(o delle Nuove Indicazioni Nazionali per la secondaria di II grado)[1]
1. Premesse a confronto.
La rassegna di alcuni protagonisti di allora – Fitto, Carfagna. Meloni (ministro della Gioventù), Santanché, La Russa (ministro della Difesa) e Stefania Craxi (sottosegretario di Stato agli Affari Esteri) – potrebbe indurre a rilevare una continuità politica tra le Indicazioni del 2010, germogliate nell'alveo della Riforma Gelmini, ministra della pubblica istruzione nel quarto e ultimo governo Berlusconi, e quelle del 2026. In realtà le più recenti NIN segnano una frattura netta, o meglio il superamento definitivo, o sabotaggio, delle precedenti. Programmaticamente con esse viene infatti archiviato un modello formativo in vigore da oltre quindici anni, nel tentativo di depositare un'eredità riformatrice nella memoria storica del paese, ammantato dalla volontà di far fronte «al presunto declino della scuola dovuto ai processi di democratizzazione»[2] e rispondere alle complesse sfide della contemporaneità. Il tutto nonostante l'assenza di mutamenti nella struttura istituzionale del sistema di istruzione e nel quadro normativo europeo e italiano di riferimento.
La Riforma del 2010 si articolava su tre direttrici principali: razionalizzazione della spesa pubblica, deciso riassetto dell'offerta formativa e semplificazione degli indirizzi liceali, riallineamento dei percorsi italiani agli standard comunitari, attestato dalla stesura di un "Profilo educativo, culturale e professionale" (PECUP) dello studente, incentrato sull'acquisizione di competenze chiave e conoscenze aggiornate. Il tema delle competenze, allora al debutto, apparve divisivo fin da subito, frettolosamente assimilato al contesto aziendale di provenienza e per questo valutato come una forzatura estranea allo scenario educativo. Tuttavia, al netto dei fraintendimenti, si è rivelato nel corso degli anni assai fruttuoso, animando una produttiva discussione teorica e fertili sperimentazioni.[3]
La Premessa delle NIN 2026 esordisce affermando che «il liceo ha assunto via via nel tempo (e in tutti i paesi) la configurazione di scuola di formazione che struttura una forma mentis potenzialmente capace di arrivare al saper vedere teoretico [...] ovvero alla capacità di saper interrogare criticamente la complessità». La formazione liceale è qualificata come fucina di «menti mai sazie di domande, di verità e di libertà [...] dove gli studenti travalicano la realtà dell'esperienza accedendo all'universo delle idee e dei concetti. Si oltrepassa l'esperienza sensibile non certo per negarla, ma per valorizzarla, approfondirla, valutarla, dimostrarla, confutarla». Per realizzare aspirazioni così 'alte' non bastano semplici ritocchi ai programmi, ma si impone la necessità di una vera e propria trasformazione ideologica di sistema che ridefinisca le priorità educative. Lo strumento eletto per realizzare tali intenti strategici è il lessico, plasmato come il negativo dello scolastichese che ancora vige e che annoverava tra gli autori dei contributi più preziosi anche Serianni. Derubricato come 'antilingua'[4] – si suppone per il sovrappiù di obiettivi di apprendimento, piani dell'offerta formativa, autonomie scolastiche, assi culturali, nuclei fondanti e contenuti imprescindibili – il linguaggio delle NIN 26 risulta invece orientato in direzione evocativa e sentimentale:
«[…] una macchina linguistica che funziona stendendo una fitta trama di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte. Formule che paiono chiare ma che non richiedono di essere capite, che anzi sembrano chiare proprio perché non devono essere capite»[5]
Sostanziali discontinuità emergono con nitidezza se analizzate anche attraverso la lente di alcuni temi centrali esposti in entrambe le Premesse, rivelatori dei nuclei concettuali fondanti il progetto di restaurazione. Nel 2010 si dichiarava la centralità dello studente, fulcro del processo educativo nel quale al docente veniva assegnato il ruolo di facilitatore dell'apprendimento. L'obiettivo principale era racchiuso nella formula «imparare a imparare» attraverso la personalizzazione dei percorsi. L'impostazione delle NIN 2026 rovescia tale impianto con decisione. Si ribadiscono infatti centralità e autorevolezza del docente nel processo di trasmissione e mediazione culturale che si dispiega a scuola e, allo stesso tempo, se ne riconosce il ruolo svolto come argine etico all'orizzontalità dei social network. Una netta differenziazione emerge nella contrapposizione tra competenze vs conoscenze e merito. Se nel 2010 la Premessa si concentrava sull'ambizioso traguardo delle competenze chiave europee, declinando i saperi disciplinari in funzione di «abilità» indispensabili per l'integrazione comunitaria, nel 2026 il focus si sposta sulla valorizzazione del talento individuale e sul concetto di merito. Anche il tema dell'Intelligenza Artificiale denuncia – come è ovvio – approcci differenti. Nel 2010 essa non aveva invaso il discorso pubblico ancora permeato da un diffuso ottimismo sulle sorti del digitale, i cui sviluppi rimanevano collocati in un panorama ibridato dalla fantascienza, grazie anche al successo di film come Matrix, 1999 e A.I., 2001, persistenti nell'immaginario per le suggestioni avveniristiche. L'acquisizione delle competenze digitali e l'uso delle TIC venivano considerati strumenti di supporto allo studio, utili per approfondimenti e ricerche, ma anche per attività di recupero. In sostanza, alleati. Il testo delle NIN 26 introduce invece una esplicita prudenza critica verso il digitale, dettata dalle evoluzioni più recenti di quella che viene classificata come «l’era della generatività tecnica, un’epoca in cui “il pensiero, e più in generale la creatività, entrano in uno spazio di indistinzione tra l’uomo e la macchina”».[6] L'IA è descritta nella Premessa come una realtà da governare. Si dichiara trasversale e obbligatoria la competenza relativa all'IA, introdotta nel Syllabus come strumento strategico per sviluppare consapevolezza e allenare il pensiero critico al fine di contrastare la dipendenza psicologica o cognitiva da schermi e algoritmi, grazie all'aiuto dei docenti, immaginati con fiducia come esperti digitali in grado di padroneggiarne le insidie.
L'ultimo tema che sottolinea la distanza tra le due riforme è la cittadinanza, questione intorno alla quale la frattura col passato risulta più evidente, perché più evidente è il percorso politico di messa in discussione dei valori di adesione a una compagine culturale universalistica sostituiti da un fortissimo afflato identitario e conservatore. Nelle Indicazioni del 2010 il compito assunto dalla scuola era la formazione di «cittadini del mondo». L'accento veniva posto sulla cooperazione internazionale, sull'interculturalità e sull'unificazione europea. Il medesimo tema viene declinato nelle NIN 26 in termini di responsabilità etica, rispetto delle regole e senso di appartenenza alla comunità nazionale. Emerge un forte richiamo all'identità culturale e ai valori costituzionali italiani e occidentali.
2. La ricetta della ‘pappa'
Il confronto tra le Premesse della Riforma Gelmini e quelle della Riforma Valditara mette in luce una profonda mutazione nel sistema di idee che ispira i due progetti di riassetto della scuola superiore italiana. Da un approccio focalizzato sulle competenze – termine sulla cui occorrenza nel 2026 si vigila come sentinelle – si cambia rotta sulla spinta di un disegno riformatore che si pone l'ambizione di cancellare il passato. Se è vero come sostiene Galli Della Loggia[7] che «da anni è la pedagogia, divenuta la cultura egemonica nella scuola, che le dice ciò che essa deve essere, ciò che deve insegnare e come deve farlo», poiché «il suo linguaggio è il solo che si parla nelle aule scolastiche, divulgato e mediato dalle circolari ministeriali», è possibile individuare nelle NIN 26 una pedagogia che, dal posizionamento raggiunto un quindicennio prima, quando aveva accentuato «la vocazione funzionalistica» del suo sapere, e accettato «l'impostazione pragmatistica della sua versione anglosassone» condivisa da tutte le istituzioni europee, sembra approdare a una sintesi fluttuante tra filosofia e psicologia con oscillazioni vaghe verso una positura più emozionale che sistematica. La Premessa 2026 propone alcuni contenuti condivisibili. Non si può non sostenere l'enfasi sulla necessità di arricchire la competenza linguistica: «più ampio e variegato è il nostro lessico, più sofisticato è il repertorio delle parole di cui disponiamo, più l'immagine del mondo che siamo in grado di restituire è nitida». Cruciale e centrato anche l'obiettivo del superamento della fase autoreferenziale e dei rischi di stucchevolezza che essa comporta:
«nella scuola superiore il giovane entra in rapporto con un insieme di contenuti che non sono fatti su misura per lui, resistono a una comprensione immediata, e per questo esigono misura, sforzo e tempo. È molto importante che il docente sia consapevole del valore educativo decisivo di questa dimensione dell'estraneità culturale. Per mezzo dell'incontro con concetti e idee che non appartengono al mondo familiare [...] l'adolescente può conseguire obiettivi educativi di primaria importanza. La vita giovanile si dota in altri termini di forme simboliche solide che le consentono di superare l'autoreferenzialità senza respiro, perché vuota e spesso opprimente».
Si avverte il primo rollio in direzione pseudo-psicologica là dove si definisce il sistema dei licei come la cornice che «inquadra il momento irripetibile dell'adolescenza […] il tempo in cui le cose accadono per la prima volta […] svelando dimensioni della vita interiore ancora tutte da esplorare» quando «il giovane comincia a costruire relazioni proprie […] per la prima volta si arrischia in uno spazio libero e non protetto in cui mettersi alla prova e conquistare una misura stabile e attendibile del proprio valore». Tale virata decisiva e virile assestata all'esistenza del 'giovane' – la scelta del maschile sovraesteso con accezione antiquata non è sicuramente una svista, ma allora perché non 'giovine’? – è favorita dalla scuola, ma qui ci si riferisce selettivamente ai licei, attraverso «il confronto appassionato con adulti colti, capaci di accogliere le domande degli studenti». Per questo al «centro della scuola dell'adolescenza le NIN collocano la conquista da parte dello studente di un rapporto colto con la propria lingua» e più avanti «la scuola dell'adolescenza è una comunità intellettuale tenuta insieme dalla conversazione colta e appassionata intorno a oggetti culturali mediati dai libri, dalle opere d'arte, dalla musica, dalle immagini, dall'insieme delle forme simboliche in cui simbolicamente si è espresso l'ingegno umano». L'insistenza sull'aggettivo 'colto' è indizio di una visione della relazione tra docenti e studenti che pare modellata sui clichés diffusi dai college film – tra i primi Another country 1984, incastonato nella memoria dei ventenni di allora per il debutto dei coetanei Rupert Everett e Colin Firth e naturalmente L'attimo fuggente 1989 – o dalle pagine di romanzi di culto come Dio di illusioni di Donna Tart del 1992:
«Le lezioni di Julien si svolgevano solo nel suo ufficio. Eravamo in pochi, e inoltre in nessun'altra aula saremmo stati altrettanto comodi e appartati. Sosteneva che gli allievi imparano meglio in un'atmosfera piacevole, non scolastica: e quella lussureggiante serra che era la sua stanza, con fiori ovunque anche nel cuore dell'inverno, rappresentava una sorta di microcosmo platonico di ciò che secondo lui doveva essere un'aula scolastica […] Era un oratore meraviglioso, un parlatore magico, e vorrei essere in grado di fornire un'idea migliore di ciò che diceva, ma è impossibile, per un intelletto mediocre, rendere il discorso di uno superiore – specialmente dopo tanti anni – senza molto travisarlo».[8]
Il topos evoca anche altri scenari, oltre alle colte conversazioni – o contese di albagia intellettuale – tra colti docenti e colti adepti nei college di Eton o del Vermont. Ricorda il formalismo esasperato che governa una routine quotidiana scandita da riti e cerimoniali, l'imposizione di una ferrea disciplina, severe punizioni per le trasgressioni. Richiama infine una competizione esasperata che mette al centro del percorso individuale di formazione un posizionamento di eccellenza, da convertire nel superamento della collocazione sociale di provenienza. In alcune occorrenze il lessico delle NIN 26 lascia trapelare l'intensità della forza di penetrazione di tale modello di riferimento, ma rivolto ai licei della penisola e non al percorso accademico di una élite: grazie allo studio l'adolescente consegue
«dimensioni di disciplina interiore e di autocontrollo […] nel crogiuolo di affetti e pensieri che coinvolgono docenti e studenti nella loro interezza […] si innesta il raccordo tra fini formativi dei licei e affettività. Fini e valori non sono accostabili per pura via razionale, ma attraverso la relazione educativa, il rapporto io-tu, interpellando intuizione e sentimento, autorevolezza e amore, cura e cultura, ragione e passione».
Il tono complessivo – al netto di un proto-recalcatismo depurato da Lacan ricco di risonanze pascoliane, ma contaminato dal repertorio retorico di una fraintesa meritocrazia – propone la definizione di liceo come «scuola tesa a valorizzare i talenti promuovendo il merito». L'affermazione – apparentemente neutra – ben acclimatatasi in una temperie già afflitta da decenni di retorica concorrenziale – neutra non è, per le premesse ideologiche che la sostengono e per l'idea che vi è sottesa, ovvero la convinzione che le prerogative dei singoli individui siano uniformemente distribuite, come capita nei germogli allestiti dalla seminazione meccanica – e non l'esito di determinanti contesti sociali e familiari. Come ribadisce con chiarezza Stefano Bartezzaghi in Chi vince non sa cosa si perde. Agonismo, gioco, guerra,[9] dagli anni '80 abbiamo assistito a un processo di risemantizzazione di alcuni termini, il cui uso si è esteso dal campo sportivo al discorso pubblico. Il modello del play o gioco libero ha soppiantato il modello del game, vale a dire gara moderata da regole, che prevede un progresso nel giocatore e soprattutto «avversari che al momento del via, dispongono di elementi dello stesso valore e dello stesso numero»,[10] al punto da orientare le accezioni ludiche e sportive verso una dimensione di feroce agonismo sociale e di autopromozione senza fine, dominata dall'ossessione della perfomance in tutti gli ambiti. Le risultanze di tale tendenza vengono da tempo messe in discussione dalle scienze umane[11] per i rischi che comportano a livello di equilibrio emotivo individuale e sostenibilità della convivenza sociale. Soprattutto nelle discipline scientifiche si riconosce che il metodo che produce un clima più disteso in classe e favorisce l'apprendimento negli studenti «è il modo in cui collaborano».[12] La rassegna degli estratti dalla Premessa svela inoltre i rischi insiti in «un linguaggio [...] solennemente altisonante [...] che mescola gli elementi culturali in una pappa ben digeribile e 'comprensibile' a tutti».[13]
La lingua di questa 'pappa' «composta di luoghi comuni […] decantati dal parlare letterario [...] di provenienza aulica [...] non ha rapporto con la ragione, né con la storia: nasce da roba di valore che viene chiamata il passato, ma che è così storicamente indifferenziata da poter circolare nel presente».[14] Vi si ricorre come strumento «dell'ideologia della classe dominante, ma serve a difendere quell'ideologia anche quando non mostra apparenti contenuti ideologici».[15] Stupisce che l'affilata competenza analitica di chi, tra gli altri, ha collaborato alla messa a punto di tale amalgama, autore di briosi saggi e rigorosi manuali di letteratura – capace per destrezza critica di denunciare la debolezza letteraria di un'autrice al centro di un culto internazionale come Joan Didion, legittimamente confinata nelle regioni del midcult –[16] nella redazione delle NIN 26 sembra non cogliere l'insidiosa affinità tra il profilo in uscita affiorante dalla 'pappa' – ovvero l'auspicato fiorire del virgulto di cui sopra, esito del progetto allestito nelle Indicazioni – e il ritratto del 'colto' don Ferrante materializzatosi dal combinato manzoniano di illuminismo e sarcasmo:
Uomo di studio […] un uomo fisso nelle sue idee, un letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c’entrava anche un po’ di compiacenza, […] ma che sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando delle virtù più mirabili e delle curiosità più singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada diventin perle in seno delle conchiglie; come il cameleonte si cibi d’aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l’andar de’ secoli, si formi il cristallo; e altri de’ più maravigliosi segreti della natura.[17]
[1] Il testo è la versione rivista dell'intervento presentato durante l'iniziativa organizzata da Unipr – Corso di studi magistrali in Lettere classiche e moderne e ADI- sd Emilia-Romagna Il “come” e il “cosa”. Le Indicazioni nazionali per la scuola secondaria e la didattica della letteratura italiana, 21 maggio 2026.
[2] S. Giusti, Quinto commento alla bozza delle Indicazioni nazionali 2025: l’umiliazione della didattica e della ricerca educativa, La ricerca Loescher n. 30, ultima consultazione 18/8/26.
[3] Vedi il sito www.compita.it
[4] I. Calvino, L'antilingua in “Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società”, Milano. Mondadori, 2002, 150-155.
[5] F. Jesi, Cultura di destra. Con tre inediti e un'intervista, a cura di A. Cavalletti, Roma, nottetempo, 2011, 11.
[6] S.Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale, Milano, Ponte alle Grazie, 2026, 28.
[7] E. Galli Della Loggia, L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la scuola, Venezia, Marsilio, 2019, passim 40-44.
[8] D. Tartt, Dio di illusioni, 24ª ed., Milano, Rizzoli, 2023, 44, 49. Vedi anche: «L'ultimo giorno del semestre, dopo la lezione finale del corso, Howarth gli rivolge un invito. – Venga a bere qualcosa da me domani nel tardo pomeriggio. Obbedisce, ma con un senso di smarrimento. A parte qualche scambio di opinioni sugli autori in prosa dell’epoca elisabettiana non ha nulla da dire a Howarth […] Si siedono nel soggiorno fiocamente illuminato, dall'alto soffitto, di casa Howarth, nel quartiere di Gardens. A quanto pare è l'unico invitato. Howarth parla della poesia australiana, di Kenneth Slessor e A. D. Hope»J. M. Coetzee, Scene di vita di provincia. Infanzia – Gioventù - Tempo d'estate, Torino, Einaudi, 2016, ePub, 473-474.
[9] S. Bartezzaghi, Chi vince non sa cosa si perde. Agonismo, gioco, guerra, Firenze-Milano, Giunti-Bompiani, 2024.
[10] R. Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, prefazione di Pier Aldo Rovatti, note di G. Dossena, Milano, Bompiani, 2013, 30. Al punto che «la ricerca dell’uguaglianza delle possibilità di vittoria è così manifestamente il principio essenziale della rivalità che la si riconferma attraverso un handicap fra giocatori di diverso livello» (ibidem).
[11] Cfr.: Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Milano, Nottetempo, 2012; B. Bonato, Sospendere la competizione. Un esercizio etico, Milano, Cortina, 2015; M. Gancitano, A. Colamedici, La società della performance, Roma, Tlon, 2018;
[12] L. T. Barone, Peter Liljedahl, il futuro della scuola è nelle classi pensanti, «il Manifesto» 28 maggio 2026 https://ilmanifesto.it/peter-liljedahl-il-futuro-della-scuola-e-nelle-classi-pensanti ultima consultazione: 11 giugno 2026.
[13] G. Hartung, Furio Jesi: Cultura di destra in M. Belpoliti, E. Manera (a cura di ) Furio Jesi, Riga, 31, Milano, Marcos y Marcos, 2010, 208.
[14] F. Jesi, Cultura di destra, op. cit., 164-5.
[15] Ibidem
[16] C. Giunta, Internazionale 6 Febbraio 2016; https://claudiogiunta.it/2021/12/unicona-kitsch-su-the-white-album-di-joan-didion/: ultima consultazione 11 giugno 2026
[17] A. Manzoni, I Promessi Sposi. Storia della Colonna Infame, edizione diretta da F. de Cristofaro, Milano, Rizzoli, 2021, 812-816 passim.
Bologna, 7 settembre 2026