Woodstock sulla spiaggia: Castelporziano e la poesia Beat

Greta Luciani

Nel 1979 a Castelporziano, frazione romana, venne organizzato il “Festival internazionale dei poeti”, una rassegna di poesia che si svolse dal 28 al 30 giugno di quell’anno. La spiaggia libera di Castelporziano fu così il teatro di sabbia di una rivoluzione diffusa, tra uno spinello passato di mano in mano e poesie urlate dal palco. Cinque anni prima su quella stessa spiaggia era morto Pier Paolo Pasolini, in circostanze ancora non chiarite. Anche questo dettaglio ben fotografa il locus horridus di Castelporziano: sullo sfondo del fragore delle onde e del vento, la poesia si mescolò al caos, la popolarità verace esplose senza freni, e l’anarchia, infine, regnò sovrana, tra paioli di minestroni trascinati sul palco e lanci di legumi. A un evento del genere non potevano di certo mancare i poeti della Beat Generation.

 

1. L'Estate Romana e Beat 72

2. Il Festival dei poeti di Castelporziano

3. La poesia Beat a Castelporziano

4. Fonti 

 

1. L’Estate Romana e Beat 72

Il primo passo furono le elezioni comunali di Roma del 1976, vinte dalla Sinistra per la prima volta da quando c’era la Repubblica: Giulio Carlo Argan divenne sindaco e nominò l’architetto Renato Nicolini assessore alla cultura. Attorno a questi nomi si avviò il progetto – allora rivoluzionario – dell’Estate Romana: l’idea era quella di organizzare eventi culturali nella stagione estiva in cui di solito la capitale si svuotava. Infatti, gli intellettuali erano soliti spostarsi verso altre destinazioni, tra cui Spoleto, dove si svolgeva il Festival dei Due Mondi

Roma diventava quindi una sorta di deserto dell’arte. A non abbandonarla erano soltanto quei ceti popolari che nessuno avrebbe pensato di associare all’ideale di cultura: nonostante il Sessantotto, tale accostamento era ritenuto ancora una vera e propria profanità. L’Estate Romana, al contrario, puntava sulla contaminazione: nel 1977, in un periodo di grandi conflitti sociali, si scelse di mescolare “alto” e “basso” e largo spazio venne dato all’underground romano.

In quegli anni, sull’onda lunga delle lotte studentesche, a Roma si era sviluppato un movimento di contestazione che riuscì a trovare nell’underground romano uno spazio di sperimentazione culturale passando per  musica, teatro e letteratura. L’underground romano ruotava al tempo attorno alle cantine: seminterrati sparsi tra Trastevere e Testaccio dove artisti alternativi si riunivano per praticare teatro d’avanguardia.

All’interno di questo mondo una figura di riferimento era Simone Carella, direttore artistico del Beat 72, ovvero la cantina più innovativa della capitale. In un’intervista a il manifesto, Carella raccontò come l’attività del Beat 72 incarnasse l’idea di un’avanguardia che usciva dal contesto ristretto della performance artistica per diventare un modo rivoluzionario di vivere e di fare comunità: considerare, non lettera morta, ma sorpassato, passato tutto ciò che ci ha preceduto, anche noi stessi”. In tale contesto, la poesia precedeva anche il teatro, tanto da spingere Carella e i suoi collaboratori a interrogarsi sul ruolo dei poeti, definiti “detentori” e “manipolatori” della parola. Un modello, in questo senso, erano i poeti della Beat Generation, da cui la cantina Beat 72 prendeva non a caso il nome. È intorno a questo coacervo di idee e performance poetiche che nasce l’idea di Castelporziano.

 

2. Il Festival dei Poeti di Castelporziano

Un primo progetto venne presentato nel 1977, subito apprezzato dall’assessore Nicolini, ma si dovette aspettare il 1979 per la sua realizzazione. A quel punto, il progetto del festival aveva assunto una prospettiva internazionale: era nata l’idea di invitare grandi poeti contemporanei da tutto il mondo e di farli riunire non in una piazza o in un teatro, ma in una spiaggia. Uno spazio aperto, che avesse come unico limite l’orizzonte del mare.

La visione di Carella si realizzò sulla spiaggia libera di Castelporziano, dove il festival si tenne per tre giorni consecutivi. Furono invitati poeti da tutto il mondo: Erich Fried, Volker Von Törne e Johannes Schenk dalla Germania; Gérard-Georges Lemaire, Jacques Roubaud e Denis Roche dalla Francia; Evgenij Evtušenko dalla Russia; oltre a cinque poeti inglesi, cinque spagnoli, due greci, due palestinesi, ma anche il poeta rivoluzionario afroamericano Amiri Baraka. A questi si aggiunsero una trentina di poeti italiani, tra cui Dacia Maraini, Mario Luzi, Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti e Dario Bellezza.

Gli ospiti di punta, tuttavia, erano i poeti della Beat Generation: vi parteciparono soprattutto Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Peter Orlovsky, ma anche Diane Di Prima, Lawrence Ferlinghetti, John Giorno, Bryan Gysin, Anne Waldman e Ted Berrigan. Una presenza così ricca fu possibile anche grazie all’ausilio di Fernanda Pivano, autrice italiana che più di tutte ha fatto da ponte tra l’Italia e il movimento Beat.

In un capitolo del libro Amici scrittori (1995) intitolato “I Beat a Castelporziano”, proprio Fernanda Pivano descrive l’atmosfera che precedette il Festival. Il palco era stato costruito sulla spiaggia in riva al mare, fornendo quello che la scrittrice definisce “uno spettacolo molto bello e un po’ metafisico con la grande impalcatura, alzata a un metro da terra e naturalmente senza scaletta per salirci, sullo sfondo del mare superinquinato e immobile, quasi magico nel tramonto dorato” (Pivano, 1995:237). 

Nelle stesse pagine, Pivano racconta come, una volta arrivati a Castelporziano, i poeti fossero in condizioni alquanto precarie: senza una lira, fatti alloggiare in una struttura alberghiera con bagni mal funzionanti, letti privi di lenzuola e a volte sfondati. La sera prima dell’inizio del Festival di Castelporziano li si vide andare quindi per ristoranti alla ricerca di cibo, riunendosi poi in grandi tavolate. Lì attesero ore per mangiare, sotto lo sguardo di gruppi di curiosi, accorsi per farsi testimoni di uno straordinario evento: la riunione delle più grandi menti poetiche dell’epoca. 

Per vederli, a Castelporziano erano infatti arrivati a migliaia da tutta Italia. Alcuni erano stati attratti anche da una voce secondo cui Patti Smith avrebbe presenziato all’evento. Peccato che non fu così: la cantante e poetessa venne invitata, ma era impegnata in un tour. Questo fu uno dei primi motivi di scontento tra la folla, che si era stabilita direttamente sulle dune della spiaggia di Castelporziano, piantando tende e organizzandosi in banchetti di panini e Coca-Cola. La massa di giovani era mossa dallo spirito di ribellione dell’epoca. Arrivarono persino a lamentarsi perché non gli era stato permesso salire sul palco per recitare i propri versi, rivendicando la necessità di una poesia libera da una dialettica stantia e artefatta.

Castelporziano ‘79 fu una festa popolare. In un certo senso, fin troppo. In particolare, i poeti italiani furono bersaglio del pubblico durante la prima giornata del Festival. Dario Bellezza entrò in una diatriba con la platea, che lo aveva provocato invitandolo a spogliarsi nudo. Poco dopo, una ragazza che urlava frasi sconnesse al microfono impedì a Dacia Maraini di leggere le sue poesie, costringendo l’autrice italiana a ritirarsi, pronunciando la fatidica sentenza: “avete ragione, la poesia non serve a niente” (Pivano, 1995:239). Ma la ribellione non si fermò qui: le prime file presero a tirare sabbia e legumi sul palco e quando fu il turno di Amelia Rosselli qualcuno accese una radio a pieno volume per coprirne la voce.

Il secondo giorno del Festival di Castelporziano fu dedicato ai reading di poeti europei. Non andò molto meglio. Il poeta inglese Giles Wright lesse alcuni versi del russo Egor Issaev, che vennero inizialmente applauditi, ma scatenarono poco dopo un’ulteriore contestazione. Ci fu un po’ di calma con la presenza sul palco del tedesco Erich Fried e con la lettura di alcuni versi di un non identificato poeta argentino assassinato in Argentina nel 1976.

Tuttavia, il breve momento di calma finì quando qualcuno portò sul palco un gigantesco paiolo di minestrone e il pubblico venne invitato a salire sul palco per mangiarlo. Il peso della folla sulle assi fu talmente schiacciante che queste cominciarono a scricchiolare, spingendo Simone Carella a prendere il microfono per segnalare il pericolo. La reazione, manco a dirlo, fu di nuovo smodata: ci furono lanci di bottiglie, una ragazza finì all’ospedale, un uomo venne addirittura preso da una crisi epilettica. William Burroughs commentò lapidario il subbuglio, decretando: “è un’azione della CIA” (Pivano, 1995:239).

Il picco di tale confusione anarchica si ebbe quando sul palco salirono Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, con il secondo che prese il pentolone di minestra e lo gettò sulla spiaggia di Castelporziano. Un gesto simile rischiava di far deflagrare una volta per tutte le scintille che vibravano nell’aria, ma si rivelò essere il primo passo verso la risoluzione del conflitto popolare che minacciava la manifestazione.

 

3. La poesia Beat a Castelporziano

Il Festival di Castelporziano, come ogni storia che ha a che fare con i Beat, parte dal basso e punta all'alto dei cieli, amalgamando spiritualità e profanità. Questo happening a metà tra l’ispirato e il fallimentare divenne quello che Kerouac definiva uno “shock telepatico” quando Allen Ginsberg salì sul palco per placare la rivolta del pubblico. Il poeta si sedette a gambe incrociate, nella posa della meditazione e, di fronte a questa scena, la massa rivoltosa si fermò, quasi come colta da un incantesimo. Chi era sul palco si sedette attorno a lui, in silenzio

Ristabilita la calma, Ginsberg annunciò in italiano i successivi reading: prima Gérard-Georges Lemaire, poi David Gascoyne. Nuovi problemi sorsero quando l’ottantenne siciliano Ignazio Buttitta si avvicinò al microfono e, invece di leggere le sue poesie, si lanciò in una sorta di comizio che, nonostante un iniziale appoggio, provocò nuove bordate di fischi. Ginsberg intervenne di nuovo: prese il microfono e diede il via a una litania di mantra buddhisti, ristabilendo gli umori del pubblico per una seconda volta. A questo punto, si prese definitivamente la scena: cantò la poesia blues scritta in memoria di suo padre, Father Death Blues (1976), seguito poi da Orlosvky, che lesse una poesia dedicata a un malato di mente. 

L’esperienza dei poeti Beat con i meeting di massa, unita a una ricerca poetica più affine nello spirito alla pretesa anti-gerarchica del pubblico rivoltoso, oltre che il sapore incantatore del mantra, riuscirono ad avere un effetto salvifico sulla seconda serata del Festival di Castelporziano. Tutti questi elementi, più il carisma e la popolarità in Italia dei poeti Beat – e, forse, anche una buona dose di provincialismo – resero possibile il raggiungimento di una catarsi collettiva.

Per la terza e ultima giornata del Festival di Castelporziano, si era deciso che la manifestazione sarebbe stata tutta dedicata ai poeti statunitensi. All’inizio della giornata, venne chiesto che a ogni reading seguisse uno spazio dedicato a una lettura scelta da esponenti del pubblico: sia poesie che testi politici erano ammessi. I poeti Beat accettarono di buon grado, ma la sera Allen Ginsberg, infastidito dal tentativo di alcuni membri della platea di prendere il sopravvento, si impossessò del microfono e si rifiutò di cederlo. Resistette persino quando un giovane salì sul palco cercando di riprenderselo, in onore degli accordi presi con gli altri poeti Beat. A risolvere la questione fu l’arrivo di Orlovsky, la cui mole particolarmente imponente dovette impressionare il giovane ribelle. Il reading riprese, questa volta nella completa armonia: il pubblico di Castelporziano venne ammaliato dalle poesie dei Beat e dai canti poetici di Orlovsky.

Il finale è formulaico: sulle note del banjo che accompagnava l’ultima performance di Orlovsky, il palco crollò. Le macerie di una rivoluzione tentata si affossarono così nella sabbia: il Festival di Castelporziano non vedrà mai una seconda edizione. L’eredità di Castelporziano nella memoria culturale italiana si regge allora quasi interamente sulla mistica dei Beat, rappresentando poco più che un ulteriore aneddoto del loro passaggio in Italia. Non a caso, nonostante il caos permanente di quei giorni, Fernanda Pivano riporta che, mentre abbandonava la spiaggia di Castelporziano, “Il pubblico cantava il ritornello di una canzone di Orlovsky” (Pivano, 1995:241).


4. Fonti

Pivano Fernanda, “Amici scrittori. Quarant’anni di incontri e scoperte con gli autori americani”, 1995.

Castelporziano 1979: la «Woodstock della poesia italiana», arsp.it (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Castelporziano, quei tre giorni sulla spiaggia, il manifesto (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Nicolini e l’estate romana delle contaminazioni, Treccani (data ultima consultazione: 27/04/2026)

 

Foto

Foto 1 da il manifesto (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Foto 2 da Il Corriere della Sera (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Foto 3 da arsp.it (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Foto 4 da Rai (data ultima consultazione: 27/04/2026)

Foto 5 da ilLibraio.it (data ultima consultazione: 27/04/2026)