoniscono (ricordate gli avvertimenti di De Mauro?) che oggi, dopo secoli di conquiste indubbie e di emancipazioni, la conoscenza delle parole, delle competenze di lettura e scrittura, di comprensione di un qualsiasi testo scritto (non solo letterario) sono in crisi profonda e in tutto il mondo si parla apertamente di un drammatico riemergere del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”. Dopo la scuola dell’obbligo per due terzi della popolazione buio pesto sul fronte letterario e non solo!
E’ evidente che, per questi motivi, il recente e dirompente fenomeno extraeuropeo soprattutto della cosiddetta cancel culture (di fatto connessa al movimento Woke) non può essere solo snobbato con una infastidita alzata di spalle. Per ciò che prima argomentavamo il tema è dirompente e le recenti provocazioni di “cancellazione” dell’episteme bianca, maschilista e razzista non sono affatto infondate: le ferite del passato sono aperte e ancora grondano sangue; non è facile per generazioni nuove che ne hanno preso consapevolezza passare oltre, non “odiare” quel passato, non desiderare di cancellarlo per riedificare una nuova e rivoluzionaria gerarchia di valori anche nell’arte. Di recente ho potuto vedere a Londra alla Tate una grande, riuscitissima Mostra sull’arte africana degli ultimi due secoli e ne sono rimasto sbalordito: artisti e soprattutto artiste di altissimo livello, opere a me bianco, maschio, etero ed occidentale prima del tutto ignote: ne sono uscito al tempo stesso ammirato e sgomento! Ho trascorso una vita intera ad adorare i capolavori dei Botticelli e dei Raffaello o degli impressionisti o di Magritte e non ho mai avuto neppure lontana contezza di un’arte africana che non aveva nulla da invidiare all’arte “occidentale”. Noi non conosciamo alcunché nella pratica d’insegnamento fuori di noi: e ciò ovviamente non vale solo per l’arte ma anche per la letteratura e le sue parole. Seziono in modo ormai esasperante ogni frammento di verso di Dante o di Petrarca (producendo in continuazione congressi e nuove, cavillose edizioni critiche e commenti che poi per altro hanno cambiato pochissimo il senso di capolavori così come già da decenni straordinari filologi li avevano fissati) e non so magari di un grandissimo “Dante” africano o di un “Machiavelli” asiatico o dei racconti meravigliosi (specie femminili) dei popoli che abbiamo distrutto in ogni parte del mondo e di cui però restano per fortuna delle testimonianze.
Ma è ancora possibile insegnare letteratura senza insegnare anche tutto ciò nel Terzo Millennio del “nostro scontento”? Il brusio di fondo di cui dicevamo si fa così assordante che non possiamo ignorarlo. E’ a tutti noto che il grande critico americano Harold Bloom ingaggiò una durissima battaglia in difesa del “canone occidentale” polemizzando in toni aspri e irridenti con le colleghe dei college che volevano appunto “cancellare” addirittura Shakespeare dai programmi universitari di insegnamento per sostituirlo con le liriche e le narrazioni dei nativi americani sterminati, dei neri schiavi o con la produzione, pur minoritaria, delle opere di quelle poche donne che nei secoli passati seppero farsi largo tra l’arte di dominio maschile. In un certo senso avevano ragione entrambi: ogni rivoluzione che si rispetti ha bisogno dei suoi esemplari bersagli polemici e chi meglio di Shakespeare poteva incarnare agli occhi delle ribelli il simbolo di tutto ciò che si voleva espungere per lasciare lo spazio dovuto alla voce degli “altri”, per gridare quasi al mondo il risarcimento dovuto a quei “sommersi”, per farsi interpreti della loro inumana condizione. Senza quegli stermini certo prossimi all’Olocausto o a quelle tiranniche e maschili sopraffazioni razziste quante autrici, autori, opere, quanti Dante o Shakespeare neri o donne o perseguitati ci sarebbero oggi nel mondo?
Purtroppo ciò è successo e nessun risarcimento, nessuna “cancellazione” può riportare in vita quelle voci che rispettiamo proprio perché ne avvertiamo l’insostenibile dolore, il disumano sterminio, il loro lontano brusio che giunge fino a noi. E dall’altro lato neppure la più dura esponente della cancel culture può negare l’inarrivabile arte che rende non pochi grandi poeti e scrittori maschi e bianchi (da Dante a Shakespeare e a tanti fino ad oggi) degni di essere presi in considerazione, studiati, insegnati, benché così spudoratamente privilegiati da una storia brutale e insensata delle società in cui si trovarono o trovano a vivere. A patto di alcune condizioni certamente: che continuamente noi si sappia ricordare nell’insegnamento e nella ricerca il “sommerso umano” di cui abbiamo detto e privato di ogni libertà, ovvero il novanta per cento della popolazione, di chi ha affiancato per poi scomparire quei grandi scrittori maschi e bianchi, per lo più etero e liberi. Tentare di superare questa insanabile contraddizione non è impossibile, anzi è l’unica strada per fondare un vero, responsabile, nuovo Umanesimo: per dimostrarlo ci serviremo di un metodo di lavoro suggeritoci innanzitutto dal grande filosofo Michel Foucault (gli “interstizi”) affiancandolo con quegli apporti che ci sono giunti soprattutto da Carlo Ginzburg (“il paradigma indiziario”), da Anna Harendt (“la banalità del male”), da Simone Weil (“la Chiesa in quanto cosa sociale”), da George Steiner (“una lettura ben fatta”), da Jean Paul Sartre ( “condannati ad essere liberi”), da Maria Zambrano (“ filosofia e poesia”), da Massimo Recalcati (“ è il libro che legge noi”).
Il brusio di fondo dei sommersi e degli esclusi in realtà molto più di quanto non si creda trova infatti qualche spazio, qualche interstizio (appena percepibile ma molto evidente almeno fino all’Ottocento dove poi tutto cambierà in positivo) proprio in Occidente nei grandi autori maschi dominanti: in Dante, specie nell’Inferno, la condizione dei reietti e delle donne ha voce e la possiamo percepire in molti versi anche famosi (pochi insegnano, ad esempio, che il marito di Francesca, Gianciotto, che uccide i due amanti, la moglie Francesca e il fratello Paolo, viene da Dante implacabilmente condannato anch’egli all’inferno come omicida in un tempo in cui il marito che uccideva la moglie colta in flagrante adulterio non era di fatto perseguibile). L’esaltazione in Paradiso di San Francesco apre uno spaccato sulla vita dei poveri e derelitti per cui il Santo aveva deciso di spogliarsi di ogni bene per dedicarsi a loro, nel nome di povertà (il sacrificio estremo cui sempre aspirerà Simone Weil). Petrarca (di là dalla celebrazione di Laura) è sempre dalla parte delle donne e prova aperto disgusto per i maschi dediti solamente a guerre, politica ed affari e che disprezza come incolti. Raro trovare simile accusa in lui per le donne che pure erano segregate e avevano pochi accessi ai saperi del tempo. Nel dare implicitamente conto di questo “stato” Petrarca ci illumina su voci femminili: altro decisivo interstizio che, benché condotto da un uomo, pure ci fa balenare, nel silenzio delle “sommerse”, qualche spicchio della loro vita, delle loro attese. Non a caso Petrarca parla poco e male del padre e invece dedica alla madre versi latini molto accorati e dolci e fa altrettanto per la figlia. Altro spaccato fornito da un grande classico che ci fa capire quanto decisiva fosse percepita la funzione materna e come di fatto il primo, fanciullesco apprendistato anche di un titano delle lettere fosse “al femminile” (più tardi Tasso ricorderà come un trauma non risarcibile il distacco dalla madre quando cominciò i suoi pellegrinaggi per le Corti italiane col padre).
Ma chi più di tutti ci fa balenare in modo clamoroso il mondo femminile medievale ma anche quello dei poveri o dei subalterni è Boccaccio specie nel Decameron: non solo l’opera è dedicata alle donne come le sue uniche, vere interlocutrici in aperta polemica (come Petrarca) dei maschi guerrafondai, frati e affaristi corrotti. Nel Decameron le donne sono le vere protagoniste e nella quarta giornata, forse la più attuale di tutte, sono descritti brutali femminicidi verso cui il ribrezzo del narratore è manifestato senza filtri in parallelo al disgusto per il “maschile” del tempo. E così nel Decameron, dove protagonisti popolari e subalterni sono ampiamente presenti, ciò che primeggia è l’intelligenza, la prontezza, l’astuzia senza distinzioni di censo, genere, nobiltà o casato. Anzi, sovente in Boccaccio sono proprio i più umili o le donne (e vi è nel Decameron una carrellata, interessantissima per il nostro discorso, dei “senza voce” e degli “ultimi”) che prevalgono in abilità e prontezza rispetto agli arroganti e insulsi aristocratici e ai frati. Per altro Boccaccio era stato a Napoli in stretto contatto col cenacolo delle clarisse in Santa Chiara: i conventi delle clarisse erano spesso nel Medioevo veri centri culturali nei quali molte monache esercitavano un ruolo culturale non secondario, spesso fra le pochissime donne alfabetizzate del tempo, così come la sodale di San Francesco, Santa Chiara, aveva deciso che fosse, fondando l’ordine monastico clariano. E oggi non a caso molti studi femministi laici hanno riscoperto e portato “alla voce” quei mondi femminili conventuali talora con esiti sbalorditivi (e la Napoli angioina ne precorse molte trame).
Avrete già inteso, con questi pochi ma decisivi esempi, dove voglio arrivare: paradossalmente proprio gli scrittori maschi bianchi e dominanti che la cancel culture vorrebbe espungere dai programmi di studio sono quelli che, nei loro testi, ci danno per indizi più conto del “brusio” doloroso delle oppresse e degli oppressi e dalle loro pagine è possibile trarre (come tante storici e storiche hanno fatto lavorando ad archivi, documenti di processi, manuali per confessori e tanto altro, vedi appunto gli studi di Carlo Ginzburg) uno spaccato di umanità altrove non reperibile e accentuato dalla centralità di una letteratura che nessun documento d’archivio può sostituire per potenza visionaria ed evocativa. Naturalmente l’elenco sarebbe, solo a stare alla letteratura italiana, molto ampio e sorprendente: ad esempio un Aretino che in modo realistico e indignato racconta la brutalità dei soldati a Roma negli stupri e violenze sulle donne prostitute o no che fossero. Anzi Aretino, nei Ragionamenti, nelle Lettere, aprendo uno squarcio tragico sulla vita quotidiana rinascimentale romana degli “ultimi” e delle donne più emarginate e povere, ci mostra il lato oscuro e tutt’altro che irenico del Rinascimento che nessun manuale ci riporta (mentre ad esempio un grande romanzo del 1962, dell’argentino Manuel Mujica Lainez, Bomarzo, in modo visionario e talora surreale, ce lo evoca senza infingimenti). Così Bandello (basti pensare alla novella di Giulia da Gazuolo). Altrettanto può dirsi di molti importanti testi di storiografia (a partire dai grandi Machiavelli e Guicciardini) spesso non alieni dal mettere in evidenza le atrocità delle guerre e delle violenze dei vincitori sui “vinti” specie i più indifesi (se almeno gli italianisti studiassero un po’ e meglio la storiografia rinascimentale e umanistica…), che è tema costantemente ribadito da Ariosto nell’Orlando e con toni apertamente tragici da Tasso nella Liberata e nei Dialoghi. Oppure si può pensare agli interstizi aperti dalla gran parte della letteratura cosiddetta “dialettale” o vernacolare che ha solidi tratti di “popolare” e spesso è connotata in prevalenza, come Dario Fo ci aveva insegnato, dai senza voce che ne venivano a galla in quei versi o commedie o azioni teatrali (da Rustico di Filippi al Pulci al Ruzante alla commedia dell’arte al Meli e fino al Belli e al Porta e oltre). Ma tutto ciò era stato già ampiamente messo in campo da un gigante dell’umanesimo come Erasmo (che sarebbe splendido trovasse un adeguato spazio didattico) che per tutta la vita non solo denunciò la follia della guerra e del potere tirannico ma che ebbe al suo centro una religiosità evangelica autentica e paolina che gli faceva denunciare i soprusi inflitti a quegli “ultimi” che invece il Vangelo aveva per bocca di Gesù proclamati “primi”.
E’ evidente che tutte queste testimonianze di autori del “canone occidentale” rendono più comprensibile il “brusio” di fondo dell’umanità passata e ci danno piste preziose per evocarne, per indizi, interstizi, voci che non ce li rendono più del tutto inafferrabili. Lo stesso potrebbe dirsi (ma lì non mi avventuro perché il discorso si farebbe infinito e non adeguato alle mie forze) per moltissimi testi di Shakespeare o, per dire, del Chisciotte di Cervantes o di Moliere e così via. Certo: hanno ragione i movimenti radicali della cancel culture nel dire che ciò che la cultura dei privilegiati occidentali ha cancellato con disprezzo è irrecuperabile e che ora il prezzo di quel novanta per cento dell’umanità senza voce e volto va duramente saldato a costo di “cancellare” ogni testimonianza degli oppressori. Ma alle loro argomentazioni rispondo sommessamente: non è proprio leggendo alcuni dei testi capitali del “canone occidentale” e grazie a loro che seppure incidentalmente e talora addirittura volontariamente (appunto Boccaccio, Erasmo, Aretino, Tasso…) quei volti e quelle voci ridotte a suo tempo a brusio indistinto ci tornano incontro con forza dirompente e dai contorni non più irriconoscibili? E’ possibile, su queste basi, costruire un patto didattico e formativo, un nuovo umanesimo di libertà appunto radicalmente altro da quello passato, che coniughino, con uno sguardo nuovissimo e inedito dei testi anche più celebri della letteratura, il costante richiamo di critici e insegnanti alle responsabilità di un Occidente borioso e brutale, ma ormai polverizzato, con l’amplificazione di quelle voci di donne, di oppressi, di emarginati (ribadisco, il novanta per cento dell’umanità!!) di cui grandi opere ci continuano a dare testimonianza se lette e insegnate con occhiali totalmente nuovi? E’ possibile gettare ponti e soprattutto frequentare “passaggi” (alla Benjamin) che facciano emergere dalla letteratura dei dominatori il brusio sterminato dei dominati?
Non sarebbe un programma per dare testimonianza vera e pratica del fine ultimo della letteratura che è di fatto la riaffermazione, anche nei contesti più rovinosi, del principio essenziale della libertà del vivente gettato in un mondo che non ha scelto (Sartre), di contribuire ad espellere dal suo esistere le “passioni tristi” che ne spezzano l’equilibrio con la natura, tarpandone la necessaria “gioia” (Spinoza)? Per altro c’è chi già è riuscito in questi anni magistralmente a lavorare sul patto che reclamavamo: lo straordinario film Hamnet. Nel nome del figlio del 2025 della regista Chloé Zhao tratto dal romanzo omonimo del 2020 di Maggie O’ Farrel (che poi ha collaborato alla sceneggiatura) affronta da un inedito punto di vista l’apprendistato di Shakespeare e del suo più noto capolavoro ovvero attraverso gli occhi della moglie (la grande interprete Jessie Buckley ha vinto l’Oscar come migliore interprete protagonista per questo film) e del suo immedicabile dolore per la morte del piccolo figlio Hamnet, morte che le scatena una ribellione profonda verso il marito William colpevole di essere arrivato troppo tardi da Londra a congedarsi dal figlioletto morente nel loro piccolo paese. Ma proprio questo evento immedicabile conduce William a scrivere Hamlet (per gli inglesi omonimo di Hamnet) facendo sì che ogni parola di quell’opera memorabile ricordi le fragilità e le contraddizioni dell’uomo, ombra effimera e fugace, le sue paure e codardie e il dolore della perdita dedicati, nel titolo, proprio al figlio scomparso. Nei venti memorabili minuti finali, la “prima” di Hamlet al teatro “Globe” fra un pubblico commosso e silenzioso, noi ascoltiamo alcuni dei brani celebri del testo teatrale più famoso di ogni tempo ma li seguiamo non “scolasticamente” bensì con gli occhi e le orecchie della moglie presente, prima furente ancora con il marito che ha “osato” dare il nome di una tragedia al figlio e poi sempre più presa e commossa mentre la recita avanza nella consapevolezza catartica sia della grandezza di parole che esprimevano la sua personale tragedia sia per come quell’opera divenisse “cura” del dolore suo e del marito, il più grande congedo concepibile per l’adorato figlio morto. La scrittrice e la regista ovviamente inventano un plot non accertato da alcuna documentazione di fonti ma il risultato è memorabile. Il punto di vista “dimenticato” delle donne e dei bambini e il capolavoro massimo dell’Occidente letterario si incontrano in un romanzo contemporaneo in modo metodologicamente inattaccabile senza contrapposizioni, appunto in un patto, in un passaggio umanistico che danno ragione dell’incontro necessario per ogni educazione letteraria fra il mondo degli ultimi (in questo caso la donna e moglie con i suoi figli) e un insuperabile testo letterario del canone e il suo autore. E sia detto con ferma consapevolezza: questo film esemplare (per noi, per il nostro modo di innovare critica e didattica) è frutto esclusivo di tre donne: la scrittrice, la regista, la straordinaria protagonista del film.
Se questi interstizi, che abbiamo intravisto in parte, del canone occidentale più consolidato sono sostanzialmente presenti nelle grandi letterature europee, purtroppo ben altro discorso va fatto per quelle parti di mondo soggiogate dal feroce colonialismo occidentale: intere tradizioni, popolazioni, narrazioni autoctone, culture sono state distrutte e sterminate insieme ai popoli che li esprimevano: gli spagnoli e i portoghesi in Centro e Sud America, gli inglesi e francesi in Nord America, gli olandesi nella grande area orientale dell’Oceano indiano, gli inglesi in India, i belgi (la tragedia del Congo recentemente raccontata in modo esemplare per altro valida per l’intero continente africano da un libro documentatissimo di uno scrittore e giornalista belga, Congo, di David Van Reybrouck), tedeschi e francesi in Africa con la connessa tratta degli schiavi verso le Americhe, e solo a stare agli esempi più eclatanti, esprimono, ben prima dell’Olocausto, una fiumana di sangue e orrore che nessuno potrà mai risarcire. Il colonialismo capitalista e ancor prima il mondo precapitalista occidentale hanno colpe che la cultura della cancellazione fa bene a ribadire: e sono encomiabili gli sforzi di quegli studiosi di varie discipline che cercano disperatamente, attraverso flebili indizi, di ritrovare tradizioni, canti, pitture, decorazioni, parole di mondi distrutti e riproporli con venerazione laica nei corsi universitari. Il 1789 con la Rivoluzione francese fu una enorme cesura nella storia dell’homo sapiens e della storia che qui abbiamo raccontato: finalmente i vecchi ordinamenti furono rovesciati alla radice e il lungo dibattito di progresso ed emancipazione che avevano messo in campo, con protagonisti capitali, lungo il Settecento, gli illuministi trovò un esito straordinario e indimenticabile di là dagli esiti contradditori e anche tirannici di quella Rivoluzione, di cui lo stesso Napoleone fu infatti figlio. Finalmente i temi della parità, dei diritti universali e della dignità di tutti i popoli, delle donne, della laicità, della liberazione degli schiavi e degli emarginati produsse una enorme letteratura che veicolò in cenacoli sempre più ampi ciò che prima era impossibile anche osare esprimere. Finalmente i flebili brusii dei senza voce trovarono i loro sillabari e nessuno poté più tacerne. Accanto ad autori sempre più attenti a queste tematiche (basti citare in Italia Filangieri, Parini o Alfieri) emergono a partire dai primi dell’Ottocento, come già dicevamo, e specie in Inghilterra e in America, le voci delle donne e di straordinarie scrittrici e poetesse. I brusii cominciano a trasformarsi in grandi opere letterarie e molte donne divengono protagoniste nella cultura, finalmente “libere”, un po’ in tutta Europa.
Da qui in avanti la storia è nota ma con una avvertenza: il processo si dimostra lunghissimo, i traguardi sono stati crescenti ma ancora oggi l’effettiva parità di genere, la voce degli emarginati, i dolori di guerre assurde, i canti disperati dei bambini, gli sfruttamenti ad opera dei maschi bianchi e dominanti non sono certo estinti, anzi sono ad oggi un perno decisivo della società contemporanea, ancora in parte grande fortemente maschilista. Qui ed ora però la letteratura ha finalmente assunto con pienezza la sua responsabilità e può denunciare con forza tutto ciò senza filtri: donne, omosessuali, uomini e donne provenienti da ceti spesso emarginati, insomma i subalterni, hanno la possibilità di parlare, hanno diritto alla voce e infatti questa parabola attraversa grande parte della letteratura contemporanea come attraversa il cinema e la serialità televisiva (insomma le “narrazioni”). Quel compromesso tra cancel culture e canone occidentale che appare così difficile applicato ai secoli preilluministici, quel nuovo umanesimo che pure mi sembra indispensabile, diviene ora un perno essenziale nello sviluppo mondiale della letteratura (e l’esempio di Hamnet ce lo ha mostrato): oggi possiamo rilanciare in modo nuovo la grande visione di Goethe (specie in un mondo di specialismi universitari e didattici ancora così poveri di visione). Oggi è il momento di dire che, tramontate ideologie e scuole critiche connesse cosiddette “impegnate” sovente solo a parole, ci battiamo per “la letteratura del mondo”, per una letteratura di tutti e tutte e per tutti e tutte con totale e irrinunciabile padronanza di quella cosiddetta (gramsciana) letteratura di genere e popolare che gli snobismi della vecchia critica letteraria appunto “impegnata” e di certa editoria ridotte ad asfittico “circolo di lettura” per pochi affiliati avevano messo ai margini. E la lezione di Goethe non a caso è stata arricchita e compresa soprattutto da donne filosofe e scrittrici dal Novecento ad oggi (la poesia come filosofia e viceversa di Maria Zambrano). Dal Novecento ad oggi le voci di donne scrittrici e narratrici si sono infatti centuplicate ed ormai possiamo dire che, nel mondo come in Italia, la narrativa è soprattutto donna nei suoi esempi migliori. E al seguito di tante donne, oggi possiamo contare su una vasta scala di scritture che raccontano non più brusii indistinti di minoranze emarginate e subalterne ma quelle minoranze con la memoria di un passato cancellato occupano ormai il centro letterario insieme alle donne. Finalmente, anno di grazia 2026, cominciamo a intravedere il tramonto del primato di una cultura maschile, bianca, etero, di fatto razzista e predatrice nel profondo. E senza pensare alla vastissima produzione americana (anche dell’America latina e di Francia e Inghilterra) basti guardare al canone italiano della letteratura contemporanea.
Caparbiamente aperta da Elsa Morante (molto più che da Grazia Deledda) ci balza innanzi la sua strenua difesa (contro i famosi e già dimenticati letterati delle avanguardie italiane del secondo Novecento, i maschi del “vi spiego tutto io” sulla presunta morte !? del romanzo e delle grandi narrazioni) del romanzo “lungo” e della centralità narrativa. Ovvero quel che oggi trionfa nel mondo intero in un flusso ininterrotto tra letteratura, cinema, musica e serialità televisiva è l’infinito narrare caro ad Elsa Morante o a Goliarda Sapienza, l’incrocio continuo di “passaggi” e transiti, un narrare in cui donne e minoranze sono ormai egemoni e che spesso tendono a ricostruire, da pochi indizi, quel brusio da un passato che l’Occidente maschile aveva raso al suolo e dimenticato, a parte alcuni esempi che abbiamo richiamato. Una tensione che ebbe un culmine straordinario (e incredibilmente ignorato in realtà) tra gli anni Cinquanta e il Dopoguerra con la grandissima poetessa lesbica bolognese di umilissime origini, Nella Nobili, una delle più grandi poetesse italiane e “francesi” del Novecento (operaia totalmente autodidatta, antifascista, fortemente apparentata alle tematiche di Simone Weil, infatti si trasferì a Parigi e compose anche in francese poesie straordinarie): a Bologna si parla solo di Renata Viganò e la provincialissima città neppure conosce una delle sue più grandi poetesse all’avanguardia nel mondo ai suoi anni, lesbica ed espressione delle vere emarginate, forte nel dare senso al loro antico “brusio”. Insomma una storia nuova nasce nel Novecento persino nell’Italia gravata dalla pesante eredità fascista e nel Terzo Millennio gli esempi vanno moltiplicandosi sempre più. Non sappiamo quel che succederà in un futuro così incerto alla letteratura: sappiamo che essa ha saputo lenire le ferite di un passato oltraggioso e ha saputo costruire, grazie a chi ne era stato sempre escluso, nuove frontiere narrative di libertà.
Tocca anche a noi ora questa responsabilità che già Spinoza ci aveva indicato: intendo insegnanti, specialisti, universitari, filologi verificare e studiare con ampie visioni (e senza affossarsi in sterili specialismi o in monotone unità didattiche) quel passato, darne conto alle nuove generazioni e siglare quel patto “alla Goethe” di cui si diceva e che consenta di studiare i grandi scrittori del canone classico sapendo coniugarli con i brusii dei senza voce, di fatto dell’intera umanità. E sapendo porre al centro come priorità la grande letteratura contemporanea (delle/degli scrittori viventi ovvero vera e non simbolica letteratura contemporanea) che finalmente sappia dare voce scientifica e didattica proprio alle donne e agli/alle eredi di quelle minoranze (ormai maggioranze) che erano state escluse e cancellate: senza di ciò la critica letteraria e la didattica connessa non hanno futuro e in gran parte hanno già perso alcune battaglie decisive. La nuova letteratura è già in campo da decenni: sappiamo e vogliamo capirla e insegnarla? Non è questa la vera nostra responsabilità qui ed ora?
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Bologna, 1 settembre 2026