Alessandro Ferioli – Le tracce della prima prova dell’esame di Stato 2025-2026

(Sessione Ordinaria 2025-2026)

 

1. La ‘rimonta’ della tipologia ‘A’ e l’assenza di scrittrici

In questo contributo prendiamo in esame le tracce assegnate il 18 giugno 2026 nella prima prova della Sessione ordinaria 2025-2026 dell’esame di maturità.[1] L’analisi sommaria delle scelte dei candidati fa registrare una ‘rimonta’ della tipologia ‘A’, svolta dal 18% dei candidati (mentre lo scorso anno a sceglierla fu il 9,7% dei candidati); il 39,9% ha optato invece per una delle tre tracce ricomprese nella tipologia ‘B’ (lo scorso anno fu il 61,3%); e, infine, il 42,2% ha preferito una proposta nell’ambito della tipologia ‘C’ (lo scorso anno fu il 29% a compiere tale scelta).[2] Se nel commentare le prove del 2025 avevamo parlato di «débâcle della tipologia ‘A’», quest’anno gli orientamenti dei candidati sembrano essersi distribuiti più uniformemente, eccezion fatta per la traccia ‘A1’ (scelta dal 5,3% dei candidati, ma con una caduta sino all’1,5% nei professionali) e per la traccia ‘B2’ (svolta dal 6,5% dei candidati). Eppure, continua a preoccupare lo scarto tra licei e altri indirizzi nelle scelte relative alle due tipologie ‘A’; il che è la conseguenza diretta della preoccupante deriva dell’insegnamento d’Italiano negli istituti professionali, ove la materia è sempre più ancillare alle discipline d’indirizzo, e forse prossimamente anche nei tecnici, per i quali a tutt’oggi (luglio) mancano ancora le Linee guida. In particolare, in questi indirizzi si avverte sempre più la contraddizione fra la pretesa che la didattica reale metta la letteratura ai margini e quella che gli studenti, divenuti ‘candidati’ al momento dell’esame, sappiano svolgere la prima prova scritta.

 

La ‘polemica’ più significativa di quest’anno è forse quella riguardante l’assenza di scrittrici nelle tracce d’esame. La esponiamo con le parole con cui la giornalista Francesca Fulghesu ha riassunto il contenuto di alcune interviste: «Gli scrittori scrivono per tutti, le scrittrici solo per le donne. Il senso comune viene consolidato dal canone e dai programmi scolastici. E poi trova conferma nell’esame di maturità: in 27 anni non è mai uscita un’autrice per l’analisi del testo».[3] Quindi, se da una parte va dato atto che, sotto l’incalzare di giustificate sollecitazioni, da alcuni anni i manuali scolastici hanno aumentato la presenza di scrittrici, di pari passo con un dibattito sviluppatosi proficuamente (anche perché, lungi dal rappresentare una variante scolastica delle ‘quote rosa’, esso si è ormai incentrato sulla mutevolezza del canone in relazione ai tempi),[4] dall’altra è altrettanto vero che le scelte ministeriali sono chiamate non tanto a celebrare uno sterile gioco di difesa dell’esistente, quanto piuttosto a prendere atto delle acquisizioni del dibattito stesso, e a ‘lanciare la palla’ avanti allo scopo di stimolare i docenti sulla base della acquisizioni più mature. Forse è perciò che le tracce della Sessione suppletiva hanno offerto, nella proposta ‘A2’ un brano dal libro Un uomo di Oriana Fallaci.[5]

 

2. Le proposte della tipologia ‘A’

La proposta ‘A1’, con la poesia Passeró per piazza di Spagna, chiama in causa un grande scrittore come Pavese, e lo fa con un testo abbastanza noto e oltremodo significativo per l’intenso autobiografismo. La poesia fa parte della raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (uscita postuma nel 1951), caratterizzata dalla duplice presenza femminile di Bianca Garufi e Constance Dowling. Proprio per la preponderanza dell’autobiografismo, Pier Vincenzo Mengaldo – notoriamente poco indulgente verso la poesia di Pavese – ne ridimensiona il valore, poiché, secondo lui, la raccolta postuma «riflette l’illusione pavesiana che le brucianti esperienze amorose da cui nascono quei testi avessero una dignità letteraria in se stesse, al di qua dell’elaborazione intellettuale e formale: che è un ulteriore episodio dell’eccessiva e infantile fiducia di Pavese nel valore esemplare della propria biografia».[6] Ci limitiamo a osservare che, per meglio contestualizzare il componimento, sarebbe stato forse utile un riferimento bibliografico alla raccolta Verrà la morte, riferimento che purtroppo è del tutto assente nella traccia. Difatti, fra le due raccolte di poesia pavesiane c’è una sostanziale frattura, sia nel lessico e nella metrica, che seguono la antinovecentista in Lavorare stanca, mentre appaiono integrati nella «tradizione novecentesca media e più neo-classica» in Verrà la morte,[7] sia nel contenuto, poiché «con il nuovo libro l’autore rientra nell’alveo della tradizione lirica e passando, per giunta, dall’ingresso principale della poesia d’amore».[8]

Venendo alla traccia, nella batteria di domande di ‘Comprensione e analisi’ la prima richiesta è quella di presentare il contenuto della poesia. Va da sé che un mero riassunto delle immagini contenute nella lirica non sarebbe di alcuna utilità, qui; talché, il candidato è di fatto obbligato a fornire subito un’interpretazione al testo. Le due righe di presentazione della poesia segnalano opportunamente il riferimento implicito alla Dowling, di cui il poeta «si innamorò senza essere ricambiato». Questa è già un’acuta traccia di lettura, poiché la piazza che prende vita in tutti i suoi aspetti è parte di un sogno, fra ‘tumulto’ e ‘aria ferma’, che non si avvererà: ecco allora le personificazioni del sogno, quali i fiori che «occhieggeranno come donne | divertite» (vv. 8-9), le scale, le terrazze e le rondini che «canteranno nel sole» (vv. 9-11), le pietre che «canteranno» anch’esse (v. 13), la voce che «salirà le tue scale» (vv. 16-17), tutti elementi che accrescono la sensualità sognata della donna, sino a giungere, come in una contemporanea epifania, al suo cospetto. La seconda domanda chiede al candidato di analizzare «le scelte espressive dell’autore, con particolare riferimento all’uso dei tempi verbali e del lessico». Per quanto riguarda i verbi, l’antologia di Segre e Ossola fornisce già una valida indicazione: «tutti i verbi, usati al tempo futuro, tradiscono la dimensione onirica della poesia e nello stesso tempo esasperano l’estraneità del poeta all’amore».[9] Il lessico è quello della quotidianità urbana, ma curvato in modo quasi espressionistico attraverso le personificazioni, in un riecheggiamento allusivo e ossessivo di certi termini, come ‘chiaro/chiara’ (v. 1, v. finale), ‘s’apriranno/s’aprirà/s’aprirà’ (v. 2, v. 12, v. 20), ‘canteranno’ (v. 11 e v. 13), ‘tumulto’ (v. 4, v. 21, v. 22). La terza domanda chiede di soffermarsi sulle espressioni ‘s’apriranno’/‘s’aprirà’: è il sogno del poeta, che nell’immaginazione quasi slarga le strade che conducono a Trinità dei Monti, come se si trattasse di uno spazio scenico sotto la sua regia, per preparare l’epifania della donna e al contempo per farsi spazio mentre di dirige verso di lei. Nel gergo tecnico della cinematografia, quando la macchina da presa viene azionata spostandola materialmente nello spazio per seguire un soggetto in movimento, si chiama ‘carrello a seguire’, o ‘carrellata a seguire’: questa sembra la procedura utilizzata dal poeta, che della donna amata (attrice di qualche notorietà) si fa qui regista. La quarta domanda richiede di soffermarsi sull’‘atmosfera’ delineata nella lirica: è un’atmosfera di vitalità disordinata, come si conviene alle strade di una città che accoglie e insieme respinge il poeta, ma al tempo stesso di miracolo incipiente, che resta però in sospeso. La parte d’‘Interpretazione’ recita: «Sulla base dell’analisi da te condotta e facendo riferimento alla produzione di Pavese e/o di altri autori o forme d’arte a te noti, elabora una tua riflessione sulle modalità con cui scrittori e artisti in generale proiettano i propri sentimenti sull’ambiente circostante e sulla natura». Sarebbe inutile, in questa sede, fornire spunti elaborati da noi, poiché la domanda è molto generale, e può chiamare in causa tanti e diversi scrittori, pittori e artisti in generale (non esclusa la cinematografia). Diciamo soltanto che la vaghezza delle domande della parte di ‘Interpretazione’ sembra funzionale alla spendibilità di percorsi tematici, il che quindi indurrebbe a una retroazione secondo una prospettiva didattica – quella tematica, appunto – non certamente nuova, e che può affiancarsi utilmente alla trattazione storica.

Secondo Filippo La Porta, la scelta di questa lirica sarebbe stata azzeccata, poiché

 

«nel momento in cui il linguaggio poetico corrente sembra ritirarsi da una zona della nostra emotività, incapace a rappresentare sentimenti elementari, tonalità affettive del nostro quotidiano – sulle quali rilascia una silenziosa delega alla ‘canzone’, poesia di massa del nostro tempo – è bene riscoprire proprio quella poesia novecentesca colloquiale, ‘antinovecentista’ e antiermetica, vicina alla prosa del mondo e al racconto.»[10]

 

È giusta l’osservazione, poiché la poesia è indubbiamente interessante, ma bisogna anche chiedersi quale spazio reale abbia, nelle antologie, la raccolta Verrà la morte. Nel manuale di Langella-Frare-Gresti-Motta, la produzione poetica pavesiana è ben trattata, con un’accurata spiegazione delle peculiarità della prima raccolta (nelle due edizioni) e della seconda, ma non c’è alcun testo esemplificativo di quest’ultima.[11] Il manuale di Bologna-Rocchi-Rossi-Gennaro, oltre a riportare la poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, spiega sinteticamente le variazioni del tema della donna: «Constance è messa in relazione con il mattino e l’alba, con immagini di luce. Anche se poi neppure questi paragoni sanno essere totalmente positivi, incalzati come sono dall’ombra della fine».[12] Nel manuale di Giunta-Grimaldi-Simonetti-Torchio è riportata una poesia da Lavorare stanca, mentre non v’è nessuna menzione su Verrà la morte.[13] Nel manuale di Baldi-Bernardi-Favatà-Giusso, sono delineate le caratteristiche delle due raccolte, con la precisazione che Pavese, con le poesie poi raccolte in Verrà la morte, «abbandona la ‘poesia-racconto’ per recuperare l’idea tradizionale della poesia come ‘canto’, a cui è affidato il compito di esprimere liricamente, in versi divenuti adesso molto brevi, le sofferenze dell’io e il dolore della passione amorosa tormentata e infelice».[14] Nel manuale di Carnero-Iannaccone, il Pavese poeta è presentato in forma alquanto ridotta, però con una poesia dedicata alla Garufi (Sei la terra e la morte).[15] Nel manuale di Gazich-Lori-La Porta, in quello di Antonelli-Sapegno e in quello di Cataldi-Brugnolini-Santomarco non v’è traccia del Pavese poeta.[16] S’intende che questa rapida rassegna, condotta con i volumi che abbiamo sotto mano in sala docenti mentre scriviamo, non intende in alcun modo stabilire criteri di qualità dei manuali stessi; semmai, si vuole rilevare la maggiore o minore importanza da essi attribuiti alla produzione poetica pavesiana, e l’implicito giudizio che su di essa viene dato oggi. In definitiva, poi, poco importa di quanto un candidato ‘sappia’ di Pavese; molto importa, invece, che a scuola si continui a leggere poesia, ad analizzarla, e soprattutto a mettere di fronte a essa gli studenti. Come ha scritto Davide Rondoni, infatti, «commentare personalmente una poesia e rischioso. Più che confezionare frasi fatte. Perché l’arte apre a dimensioni della vita inquietanti, vivissime, a fare i conti con stupori, con incanti e anche ferite, abissi e carezze».[17]

 

La proposta ‘A2’ è un brano tratto da I piaceri, una raccolta di elzeviri d’intonazione saggistico-morale (potremmo anche dire: di costume) che Vitaliano Brancati pubblicò fra il 1938 e il 1943 su testate come «Corriere della Sera», «La Stampa», «Omnibus» e «Oggi».[18] Il volumetto uscì, presso Bompiani, nell’ottobre 1943, subito dopo l’annuncio della resa incondizionata dell’Italia agli angloamericani, in quella che fu la pagina più nera della storia nazionale del Novecento, riassumibile nella espressione, coniata da Salvatore Satta, di ‘morte della patria’.[19] In quel frangente storico, con la sua pubblicazione Brancati recupera il valore dell’introspezione e della conversazione sommessa con il lettore; talché, secondo Sabine Verhulst, questo

 

«è un libro con cui Brancati dà l'allarme, intende risvegliare i contemporanei. In tutti i pezzi brevi dei Piaceri si coglie l'impronta del dire, della parola viva in atto, della parola in cerca di ascolto. I saggi giocano sulla frontiera tra oralità e scrittura, una scrittura che è chiamata a custodire e a ricordare un'oralità altrimenti destinata a scomparire. Si tratta dell'oralità costitutiva della novella, quella appunto che permette di mantenere vivo (il contatto tra) un gruppo di persone.»[20]

 

Trattandosi di un’opera estranea al novero dei romanzi per i quali l’autore è normalmente ricordato, è pressoché inutile ricercarne nelle antologie notizie o indicazioni di lettura. Perciò questo brano è stato giustamente definito come «la vera novità di quest’anno per questa tipologia».[21] Si tratta, in effetti, di un modo del tutto eccentrico di avvicinare i candidati a un autore ormai fuori dal canone scolastico, il quale affronta in queste poche righe il tema della memoria, tema che normalmente viene trattato, nella classe quinta, sotto più punti di vista. La batteria di domande di ‘Comprensione e analisi’ richiede, al solito, in primo luogo il riassunto del contenuto del testo: un riassunto non difficile di per sé, data la semplicità della sintassi e del lessico, a condizione però che il candidato non risolva la consegna in un mero tentativo di sintesi dei concetti presentati dall’autore, ma che renda vive tali idee, e le rielabori. Brancati non si è mai occupato con profondità del tema della memoria, e non ha una voce particolarmente originale in proposito; tuttavia qui c’è un’intuizione importante, ed evidentemente legata alle circostanze storiche, cioè che abbiamo bisogno di difendere «i ricordi lieti», poiché in un’epoca infelice ricordarsi dei momenti felici ha un’indubbia funzione terapeutica: cio può essere in parte vero – a dispetto della Francesca dantesca («Nessun maggior dolore | che ricordarsi del tempo felice | ne la miseria», Inf., v, 121-123) – ma a patto che non si idealizzi troppo il passato, piegandolo sino a farne il monumento di un’irreale ‘età dell’oro’. La memoria, insomma, è fondamentale per garantire quella che Paul Ricoeur chiama la «continuità temporale» della persona.[22] La seconda domanda chiede di analizzare «i riferimenti alla realtà naturale e le metafore ad essa ispirate cui fa ricorso l’autore per articolare il suo ragionamento»: la prima metafora è quella della «lastra priva di spessore», a indicare il reale contingente privo dei ricordi, indispensabili per conferire a quella realtà senso e collegamenti in una visione articolata; poi, «il cielo […] coperto di nuvole» per cent’anni, che obbliga la gente a fare l’abitudine al buio, senza mai l’esperienza della luce, a eccezione di un anziano di centodue anni, il quale a un certo punto sarà il solo a ricordare la luminosità del Sole. La terza domanda chiede di commentare la frase: «Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno». Di là dal significato evidente, ossia che i ricordi costituiscono una ricchezza della quale bisogna essere vigili custodi, si tratta invero di una bella similitudine, che del figurante – l’avaro – coglie due comportamenti ossessivi, ossia quello di contare e ricontare le monete, e quello di alzarsi di notte a controllare che ci siano tutte; sicché un figurante connotato negativamente per il comportamento ossessivo e antisociale si presta a rappresentare, per via negativa, un figurato degno. Infine, l’ultima domanda chiede di esaminare il senso dell’aggettivo utilizzato dall’autore nella frase «Quale mano di ladro può essere così sacrilega [...]». Qui si allude alle malattie della memoria, metaforicamente descritte come ‘sacrileghe’ mani di ladri, che compromettono o annullano le facoltà mnestiche, ‘rubando’ appunto i ricordi. Perdere la memoria significa spesso perdere anche le parole, ossia trovarsi privi del linguaggio per dire le cose, con la conseguenza di spappolare le relazioni, perdere l’identità e ridefinire il rapporto stesso con la realtà. Non è inutile segnalare, al proposito, che le Medical Humanities hanno affrontato anche il problema della rappresentazione poetica della patologia dell’Alzheimer, sia nei suoi effetti sia nell’esperienza dei familiari, come un tentativo di raccontare la patologia e i vuoti della memoria, prendendo atto, per dirla con Laura Vallortigara, che «la frequenza con cui il tema è stato affrontato, nella poesia dell’ultimo decennio, è indice […] di una mutata sensibilità nei confronti della malattia e soprattutto di un rilievo che ha a che fare con l’urgenza delle questioni che la patologia obbliga ad affrontare».[23]

La parte dedicata alla ‘Interpretazione’ invita al candidato ad approfondire «l’interpretazione complessiva del brano, elaborando una [...] riflessione sul tema della memoria e sulla sua capacità di collegare le generazioni tra loro». Il termine ‘memoria’ non è accompagnato da aggettivi, e questa scelta dell’estensore della traccia lascia – opportunamente, a nostro avviso – ampio margine di trattazione ai candidati, i quali possono spaziare dalla memoria particolare di gruppi precisi (la memoria collettiva come insieme di ricordi, esperienze e valori condivisi da una comunità, secondo la lezione di Maurice Halbwachs),[24] sino alla memoria familiare di piccoli e grandi eventi. Riteniamo che, a prescindere dall’indirizzo di studio e dai programmi svolti, una simile impostazione abbia messo tutti i candidati nelle condizioni di compiere una riflessione, più o meno – o per niente – supportata da riferimenti letterari, storici e filosofici (il ‘tempo vissuto’ di Bergson potrebbe soccorrere molto). Ci limitiamo qui a indicare un possibile ambito di discussione facendoci soccorrere dal cap. i de I sommersi e i salvati di Primo Levi, dove l’autore tratta da un lato il ‘diritto’ della memoria dell’offesa, e dall’altro le deformazioni della memoria, che colpiscono sia i carnefici, in buona o in mala fede, sia le loro vittime:

 

«La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento. I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.»[25]

 

E tanto fu l’impegno dei nazisti per cancellare le tracce dei loro crimini, da indurre Levi a scrivere che «l’intera storia del breve ‘Reich Millenario’ può essere riletta come una guerra contro la memoria».[26] Le possibilità di approfondimenti ulteriori sono molteplici: il rapporto fra memoria e oblio, il rapporto fra memorie ‘forti’ e memorie deboli, l’impiego della testimonianza nella storia orale, per citarne soltanto alcune.[27] Quello della memoria è, insomma, anche un tema etico, che ha a che fare con un’idea di società: Marc Bloch auspicava che le società per il futuro giungano a organizzare razionalmente, con la loro memoria, «la loro conoscenza di sé»; ma, per fare ciò, dovrebbero rinunciare alla negligenza, che porta a smarrire o perdere i documenti, e alla segretezza, che nasconde o distrugge i documenti.[28] Insomma, tanti possono essere i riferimenti sul tema della memoria, e le sue applicazioni concrete, che secondo noi la questione della memoria dovrebbe entrare stabilmente nella didattica scolastica.[29] Ma ciò che conta davvero è che cosa le parole di Brancati, nel momento dello svolgimento della prova, abbiano suggerito ai giovani, i quali da una parte sono sommersi di progetti scolastici e di giornate celebrative, al punto da rischiare un improduttivo ‘eccesso di memoria’, e dall’altra sono schiacciati su un presente apparentemente privo di passato e futuro.

 

3. Le tracce della tipologia ‘B’

La proposta ‘B1’ presenta uno stralcio tratto dal discorso di Giuseppe Saragat alla seduta d’insediamento dell’Assemblea Costituente (26 giugno 1946), da lui allora presieduta, in un momento storico in cui l’Italia era ancora sotto la ‘tutela’ degli Alleati, e con importanti questioni ancora aperte (il trattato di pace, i confini ecc.). Questa traccia è stata salutata con favore, in quanto Saragat – secondo Umberto Costi, presidente della Fondazione Giuseppe Saragat – merita di essere ricordato come padre di un riformismo di sinistra che, grazie alla scissione di Palazzo Barberini (gennaio 1947), aprì la strada alla separazione netta di una parte della sinistra dall’Unione Sovietica, all’emancipazione radicale di una parte dei socialisti dal Partito comunista italiano, e di conseguenza a un pieno inserimento dell’Italia nel Patto Atlantico e nell’europeismo democratico.[30] Così Massimo L. Salvadori delinea il frangente storico della scissione socialista, che portò alla esclusione di socialisti e comunisti dal governo:

 

«Fattore determinante del successo della mutata linea di De Gasperi fu la ricomparsa all'interno della sinistra socialista del fenomeno tradizionale dello scissionismo, che oppose l'ala filocomunista a quella riformista e ‘autonomista’; scissionismo che ebbe le sue puntuali ripercussioni in campo sindacale. | La scissione si consumò nel gennaio 1947 al XXV Congresso del Partito socialista. Il leader dell'ala contraria al patto di unità di azione con i comunisti, Giuseppe Saragat, diede vita al Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli) – che avrebbe in seguito assunto la denominazione di Partito socialista democratico italiano (Psdi), provocando la fuoruscita di ben 52 sui 115 membri eletti alla Costituente nelle file socialiste. Il programma saragattiano era filo-occidentale, di netta opposizione in politica interna al Pci e in politica estera all'Unione Sovietica, accusata di essere un Paese totalitario che andava soggiogando l'Europa orientale. Saragat non si peritò di dire all'ambasciatore americano James C. Dunn che i comunisti italiani si apprestavano a prendere il potere: “Non siamo al penultimo stadio, ma all'ultimo”. Dal canto suo il Psiup ritornò al vecchio nome di Partito socialista italiano. La scissione da un lato indebolì la sinistra italiana, all'interno della quale il Pci prese il sopravvento, che prima di essere quantitativo era di indirizzo ideologico e politico; dall'altro rafforzò la Dc, poiché il partito di Saragat si sarebbe reso disponibile ad allearsi con essa. Nel 1948 e 1949 il Psi avrebbe conosciuto due altre scissioni.»[31]

 

Giustamente è stato osservato che «in un tempo segnato da nuovi estremismi e da una crescente sfiducia verso la politica, la sua figura ricorda che la democrazia richiede equilibrio, responsabilità e rispetto delle idee altrui».[32] In effetti, quello di Saragat è un discorso che ammonisce, attraverso l’uso degli imperativi (come «dovete sentire», «fate che» ecc.) e del futuro iussivo (come «voi vi piegherete», «voi non vedrete» ecc.), a non discostarsi da alcuni principi fondanti della nuova forma di governo. La prima parte della traccia, quella di ‘Comprensione e analisi’, chiede ai candidati di riassumere il contenuto «nei suoi snodi tematici essenziali». Il che significa, in primo luogo, distinguere i contenuti dagli orpelli retorici tipici dell’eloquenza dell’epoca («l’immensa dignità della vostra missione», «la fiamma della libertà e della giustizia», «un cammino [...] che sale verso libere altezze», «diradare la grigia penombra», «la Patria risorta» ecc.); orpelli ornamentali di una comunicazione politica oggi ignota ai più, e vani forse anche allora alle orecchie di una parte di quei costituenti che, nel mentre simulavano concordia nel governo di coalizione, già pensavano all’imminente conflitto politico ispirato alle due opzioni internazionali rappresentate dall’americanismo e dal comunismo. Pertanto il riassunto deve soprattutto intendersi, in questo caso, come attività sia di selezione di ciò che è davvero rilevante, sia di semplificazione lessicale per ricondurre i concetti al linguaggio quotidiano: si pensi al verbo ‘legare’ nell’accezione giuridica (ma qui significativa anche sul piano emotivo: «conquiste legateci da secoli di storia») di «lasciare qualcosa a qualcuno per mezzo di un legato o, in genere, mediante disposizione testamentaria» (Gdli). Sul piano lessicale, invece, un riassunto potrebbe già da subito mettere in risalto il ricorrere della parola ‘umanità’ («volto umano», «progresso umano» «rapporti […]  umani […] inumani», «persona umana»). Ciò che conta, qui, è che il riassunto deve essere fedele al contenuto, ma non alla forma espressiva, che è propria di altri tempi e dell’eloquenza parlamentare.

Ad aiutare a individuare gli snodi tematici soccorrono in parte le tre successive domande, che noi avremmo per migliore coerenza logica invertito, come facciamo qui ora: a quali fatti si riferisca lo statista con l’espressione «pesante eredità di miserie e di dolori»; per quale motivo la democrazia sia «soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo»; e quali siano, secondo lui, gli «altri doveri» che incombono sui costituenti. È proprio dall’eredità della guerra, a nostro avviso, che bisogna cominciare, ossia da quel paesaggio descritto dal personaggio di Gennaro in Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo: «Paise distrutte, creature sperze, fucilazione… E quanta muorte… ’E lloro e ’e nuoste. […] Chesta, Ama’, nun è guerra, è n’ata cosa...».[33] Perdite umane e distruzioni materiali provocate dalla guerra, dunque, ma soprattutto rovine morali di un Paese che doveva lasciarsi alle spalle i guasti della dittatura e del conflitto perduto. Un quadro d’insieme dell’Italia nel 1945, tra la fine della guerra e l’incipiente 1946, è ben delineato in un volumetto di Guido Crainz, il quale così sintetizza le istanze sociali di quel frangente:

 

«Più in generale il paese sembra attraversato dalla tensione fra due poli: da un lato l'attesa di profonde trasformazioni, dall'altro il crescente bisogno di un ritorno alla normalità che apra la via alla ricostruzione, dopo le immani distruzioni belliche. È una tensione che solo in parte contrappone ceti sociali e individui: più spesso li attraversa, vive al loro interno. Su questo terreno si deciderà in parte significativa il confronto – e lo scontro sempre più accentuato – fra le due grandi opzioni politiche che si delineano.»[34]

 

Da qui deriva l’impegno per tutti, ma soprattutto per i costituenti, di rammentare appunto il problema dei «rapporti fra uomo e uomo», il quale può essere declinato soprattutto in due modi: da un lato l’urgenza di una maggiore comprensione fra proprietari e lavoratori, allo scopo di allentare le tensioni sociali già in atto nel Paese, e che avevano costituito per una parte della Resistenza al nord una motivazione non irrilevante, ovvero quella ‘guerra di classe’ che, secondo la lezione di Claudio Pavone, s’era aggiunta alla guerra patriottica e alla guerra civile;[35] dall’altro la necessità d’impostare le relazioni fra le diverse parti politiche sulla base della tolleranza e del rispetto reciproco, intesi come il fondamento di una libertà che corrobora la giustizia sociale, e che da questa non può andare disgiunta. Sembra interessante, al proposito, il commento di Antonio Carioti, il quale ha scritto che, con ciò, «di fatto Saragat esplicita il motivo per cui la nostra Costituzione è antifascista. Perché lo spirito con cui venne scritta è agli antipodi rispetto alla vocazione totalitaria del passato regime».[36] Per meglio comprendere l’urgenza contingente di tale appello ai costituenti, ossia ai partiti che stavano alle loro spalle, si consideri che allora era ancora vigente la formula del governo di unità nazionale, la quale sarebbe stata abbandonata soltanto nel maggio 1947, con la costituzione del quarto governo De Gasperi senza i socialisti e i comunisti. È così che si giunge logicamente alla interpretazione degli «altri doveri» di cui sono incaricati i costituenti, ossia «offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo»: e questa è una nobile dichiarazione d’intenti, ma purtroppo contraddetta da una realtà cui non era estranea la violenza politico-sindacale.

La seconda parte della traccia, relativa alla ‘Produzione’, chiede al candidato di sviluppare in un testo coerente e coeso «il tema della democrazia», servendosi degli spunti di riflessione dati dal brano proposto, nonché dalle sue letture e conoscenze sul tema. L’argomento è sufficientemente preciso da fornire limiti concreti, ma al contempo capace di aprirsi a molti risvolti, non da ultimo a quello dei ‘nuovi’ cittadini italiani. Tuttavia, il rischio evidente è quello di lasciarsi prendere dal vortice della retorica, e di avvalorare acriticamente, in una trattazione virtuistica, ogni parola di Saragat, senza tenere conto sia dei limiti della democrazia nei decenni successivi alla promulgazione della Costituzione, sia di come l’Italia si sarebbe poi evoluta sul piano dell’etica pubblica; talché, al proposito, Guido Crainz ritiene che lo stesso partito fondato da Saragat era «destinato a mediocri percorsi di governo e di sottogoverno (e appiattito sull’atlantismo e sull’anticomunismo quanto il partito di Nenni lo è sull’‘unità d’azione’ con il Partito comunista)».[37]

La proposta ‘B2’ sottopone al candidato un brano tratto dal saggio di Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire (Bologna, Zanichelli, 2008). Il tema trattato centra appieno, da un punto di vista insolito e originale, la vecchia questione dell’incomunicabilità tra scienziati e letterati posta da Charles Percy Snow, il quale negli anni Cinquanta denunciava la spaccatura, negli ambiti sociale e politico, fra le ‘due culture’, ossia quella scientifica e quella umanistica, e ne auspicava la ricomposizione.[38] Qui il tema è incentrato sull’incontro/incrocio, nella ricerca scientifica, di creatività e narrazione delle vicende. Il problema della creatività investe direttamente il rapporto fra metodo deduttivo (pensiero convergente), che applica leggi a casi specifici portando a conclusioni logiche, e quello induttivo (pensiero divergente), che muove dall’osservazione per tentare esplorazioni, unendo attraverso la creatività e la fantasia elementi anche a prima vista non correlati, sino a proporre soluzioni inedite. Per quanto riguarda la narrazione, la storia della scienza è fatta appunto anche di ‘racconti’. Questi ultimi – a condizione che non si risolvano nell’aneddotica, che è sovente di scarsa utilità – mettono in luce le vicende che hanno condotto alle scoperte, talora costruendo ‘contronarrazioni’ che restituiscono dignità a protagonisti dimenticati: è il caso, ormai noto, di Rosalind Franklin, autrice di ricerche che contribuirono alla scoperta delle strutture molecolari del Dna e del Rna, ma dimenticata dalla storia, o per pregiudizi verso le donne o, più verosimilmente, per non essere mai giunta alle conclusioni delle ricerche, pur avendo individuato la B-forma dell’elica del Dna. Il fatto poi che sia morta giovane (nel 1958, forse per eccessiva esposizione ai raggi X), prima del conferimento del premio Nobel a Francis H. Compton Crick, James Dewey Watson e Maurice H.F. Wilkins,[39] ne ha agevolato l’oblio, al quale sicuramente non è stato estraneo l’egoismo di chi non ha mai accettato di fare entrare anche lei nella storia della scienza, mancando di riconoscerle ex post il suo merito, grande o piccolo che sia stato.

Le consegne, nella prima parte di ‘Comprensione e analisi’, chiedono di riassumere il contenuto del brano. E fin qui non v’è alcuna difficoltà apparente, se non nell’applicazione del metodo del riassumere, che nella prima parte del testo non può risolversi nella trascrizione delle esemplificazioni del rapporto tra apparenza e realtà dimostrata scientificamente («Sembra che il Sole giri intorno alla Terra, invece è vero il contrario» ecc.), e nella seconda parte non può ridursi nei mini-riassunti dei quattro esempi (i raggi X, il laser, la teoria della relatività speciale, la penicillina): al contrario, il candidato nell’un caso e nell’altro dovrebbe sapere astrarre e rielaborare i concetti che gli esempi vogliono rappresentare, magari abbandonando, nel suo riassunto, gli esempi stessi, senza perdere le idee principali e i rapporti di concatenazione del ragionamento. Poi – questa è la seconda domanda – il candidato deve riflettere sull’affermazione secondo cui «le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena». Le scoperte scientifiche, insomma, per un verso spesso smentiscono il senso comune (e proprio per questo sono accettate con qualche difficoltà), e per un altro verso possono avvenire per caso: così, l’esempio della teoria della relatività speciale di Einstein è un contributo alla ridefinizione della conoscenza, mentre l’esempio della scoperta della penicillina è un contributo alle applicazioni curative. Ma, di là dalle suggestive esemplificazioni, bisognerebbe altresì delimitare opportunamente il perimetro della ‘casualità’, dal momento che lo scienziato è sempre attento anche a cogliere gli scarti rispetto a quanto da lui messo in conto, e quindi, in un certo modo, anche la casualità viene da lui mantenuta sotto controllo. La terza domanda chiede di riflettere sulla «funzione della ‘creatività’ in relazione alle scoperte scientifiche». E qui si apre un discorso che investe direttamente da un lato le basi neurologiche, poiché la creatività è una proprietà che emerge dal sistema nervoso centrale, e si è sviluppata nell’evoluzione con lo sviluppo della corteccia associativa,[40] e dall’altro il ‘genio’ dello scopritore, il quale – come nell’esempio della penicillina, per non discostarci dalla traccia – sa ‘vedere’ ciò che altri non vedono, astraendo concetti generali da esperienze specifiche inconsuete, associando e rappresentando in astratto le nozioni, e ‘svelando’ alfine ciò che è già nel mondo o nell’universo, ma che deve ancora essere decifrato e ridotto a un linguaggio comprensibile. Fra i tanti commenti, al proposito, ci sembra che Chiara Valerio abbia ben definito la differenza fra la creatività in letteratura e la creatività scientifica:

 

«Le immaginazioni letterarie sono metamorfiche, e raccontano storie magnifiche di donne e pesci e uomini e cavalli, di chimere e arpie, di donne che per sfuggire a un corteggiamento mutano in albero. L’immaginazione matematica – e di quelle scienze che alla matematica si appoggiano – è invece pura invenzione. Mi viene in mente sempre Euclide, matematico e astronomo nato ad Alessandria d’Egitto trecento anni prima di Gesù Cristo. Ecco, tutto quello di cui Euclide ha parlato – i punti che non hanno parti, le rette parallele – non esisteva prima che ne parlasse. E dopo che ne ha parlato, trascorsi i millenni, grazie a quei concetti di pura invenzione, abbiamo costruito dispositivi e compreso meglio il mondo.»[41]

 

Infine si chiede di «spiega[re], alla luce degli esempi riportati dall’autore, la frase “Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi”». Gli esiti della ricerca, insomma, se da un lato vanno contro le nostre percezioni, dall’altro, nel momento in cui fanno avanzare la conoscenza, le espandono. In queste domande ci sembra che ritorni l’insidia segnalata prima, ossia che il candidato, se non ha a propria disposizione risorse culturali da mettere in gioco, si smarrisca nell’esame dei singoli esempi (nel caso dei meno provveduti, in una replica del riassunto già fatto nella risposta alla prima domanda). Nella parte relativa alla ‘Produzione’ si invita il candidato «sulla base delle sue esperienze, letture e conoscenze», a confrontarsi criticamente con le considerazioni dell’autore. Anche qui non ci sono piste tracciate preventivamente, e viene lasciato ampio margine per una trattazione che può prendere direzioni differenti a seconda delle peculiarità del piano di studi dell’indirizzo frequentato.

 

La proposta ‘B3’ verte su un brano estrapolato dal saggio di Frank Furedi, I confini contano. Perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare frontiere (Milano, Meltemi, 2021). L’autore, sociologo, è noto anche per la sua difesa del passato contro l’attacco della cancel culture, espressa soprattutto dall’abbattimento delle statue, e che rappresenta – secondo lui – una vera e propria invasione della memoria storica dell’Occidente da parte di chi vive nel presente, e come tale si arroga una superiorità morale che porta a un’anacronistica ‘archeologia della rimostranza’ (grievance archaeology).[42] Questa, invero, è la traccia che ha sollevato il maggior numero di obiezioni, la cui scarsa validità è andata di pari passo con la scarsa fondatezza delle manifestazioni di consenso. Difatti, da una parte si è accusato il Ministero di aver voluto rivendicare il principio del ‘confine’ in un’ottica nazionalistica, al punto che una parlamentare di AVS ha sostenuto che si tratta della «scelta di chi gestisce la scuola pubblica come se fosse una scuola di partito»,[43] mentre «la Repubblica» si è premurata di evidenziare che l’autore è un «sociologo ungherese discusso, vicino a Viktor Orbán, d’ispirazione per i rossobruni»;[44] al polo opposto, invece, Vittorio Feltri ha dato una lettura politico-sociale ampia, ma che ha toccato ‘inevitabilmente’ anche la questione più controversa: «Una Nazione ha il diritto e il dovere di controllare i propri confini. Non per ostilità verso il resto del mondo, ma per responsabilità verso i propri cittadini. Chi sostiene il contrario non sta proponendo un modello più umano. Sta proponendo semplicemente il caos».[45] Il confine di cui si parla nella traccia, però, è l’evanescente e sempre imprendibile limite generazionale fra l’infanzia e l’età adulta; un confine che, laddove non sia ben marcato, può provocare il fenomeno della ‘adultescenza’, ossia – come spiega lo stesso autore nel brano – la condizione di «coloro che, rifiutando di sistemarsi e di assumersi impegni, vorrebbero piuttosto continuare a fare festa anche durante la mezza età» (sarebbe forse quella che una volta si chiamava sindrome di Peter Pan, o una sua versione aggiornata?). Si parla insomma di ‘confine’ come linea di demarcazione ideale che serve ai gruppi umani per rispettare un ordine, secondo un principio che, indubbiamente, può essere applicato a diversi ambiti, compresa – per riprendere lo spunto iniziale – la necessità di saper distinguere il passato dal presente, allo scopo di dare un senso all’‘oggi’ e poter liberare la strada al futuro, bloccato dal ‘presentismo’.

Le domande di ‘Comprensione e analisi’ sollecitano il candidato a riassumere il contenuto del brano; a dire «su quali basi l’autore afferma che “la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta”»; a spiegare «il significato del termine ‘adultescenti’, senza ricorrere alle espressioni presenti nel brano», ossia a fare la parafrasi di una riga e mezza di prosa; a chiarire perché, secondo l’autore, l’espressione «“l’identità adulta” è circondata dalla “sensazione di sconforto”» (e qui l’identità incerta rimanda implicitamente agli altri ambiti di discussione propri dell’autore, come quello a cui abbiamo accennato prima). Sono domande semplici, cui quasi di necessità corrispondono risposte elementari, che tuttavia un candidato può sfruttare per dare saggio di sapiente riscrittura e rielaborazione. La parte relativa alla ‘Produzione’ invita il candidato a elaborare «una personale riflessione sul tema del ‘confine tra le generazioni’», basandosi sulle sue conoscenze, sulle sue competenze e sulla sua sensibilità. È sicuramente un argomento interessante, questo, ma su cui un giovane di diciannove anni ha forse una visione un po’ limitata e parziale, trovando qualche difficoltà a formulare idee in proposito e ad argomentarle. In definitiva, più che il brano prescelto, a essere oggetto di critiche è stato l’autore, ossia quel Furedi che va controcorrente rispetto a un tipo di cultura considerato ‘politicamente corretto’. Va però detto che un intellettuale anticonformista non è mai del tutto ascrivibile alle simpatie di una parte politica, poiché per definizione è un sostenitore del diritto di tutti a fare sentire la propria voce. Noi riteniamo invece la scelta del brano non particolarmente azzeccata per un altro, e diverso, motivo: circa la metà del testo è occupata dal rimando a un articolo apparso su «The Atlantic», e ciò introduce nel ragionamento una fonte tutt’altro che indispensabile all’argomentazione, con il rischio d’ingenerare confusione.

 

4. Le tracce della tipologia ‘C’

La proposta ‘C1’ muove da un brano (con un taglio) tratto da un articolo della giornalista tedesca Wenke Hausmann dedicato a due questioni strettamente collegate: la capacità umana di meravigliarsi di fronte alla natura, e la perdita (in tutto o in parte) di quella capacità a mano a mano che si cresce e, di pari passo, si acquisiscono le nozioni che spiegano i fenomeni naturali («Esiste una versione adulta dell'incanto?»). Il ragionamento si avvale dell’esperienza di un momento trascorso assieme alla figlia («Il cielo notturno era attraversato da bagliori» ecc.), esperienza che rimanda l’autrice a un ricordo del passato («Mi è tornato in mente» ecc.), che poi dà origine alle riflessioni. Questo stralcio non sembra dire molto in sé, ma il tema suggerisce tanto, poiché nella tipologia ‘C’ il candidato è un po’ più libero che nelle altre due: perciò riteniamo che il testo che funge da spunto, considerata la tipologia, per un verso sia fin troppo lungo (più di quello di Furedi, che pure rientra nella tipologia ‘B’), e che il candidato sia, di conseguenza, tentato a ‘pescare’ fra le tante suggestioni dell’autrice, o comunque perda troppo tempo fra le righe, e per un altro verso possa instradare il candidato sulla strada di un’impostazione del discorso che non convince appieno. La natura, difatti, è senz’altro una fonte di meraviglia, ma quest’ultima prescinde dalla conoscenza scientifica (al contrario di quanto invece sembrerebbe suggerire il brano, sottintendendo quasi una critica all’Illuminismo) e va ben al di là dalla semplice ‘impressione’: l’approccio più maturo, anzi, è forse quello dell’intuizione dell’interdipendenza fra uomini, piante e animali in un ecosistema ove i rapporti, ben più complessi di quanto non sembri a una visione antropocentrica, sollecitano una nuova consapevolezza del principio di ‘collettività’, per garantire la convivenza di specie diverse, mentre la vita nella natura favorisce la meditazione e una particolare forma di introspezione, come ci insegnano alcuni gradi autori di cui si occupa il campo di studi della letteratura ambientale.[46]

 

La proposta ‘C2’, quella maggiormente scelta dai candidati, prende spunto da uno stralcio desunto dal libro di Mario Calabresi, Alzarsi all’alba (Milano, Mondadori, 2025), in cui il ricordo dei dialoghi con la nonna induce l’autore a una riflessione sulla ‘fatica’. Al candidato è richiesto quanto segue: «Traendo spunto dalle tue esperienze, dalle tue conoscenze e dalle tue letture, rifletti sull’idea di ‘fatica’ che emerge dal brano riportato ed esponi le tue considerazioni». Il nodo della ‘fatica’, nell’accezione – secondo l’autore – di «dedizione, costanza, pazienza, tenacia», ma oggi considerata per lo più negativamente, come una seccatura da eludere, ci riporta diritti al senso dello studio. Lo stesso autore ha ricordato che l’occasione della scrittura nasce proprio in ambito scolastico. Così, difatti, Calabresi si rivolse agli studenti dopo un incontro:

 

«“[…] voglio che sappiate che per conquistare i vostri sogni dovrete metterci impegno, passione, tempo. Nessuno suonerà alla vostra porta per consegnarvi una vita pronta e realizzata, ma sarà fatta di mille piccoli passi, di piccole conquiste, di cadute e di ripartenze. E sarà fatta di fatica: le cose che si conquistano con la fatica hanno un gusto diverso, sono molto più soddisfacenti di quelle che ci arrivano senza sforzo”.»[47]

 

Ma come avranno accolto i candidati la ‘filosofia’ di Calabresi? Nonostante siano adusi a ‘faticare’ nelle loro attività sportive, e nonostante siano ben consci che, se non si è adeguatamente allenati e non si mostrano determinate ‘prestazioni’, si viene lasciati in panchina o messi in disparte, non pochi studenti non hanno altrettanta volontà e disponibilità di ‘faticare’ a scuola. La ‘fatica’ che si compie a scuola nel corso degli anni di studio, difatti, è oggi talora vista, da parte di studenti, famiglie e opinionisti dei giorni festivi, come una componente irrilevante dello studio, anzi nociva alla salute dei giovani, in quanto generatrice di un’‘ansia’ di cui la scuola, ovviamente, sarebbe unica responsabile. Si pretende insomma che l’avanzamento nei gradi scolastici non comporti ‘fatica’, ossia ore di applicazione quotidiana attraverso lo studio e lo svolgimento di compiti domestici, ma al contempo si pretende il ‘successo formativo’. Anche questo dovrebbe essere un tema di discussione nella didattica scolastica, poiché gli stessi classici (uno per tutti: Dante) ci mostrano talvolta in atto la propria ‘fatica’ nella progressione della conoscenza.

 

5. Conclusioni

Simone Giusti, alla ricerca di un ‘senso’ complessivo all’interno del fascicolo ministeriale, ha creduto di trovare il filo conduttore che unisce tracce tanto diverse e insolite:

 

«Le tracce della maturità 2026 sembrano attraversate da una domanda insistente: che cosa significa diventare adulti? La responsabilità evocata da Frank Furedi, la fatica celebrata da Mario Calabresi, la memoria custodita da Vitaliano Brancati, la meraviglia adulta ricercata da Wenke Hausmann e il civismo repubblicano di Giuseppe Saragat compongono un mosaico sorprendentemente coerente. Più che interrogare i problemi del presente, il fascicolo sembra interrogarsi sulle qualità che gli adulti ritengono necessarie per diventare adulti.»[48]

 

Si tratterebbe insomma, a suo dire, della prosecuzione di un percorso ‘pedagogico’ ministeriale già iniziato due anni fa, basato su una celebrazione delle qualità o disposizioni individuali secondo la visione governativa, cui farebbe da contrappunto la non casuale ‘rimozione’ delle grandi, e impellenti, questioni della vita collettiva italiana e mondiale. Il giudizio di Giusti è, di conseguenza, del tutto negativo. Anche Elena Stancanelli ha rilevato un sostrato ideologico nelle proposte:

 

«È un mondo tutto rivolto all’indietro quello raccontato dalle tracce di maturità di quest’anno. Le citazioni sono ritagliate accuratamente perché da ognuna di loro traspaia soltanto la fatica, il gusto della memoria, il “senso di solitudine e disillusione”, il peso della responsabilità individuale. Come ha detto la premier Meloni nel suo messaggio: la disponibilità al sacrificio.»[49]

 

Di contro, secondo Corrado Ocone le tracce di quest’anno non presentavano connotazioni ideologiche di parte, ma anzi sollecitavano i candidati alla meditazione più che alla esibizione di nozioni (e questa è un’affermazione di un certo interesse): «Si può dire, senza timore di errare, che mai come quest’anno le tracce della prima prova di maturità, il tema d’italiano, hanno stimolato i giovani alla riflessione su argomenti esistenziali senza voler inviare messaggi ideologici, in un’ottica di pluralismo e libertà culturale».[50] Fra le valutazioni globali delle tracce, ci convince molto di più quanto ha scritto una collega, Francesca Licci, in un suo post su Facebook del 19 giugno scorso. Chiedendosi la ragione di tracce – a suo dire – «davvero singolari», la docente, sulla base anche dell’osservazione diretta dei candidati durante la prova, è giunta a questa conclusione:

 

«Forse, attraverso Pavese, Brancati, Saragat, gli ‘adultescenti’, ecc. il ministero voleva solo chiedere ai ragazzi di fermarsi a pensare. Correggendo gli elaborati mi sono accorta che molti studenti comprendono il testo, individuano la tesi e sanno fare il riassunto: quindi hanno gli strumenti per leggere e capire. Ma quando arriva il momento della riflessione personale si bloccano, allora ripetono il testo, cercano esempi generici e si impanicano su quale potrebbe essere la risposta giusta. Le tracce di quest’anno non premiavano chi sapeva più cose, ma chi riusciva a dire e motivare il proprio pensiero senza tanti giri di parole. […] Noi insegnanti passiamo molto tempo a spiegare, preparare verifiche e ipotizzare quali autori potrebbero uscire all’esame. La vita fuori dalla scuola non ci interroga come se fosse una verifica, ci mette davanti a situazioni complesse, nelle quali non basta sapere. Forse è per questo motivo che queste tracce hanno fatto discutere così tanto.»

 

Ecco dunque il trait d'union che la collega (in questo parzialmente in linea con Ocone) ha ritenuto d’individuare: la sollecitazione a riflettere, a formulare e a esprimere un’opinione sull’argomento dato. È, questa, un’osservazione interessante, che sembra corroborata dalla intenzionale vaghezza, in pressoché tutte le proposte, delle consegne relative alla parte di ‘Produzione’, allo scopo appunto di lasciare ampia libertà al candidato. Vale la pena di ricordare che, come prescrive la legge del 10 dicembre 1997, n. 425, art. 3, co. 1, «la prima prova scritta è intesa ad accertare la padronanza della lingua italiana o della lingua nella quale si svolge l'insegnamento, nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato, consentendo la libera espressione della personale creatività». Quest’ultima parte della norma, ossia quella relativa all’espressione di sé, continua forse a essere un punctum dolens della preparazione degli studenti, i quali troppo spesso temono, nel momento in cui si avventurano in una propria opinione, di entrare in un campo minato, interrogandosi (e interrogando prudenzialmente l’insegnante) se sia ‘giusto’ o ‘sbagliato’ un determinato riferimento o un certo giudizio. Cosicché – secondo la Licci – la scuola dovrebbe «insegnare anche il coraggio del pensiero». E questa è forse la sfida più grande.

 


[1] Cfr. le Tracce della prima prova nel Sito web del Ministero dell’Istruzione e del Merito (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[2] Per le scelte cfr. Rapporto sintetico delle scelte della prima prova nel Sito web del Ministero dell’Istruzione e del Merito (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[3] F. Fulghesu, Un canone tutto maschile. Le scrittrici dimenticate, «Il Domani», 19 giugno 2026 (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[4] V. Pilone, Canone scolastico e scrittrici. Una riflessione didattica e civica, «Griselda online. Il portale di letteratura», 14 novembre 2025 (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[5] Cfr. le Tracce della prima prova - sessione suppletiva nel Sito web del Ministero dell’Istruzione e del Merito (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[6] P.V. Mengaldo, Cesare Pavese, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Id., Milano, Mondadori, 1990, pp. 679-690: 683.

[7] Ibidem.

[8] G. Langella, P. Frare, P. Gresti, U. Motta, Del mondo esperti, vol. iiib: Dal primo dopoguerra agli anni Duemila. Le metamorfosi del canone. Tra crisi e ricerca, Milano, B. Mondadori, 2026, p. 415.

[9] Antologia della poesia italiana. Il Novecento, diretta da C. Segre, C. Ossola, vol. i, Torino, Einaudi, 2003, p. 509.

[10] F. La Porta, La bellezza tumultuosa a pochi passi dalla fine, «la Repubblica», 19 giugno 2026, p. 24.

[11] G. Langella et alii, Del mondo esperti, cit., p. 412-421.

[12] C. Bologna, P. Rocchi, G. Rossi, T. Gennaro, Leggere e scrivere il mondo. Ed. Rossa, vol. iiib: Dalle Avanguardie ai giorni nostri, Torino, Loescher, 2026, pp. 384-423: 398.

[13] C. Giunta, M. Grimaldi, G. Simonetti, E. Torchio, Lo specchio e la porta. Ed. verde, vol. iii: Dal secondo Ottocento a oggi, Novara, De Agostini Scuola, pp. 782-797.

[14] G. Baldi, M. Bernardi, R. Favatà, S. Giusso, Scrittori e scrittrici nel tempo, vol. iiib, Milano-Torino, Sanoma-Paravia, 2026, pp. 548-571: 552.

[15] R. Carnero, G. Iannaccone, Giorni giovani. La letteratura, il presente, il futuro, vol. iiib: Dalla Prima guerra mondiale a oggi, Firenze, Treccani Giunti TVP, 2025, pp. 460-474.

[16] N. Gazich, M. Lori, F. La Porta, La selva e la luce, vol. iii: Dal secondo Ottocento ai giorni nostri, Milano, Principato, 2026, pp. 806-813; R. Antonelli, M.S. Sapegno, La memoria dei testi, vol. iiib: Dal secondo Novecento a oggi, Milano, Rizzoli Education, 2025, pp. 352-368; P. Cataldi, S. Brugnolini, E. Santomarco, La letteratura ci riguarda. Storia e antologia della letteratura italiana in prospettiva internazionale, vol. iiib: Dal Neorealismo a oggi, Palermo, Palumbo, 2025, pp. 45-50.

[17] D. Rondoni, Il 5% che ha scelto Pavese e una scuola che svilisce il valore della poesia, «Avvenire», 24 giugno 2026, p. 21.

[18] V. Brancati, I piaceri. Parole all'orecchio, Milano, Bompiani, 1943. Il testo è oggi in Id., Romanzi e saggi, a cura di M. Dondero, Milano, Mondadori, 2003, pp. 1343-1450 (per la storia editoriale cfr. ivi, pp. 1736-1740). Cfr. inoltre S. Verhulst, Vitaliano Brancati. Una fantasia diabolica, Roma, Carocci, 2016; Ead., I piaceri di Vitaliano Brancati: una barchetta di carta sul mare minato, «Italianistica», xlvi, 2017, 2, pp. 139-145.

[19] S. Satta, De profundis, Padova, Cedam, 1948.

[20] S. Verhulst, I piaceri di Vitaliano Brancati, cit., p. 143.

[21] N. Magnani, Tracce svolte tipologia A, oggi prima prova maturità 2026. Pavese e Brancati, analisi del testo letterario, «Il Sussidiario.net», 18 giugno 2026 (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[22] P. Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L'enigma del passato, trad. di N. Salomon, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 52.

[23] L. Vallortigara, “Un filo d’erba che ignora il suo prato”. Alterità, parola e relazione nell’esperienza in versi dell’Alzheimer, in Per le Medical Humanities. Sondaggi di letteratura e linguistica (serie i), a cura di S. Scioli, Città di Castello, I libri di Emil, 2021, pp. 339-352.

[24] M. Halbwachs, La memoire collective, Paris, Presses universitaires de France, 1950 (tr. it.: La memoria collettiva, a cura di P. Jedlowski, Milano, Unicopli, 1987).

[25] P. Levi, La memoria dell’offesa, in Id., I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, pp. 13-23: 13.

[26] Ivi, p. 20.

[27] A. Ferioli, Il ‘testimone’ nella didattica della Storia, «Nuova Secondaria», xxviii, 2011, 8, pp. 76-79.

[28] M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, a cura di G. Arnaldi, Torino, Einaudi, 1969, pp. 77-78: 77.

[29] A. Ferioli, Storia, memoria, uso pubblico della storia, «Nuova Secondaria», xxxix, 2022, 5, pp. 54-56.

[30] A. Torchiaro, Costi: “Dignità al riformismo saragattiano. Fu il capostipite della tradizione europeista”, «Il Riformista», 19 giugno 2026, p. 7.

[31] M.L. Salvadori, Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016, ed. elettronica, Torino, Einaudi, 2018, cap. xii, 3.

[32] P. Bicchielli, Saragat agli scritti: lezione di libertà che parla ancora all’Italia di oggi, «Il Riformista», 19 giugno 2026, p. 6.

[33] E. De Filippo, Napoli milionaria, in Id., Cantata dei giorni dispari, a cura di A. Barsotti, vol. i, Torino, Einaudi, 1995, p. 70.

[34] G. Crainz, L'ombra della guerra. Il 1945, l'Italia, Roma, Donzelli, 2007, p. 139.

[35] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1994.

[36] A. Carioti, Giustizia sociale libertà e tolleranza, i tre pilastri di Saragat, «Corriere della Sera», 19 giugno 2026, p. 12.

[37] G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (1945-2026). Edizione aggiornata con un capitolo finale sugli ultimi dieci anni, ed. elettronica, Roma, Donzelli, 2026, cap. i, 4.

[38] C.P. Snow, The Two Cultures and the Scientific Revolution, Cambridge, University Press, 1959 (tr. it: Le due culture, tr. di A. Carugo, Milano, Feltrinelli, 1964).

[39] M. Bossolo, Rosalind Franklin e la doppia elica del DNA, «Zanichelli. Aula di scienze», 23 novembre 2016 (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[40] Per le basi neurologiche, cfr. F. Benfenati, L’arte del ricercare: creatività nell’arte e nella scienza, conferenza tenuta l’11 maggio 2022 presso l'Accademia delle Scienze di Torino (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[41] C. Valerio, Scienza, la sorpresa che cambia il mondo, «la Repubblica», 19 giugno 2026, p. 24.

[42] F. Füredi, La guerra contro il passato. Cancel culture e memoria storica, trad. di R. Cristiani, Roma, Fazi, 2025.

[43] M. Sorbi, Pavese, Saragat e l’inno alla fatica. Ma la traccia ‘sovranista’ è un caso, «Il Giornale», 19 giugno 2026, p. 12.

[44] V. Giannoli, Saragat, Brancati, Pavese ma il tema preferito è la fatica secondo Calabresi, «la Repubblica», 19 giugno 2026, p. 24.

[45] V. Feltri, Una società senza limiti perde il senso di sé e finisce per dissolversi, «Il Giornale», 19 giugno 2026, pp. 12-13: 12.

[46] Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta, a cura di C. Salabè, Roma, Donzelli, 2013; N. Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Roma, Carocci, 2017; Id., Sotto l’inesauribile superficie delle cose. Il paradigma della profondità nell’immaginario dell’Antropocene, Sansepolcro, Aboca, 2025; Tra ecologia letteraria ed ecocritica. Narrare la crisi ambientale nella letteratura e nel cinema italiani, a cura di M. Spunta, S. Ross, Firenze, Cesati, 2022.

[47] M. Calabresi, “I sogni si conquistano un passo alla volta. La vita senza sforzo è sempre un’illusione”, «Corriere della Sera», 19 giugno 2026, p. 1, 13.

[48] S. Giusti, Tutte le virtù che vogliono gli adulti. La pedagogia governativa in azione, «Il Domani», 19 giugno 2026 (pagina consultata il 17 luglio 2026).

[49] E. Stancanelli, Se la voce delle donne non è mai protagonista, «la Repubblica», 19 giugno 2026, p. 25.

[50] C. Ocone, Anche la maturità pluralista non piace ai soliti compagni, «Libero», 19 giugno 2026, p. 12.

 

Bologna, 7 settembre 2026