Isabella Chierici
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nelle storie che iniziano con un gruppo di amici in vacanza. The Four Seasons è una di queste. Distribuita da Netflix il 1° maggio 2025, si presenta come un racconto corale leggero, una comfort comedy che promette di accompagnarci per otto episodi con il sorriso sulle labbra. Ma basta poco per capire che sotto questa superficie familiare si muove qualcosa di diverso. Perché se è vero che ogni stagione ritorna, è altrettanto vero che le persone che la attraversano non sono mai le stesse.
Dietro il progetto c’è Tina Fey, qui in veste di creatrice, sceneggiatrice e interprete, una figura che negli anni ha costruito una cifra stilistica riconoscibile, fatta di ironia intelligente e una certa capacità di osservare le relazioni umane senza troppo sentimentalismo. Accanto a lei un cast molto solido, tra cui Steve Carell (che interpreta un personaggio diverso dai suoi soliti ironici e un po’ sfigatelli), Colman Domingo, Will Forte e Kerri Kenney-Silver. Insieme si inseriscono in un equilibrio che regge bene per tutta la durata della serie.
The Four Seasons riprende l’idea dell’omonimo film del 1981 diretto da Alan Alda, aggiornandone il contesto ma mantenendo intatto il fil rouge: un gruppo di amici e il modo in cui il tempo cambia — spesso senza chiedere permesso — le loro relazioni. Anche le scelte musicali, già a partire dall’apertura, richiamano esplicitamente le celebri Quattro stagioni di Vivaldi, sottolineando la struttura ciclica della narrazione.
La premessa è semplice: tre coppie di amici e quattro viaggi distribuiti nell’arco di un anno. Un rituale che sembra consolidato, quasi intoccabile, e che invece si incrina quando uno di loro decide di cambiare radicalmente vita. Da lì in poi tutto si sposta: equilibri, alleanze, percezioni reciproche. Più che raccontare eventi, la serie si concentra su come le persone reagiscono quando qualcosa rompe una routine che sembrava definitiva.
Ed è proprio attraverso i personaggi che The Four Seasons prova a costruire il suo discorso più interessante. Ci sono Kate (Tina Fey) e Jack (Will Forte), la coppia che all’inizio sembra la più stabile del gruppo, ma che hanno un rapporto segnato da una dinamica sbilanciata, in cui il bisogno di controllo di lei si scontra con la tendenza di lui ad adattarsi. Una relazione che funziona, sì, ma al prezzo di un equilibrio fragile, che prima o poi presenta il conto.
C’è poi la coppia formata da Danny (Colman Domingo) e Claude (Marco Calvani), forse quella più immediatamente riconoscibile nella sua dinamica: uno più apprensivo, presente, quasi iper coinvolto, l’altro più sfuggente, meno incline a fermarsi davvero. Anche qui, però, la serie evita di ridurre tutto a uno schema semplice, mostrando piuttosto come certe differenze, nel tempo, possano trasformarsi da complemento a possibile frattura.
E infine c’è Nick (Steve Carell), il personaggio che mette in moto tutto. La sua scelta di cambiare vita — di lasciare ciò che ha costruito per inseguire una sensazione di vitalità che sente di aver perso — è il punto da cui partono tutte le altre reazioni. Ma la serie lascia sospesa anche un’altra domanda: cosa significa davvero “sentirsi vivi”? E soprattutto, è qualcosa che si può recuperare cambiando tutto, o è una percezione che proviamo inevitabilmente dentro di noi?
È in questa dimensione che The Four Seasons prova a inserirsi: quella delle amicizie adulte, delle relazioni lunghe, di quei legami che non finiscono ma che invece cambiano forma. Le quattro stagioni diventano così una metafora abbastanza esplicita delle fasi della vita, dei passaggi che si attraversano anche senza volerlo, dalla nascita alla morte, e viceversa. L’idea che emerge è che non esista davvero una stabilità definitiva: anche i rapporti più solidi sono, in realtà, in continuo movimento. E forse il punto non è mantenerli identici, ma capire come restare dentro quel cambiamento e mutare con esso, senza contrastarlo.
Se la serie funziona è soprattutto grazie alla chimica tra i suoi interpreti. Il cast è credibile, affiatato, capace di restituire quella familiarità fatta di battute interne, piccoli fastidi e affetti sedimentati nel tempo. I dialoghi sono spesso brillanti, con un’ironia che non cerca mai la risata facile ma si costruisce sulle dinamiche tra i personaggi. Ci sono momenti in cui riesce davvero a cogliere qualcosa di autentico, soprattutto quando la serie lascia spazio ai silenzi o a quelle conversazioni in cui si capisce più di quanto venga detto, tipici delle amicizie che durano da una vita.
Il problema è che, a fronte di queste intuizioni, The Four Seasons sembra però spesso fermarsi un passo prima di diventare davvero incisiva: la scrittura resta in una zona di comfort, evitando di spingere fino in fondo le sue stesse premesse; i conflitti emergono, ma raramente esplodono; i personaggi cambiano, ma senza mai essere davvero messi in discussione in modo radicale. Anche il tono, sospeso tra commedia e dramma, a tratti fatica a trovare un equilibrio preciso, dando l’impressione di una serie che vorrebbe essere più profonda di quanto riesca a diventare.
Il risultato è una visione piacevole, scorrevole, sostenuta da un cast che funziona e da una scrittura che sa essere brillante, ma che fatica a lasciare un segno duraturo. The Four Seasons è perciò una serie che si guarda volentieri, che accompagna senza pesare, ma da cui non ci si deve aspettare qualcosa che sorprende davvero.
Ciò che però alla fine resta è l’idea di un tempo che passa e di relazioni che cercano, in modi diversi, di adattarsi al cambiamento. Le stagioni si susseguono, come sempre, portando con sé trasformazioni inevitabili. E se la serie non riesce sempre a coglierne tutta la complessità, riesce comunque a ricordarci una cosa semplice: non è tanto il tempo a mettere alla prova i rapporti, ma quello che decidiamo di farne mentre esso scorre.
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