La banalità del Ma (su Galli della Loggia e l’autorità educativa)

Di Cristiana De Santis

Pubblicato il 08 giugno 2018

Non ha fatto in tempo a insediarsi in viale Trastevere il neo-ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che si vede recapitare dall’edicolante una lettera di Ernesto Galli della Loggia pubblicata dal Corriere della Sera: Cattedre più alte per tutti i professori.

Da politologo e giornalista avvertito, GdL inserisce il termine-slogan che è su tutte le bocche (cambiamento), ma passa sotto silenzio un termine evidentemente poco amato dai programmi SEO, intorno al quale ruota però tutta la lettera: autorità. Autoritario, del resto, è il linguaggio che GdL sceglie e, ancor prima, autoritario è il formato della lettera: in dieci punti-elenco che contengono altrettante misure suggerite per il governo (riforma?) della scuola. Un decalogo, insomma. Anche il modo in cui sono formulati i punti richiama chiaramente alo stile dei testi giuridico-amministrativi. Le parole più ricorrenti nel testo (se escludiamo scuola e i suoi derivati) sono obbligo e divieto, e anche questo è un segnale. Ma contano anche segnali linguistici più sottili: gli avverbi in -mente (pesanti, ma ritmabili), i quantificatori universali (ognituttoqualunque) che escludono eccezioni, i ma (anche) che aggiungono ragioni, i verbi della modalità deontica (bisognasi deve ecc.), i parallelismi (… … ). E poi le domande retoriche (al punto 6 e al punto 9), il ricorso all’opinione comune o doxa (“non solo a mio giudizio…”), l’ammiccare all’autorità dell’interlocutore (“come lei sa”), l’uso della citazione come argomento di autorità: una citazione non casuale, della filosofa ebrea (“non gentiliana” – la definisce ironicamente GdL) Hannah Arendt, che evoca un saggio (Che cos’è l’autorità?) scritto nel 1958: dopo che i pericoli delle derive autoritarie erano diventati una sanguinosa e drammatica attualità, e le intelligenze migliori si interrogavano sui presupposti socioeconomici dell’obbedienza ai regimi nazi-fascisti (altro che disciplina nelle classi). Nel volume che lo contiene (Tra passato e futuro, uscito in italia nel 1970), sti trova anche un saggio speculare dal titolo Che cos’è la libertà? (Tanto per reinserire le due parole-chiave dell’agire politico nella corretta dialettica).

Non voglio rispondere a Galli della Loggia punto per punto: sarebbe fin troppo facile ironizzare su predelle e predellini, saluti deferenti, odonomastica roboante, autarchia delle gite, fiammelle dell’Istituto Luce. Quanto alle buone trovate (come le biblioteche scolastiche), c’è chi prima di lui le ha formulate, spendendosi per la loro diffusione (penso a Tullio De Mauro). Sul coinvolgimento dei genitori nella gestione della scuola c’è poco da lamentarsi: è l’effetto di provvedimenti di legge pensati per corresponsabilizzare le famiglie, puntando alla coerenza educativa delle principali agenzie formative. Se le famiglie sconfinano (non solo a scuola, ma anche a bordo di un campo di calcio) dovremmo forse porci un problema più ampio di alfabetizzazione culturale ed emotiva degli adulti, sempre meno inclini al rispetto e all’autocontrollo. 

Quello che mi interessa qui è collocare il discorso sull’autorità educativa in un dibattito che da Hannah Arendt ai giorni nostri ha conosciuto alcuni sviluppi che varrebbe la pena conoscere. Sono passati 60 anni da quel saggio, che guardava all’autorità non solo come prerogativa di una persona o di un’istituzione, ma come fattore simbolico irrinunciabile che regola gli scambi sociali tra individui. Da almeno un decennio, la parola autorità è tornata in circolo dopo essere stata guardata con sospetto ed evitata perché associata al potere e sempre in bilico tra un polo positivo (l’autorevolezza, ovvero l’autorità riconosciuta come legittima) e uno negativo (l’autoritarismo, l’autorità avvertita come abuso). La predella di cui GdL parla mi pare associata al potere, più che all’autorità. E forse sarebbe corretto ricordare il contraltare della predella: le punizioni corporali che nelle scuole si associavano all’uso o all’abuso dell’autorità. Era la scuola dei fanciulli, antecedente la Dichiarazione dei diritti dell’infanzia. Nel frattempo siamo passati dalla patria potestas all’autorità genitoriale e, oggi, alla responsabilità genitoriale. Indietro non si torna, con buona pace dei nostalgici del buon (ma davvero così buono?) tempo che fu.

Vero è che le proeccuppazioni di GdL sono in larga parte condivisibili: di “crisi di autorità” e di “ritorno all’autorità” si fa un gran parlare, nelle assemblee scolastiche come nei magazine, specialmente in rapporto alle sfere pre-politiche in cui l’autorità agisce (la famiglia e la scuola), soprattutto in riferimento a temi come la disciplina e la valutazione. Sul piano propriamente politico, poi, è sotto gli occhi di tutti il fascino esercitato da personalità carismatiche e da un discorso di tipo autoritario, basato sullo slogan gridato, più che dal discorso persuasivo basato sull’argomentazione pacata. Di autorità in ambito politico, del resto GdL si era già occupato in un articolo apparso sulla stessa testata il 6 gennaio 2017 (Riscoprire in Italia il senso dell’autorità), quando ancora ci governava Renzi e qualcuno paventava il rischio di una democratura (una dittatura democratica). Nell’ultimo affondo, GdL parla solo di scuola, ma dando a intendere che ci sia un problema di crisi di autorità nella società in generale e nella relazione educativa in particolare. Un tema che era emerso già negli interventi di GdL a sostegno della “lettera dei 600” sulle (in)competenze linguistiche degli studenti.

Il dibattito teorico sull’autorità si è arricchito intanto di un testo che rappresenta una ideale continuazione della riflessione di Arendt: Le pouvoir des commencements. Essai sur l’autorité di Myriam Revault d’Allonnes (le Seuil, 2006). (Per inciso, di autorità, attributo paterno per eccellenza, si sono occupate anche e soprattutto donne: curioso, no?). L’ipotesi di Revault d’Allonnes è che l’autorità abbia a che fare col tempo: anzi, che “il tempo è la matrice dell’autorità come lo spazio è la matrice del potere”. E che il vivere insieme non richieda solo uno spazio comune in cui si agisce (dalla “predella” di Galli della Loggia fino all’“ultimo banco” di cui parla Giovanni Floris in un bel libro dedicato alla scuola), ma anche e soprattutto un tempo, una durata data dal legame tra le generazioni. Perché l’autorità non si dà solo nella forza del passato e della tradizione, ma anche nell’attrazione che esercita su di noi il futuro (come già aveva intuito Arendt, quando parlava di “parametri per un futuro possibile”). In che modo? Sottoforma di progetti che ci autorizzano ad agire, consentendoci di iscrivere le nostre azioni nell’orizzonte di un divenire. Attraverso una cooperazione virtuosa tra chi è venuto prima e chi si affaccia sulla scena del mondo. Niente di tutto ciò mi pare di intravedere nel tono sprezzante (oltre che autoritario) usato da GdL.

Oggi più che mai dovremmo diventare capaci di passare dall’autorità “fondata” (l’autorità della tradizione) a un’autorità “fondante” (basata sulla trasmissione). Per farlo, i nostri insegnanti non hanno bisogno di una predella: hanno bisogno di preparazione (formazione e aggiornamento in servizio), di riconoscimento economico e sociale, di possibilità e capacità di cambiare le pratiche. Perché l’autorità non si dà se non come “superiorità riconosciuta” (la definizione è di Max Horkheimer).

Siamo più coraggiosi, allora: non riduciamo la dimensione simbolica su cui l’autorità si fonda alla sola dimensione spaziale, alla verticalità e all’asimmetria (l’altezza del rialzo, l’alzarsi in piedi per il saluto), ma interroghiamoci su come si possa costruire un’autorità di tipo nuovo: “orizzontale”, “interiorizzata” e “plurale” (sono aggettivi usati da Richard Sennett, Alain Touraine e Julia Kristeva nel dibattito a più voci sul tema dell’autorità moderato da Franco Marcoaldi sulle pagine di “Repubblica” dal 29 ottobre al 29 novembre 2011).

È complicato, lo capisco. Non è popolare. Ma non sarà il ritorno al passato a salvare la scuola, a dare speranza ai nostri figli.

Torniamo dunque a parlare di autorità. Rimettiamo in circolo la parola e costruiamo pratiche nuove di autorità. Consapevoli che per farlo non basta alzare le cattedre, come non basta “flippare” le classi. Non basta il “Buongiorno signora maestra”, come non basta il grembiulino. Bisogna ripensare le politiche educative e rimettere la scuola al centro dell’interesse pubblico. Incominciando con lo sgombrare un equivoco pernicioso (che la scuola debba servire a trovare un lavoro purchessia) e col reclamare una scuola che formi innanzitutto il pensiero critico.

L’assenza del ministro dell’Istruzione nel “totonomi” che ha preceduto l’insediamento del nuovo governo non è un buon segnale. Non lo sono neppure le concessioni che, su pressione dell’opinione pubblica (e di noti opinionisti televisivi), il governo rischia di fare a docenti non abbastanza preparati da superare un concorso (mi riferisco alla protesta delle cosiddette “diplomate magistrali”, che chiedono di entrare nelle graduatorie ad esaurimento senza aver superato un concorso abilitante e senza aver seguito alcun percorso di formazione specifico). Ma cerchiamo di guardare al futuro con fiducia.

Buon lavoro, allora, Ministro. E le orecchie bene aperte, pronte ad ascoltare squilli di più campane. E campanelle, soprattutto.