Raffaella Romano - Insegnare in tempi di DAD

 

La “didattica a distanza” ha già in sé il germe che ne inficia il fine, se il fine è in-segnare. La locuzione modale, infatti, ha proprio nella distanza il limite insormontabile del significato profondo che la parola didattica contiene, sempre che essa non sia utilizzata solo in senso tecnico-teorico. Eppure, in questo momento così unico e peculiare, cercare di mantenere un filo rosso che fungesse da legame, per quanto labile, tra docenti e discenti, tra giovani e adulti, tra cittadini e istituzioni, tra privato e pubblico, è stato l’argomento prioritario che ha spinto ogni insegnante a mettere in gioco tutte le proprie risorse, umane e professionali, pur di poter incontrare i propri allievi e continuare a sostenerli (in tutti i sensi) nel difficile percorso di formazione individuale e civile che si chiama “scuola”.

Abbiamo tentato, insomma, di «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, inferno non è, e farlo durare e dargli spazio», per dirla alla maniera di Calvino. E continuiamo ogni giorno, per dare un senso alle nostre giornate altrimenti frustranti, per ritrovare noi stessi nel segno di una scelta che non abbiamo fatto una volta sola, ma che si ripete quotidianamente, malgrado la scarsa considerazione sociale, malgrado il biasimo generalizzato e le ingerenze costanti di chi non riesce neppure a concepire cosa voglia dire veramente segnare dentro un ragazzo affinché la sua vita si svolga per sempre nei confini della civiltà, dell’humanitas, della parola. Malgrado, soprattutto, i nostri stipendi, che non sopportano aggettivi in grado di attutirne la carica umiliante. Perseveriamo perché mai come ora Lucrezio e Virgilio, Tucidide e Manzoni, Boccaccio e Camus possono diventare veri, e insegnarci cosa può veramente salvarci, nella selva intricata del rischio reale e del pericolo più esiziale, ossia la perdita della polis e dell’agorà.

In tale ottica, a proposito di un episodio spiacevole accaduto ieri, ho scritto una mail ufficiale ai genitori di una mia classe, che mi piacerebbe condividere per esprimere il sentimento che tale episodio ha generato in me, oltre che per riflettere più in generale sul ruolo che ricopriamo, specie in un frangente simile.

“Gentilissimi genitori, La presente per informarVi dello spiacevole episodio verificatosi oggi: durante il collegamento a Meet per la videolezione programmata, mi sono accorta che tutti gli allievi entravano con telecamera spenta. Qualche volta è già successo che alcuni preferissero non mostrarsi, e quindi avevo già chiesto loro di accendere la telecamera. Pur con alcune difficoltà, la maggior parte di loro lo aveva fatto. Oggi, invece, vani sono stati i molteplici miei appelli: solo 1 o 2 alunni li hanno accolti, tutti gli altri non si sono degnati nemmeno di rispondere (ad eccezione di uno studente, che mi ha detto che stava facendo colazione!) Per questo motivo, offesa e indignata, li ho salutati e ho detto loro che non avrei più fatto lezione in quel modo, chiudendo il collegamento.

Vorrei ora spiegarvi le cause della mia indignazione, in senso etimologico:

1. Stiamo vivendo un momento unico nella nostra vita, perché credo che nessuno di noi si sia mai trovato in una situazione in cui, al rischio di malattia e di morte, personali e dei propri cari, si sia congiunto il rischio della perdita di sé e dello smarrimento esistenziale, in quanto siamo “animali sociali” che, a lungo andare, non riescono a elaborare sempre sanamente la recisione della maggior parte dei legami interpersonali, che costituiscono i fondamenti della vita civile.

2. In un Paese, checché ne dica Confindustria, quando si chiudono le scuole e si chiudono per un periodo così lungo, si verifica un lutto: per quanto inevitabile e irrimediabile, la chiusura della scuola implicitamente significa una pausa della speranza di futuro, la messa in stand-by della formazione e della fede nei giovani, un vuoto di vitalità, energia, operatività e fiducia nel domani, che ha ripercussioni serie sulla psiche di tutti noi. Quando un Paese, anzi il pianeta, perde i vecchi e smette di dialogare coi giovani, quello è il momento di temere il peggio, di fermarsi a pensare quanto conti la continuità generazionale dell’esistenza.

3. E’ per questo che noi docenti abbiamo risposto prontamente, prioritariamente, “obbedientemente” direi, all’INVITO del Ministro e delle norme varate durante questa emergenza, perché abbiamo anteposto il sentimento dell’importanza del consorzio umano, della formazione, del dialogo educativo e inter-generazionale ai nostri problemi personali, al nostro stato di angoscia consapevole e alle nostre difficoltà logistiche e concrete: ciò che insegniamo sta tutto in questa risposta. È per questo che, quotidianamente, un esercito silenzioso di docenti, malgrado i figli o i genitori anziani da gestire, malgrado i problemi di connessione e di incompetenza tecnologica, malgrado la paura e il senso di vuoto e di inutilità che talora lo attanaglia, si sveglia a una determinata ora, si lava, si veste e accende il computer, per continuare a essere un riferimento umano e culturale dei vostri figli. E prima ha dovuto cercare o costruire materiali da condividere, lavori da far realizzare, strategie didattiche diverse, per rendere più vivace e interattiva una modalità inusuale di fare scuola.

4. La didattica a distanza, per quanto in questo momento sia preziosa, non potrà mai sostituire la presenza di un gruppo di persone in una classe, che è un unicum culturale, cognitivo, emotivo, fisico. Infatti è fredda la relazione virtuale, perché mediata da uno strumento e non dal corpo, dagli occhi, dalla voce, dai gesti, dal non detto. Da uno sguardo complessivo, da un’osservazione, da una provocazione buttata lì un insegnante comprende subito l’umore generale e/o individuale dei ragazzi che ha davanti, se hanno capito o no, se sono attenti o distratti e, se ne è capace, riadatta la lezione che aveva progettato in base al contesto, per ricatturarne l’attenzione.

5. Ciò detto, e per non dilungarmi inutilmente, pensate veramente che io possa fare lezione a uno schermo scuro, perché non mi è consentito neppure guardare in viso i miei studenti? No, di fare questo mi rifiuto in maniera assoluta, perché non mi compete né può risultare proficuo. Lo trovo offensivo umanamente e “in-degno” del mio ruolo e della mia funzione sociale. Se dunque gli allievi hanno deciso di non mostrarsi, ebbene, io mi comporterò di conseguenza: assegnerò sul registro, invierò materiali e ricerche, ma non interagirò più con loro in videolezione. Se poi qualcuno ha problemi di videocamera, allora sarete voi genitori ad attestarlo per iscritto a me, e io deciderò il da farsi.

Vi ringrazio della consueta attenzione e spero in un Vs intervento efficace, al fine di ridiventare tutti propositivi e fiduciosi. Come spero vivamente che stiate tutti bene e che usciamo al più presto da questo doloroso frangente. Un abbraccio a tutti”. Raffaella Romano

Nota finale: fino a questo momento, dopo circa 24 ore dalla mia lettera, ho ricevuto un solo messaggio da un genitore, tramite Whatsapp, e 5 messaggi di scuse dagli studenti, sempre tramite lo stesso strumento. Un po’ poco, direi, per proseguire con entusiasmo.

 

1 aprile 2020

 

Raffaella Romano

docente di Italiano e Latino del Liceo Scientifico “Arturo Labriola” di Napoli.