Maria Antonietta Bertacco
Nel 2001, con l’uscita di Shrek, il cinema d’animazione subisce una trasformazione significativa. Quello che inizialmente appare come un racconto per famiglie si rivela poi una parodia del modello fiabesco dominante, costruito e consolidato per decenni dalla Walt Disney. Attraverso ironia e riferimenti pop, il film mette in discussione valori consolidati come la bellezza, il lieto fine e il ruolo dell’eroe, proponendo una narrazione più vicina alla realtà contemporanea. Allo stesso tempo, nasce in un contesto industriale segnato dalla rivalità tra DreamWorks e Disney, rendendolo non solo un prodotto culturale, ma anche una presa di posizione nel mercato dell’animazione. A distanza di anni, il suo impatto è ancora visibile, sia nei contenuti sia nelle logiche produttive che ha contribuito a ridefinire, creando un vero e proprio nuovo modello fiabesco.
Per comprendere davvero Shrek è necessario collocarlo all’interno del contesto industriale e culturale in cui nasce.
Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, la Walt Disney Company aveva riconquistato il dominio dell’animazione grazie al cosiddetto Rinascimento Disney, costruito su un modello preciso: grandi fiabe musicali, personaggi idealizzati e narrazioni rassicuranti. Dietro questo successo c’era anche il lavoro di Jeffrey Katzenberg, figura chiave nella produzione di film come La Sirenetta (1989), Aladdin (1992) e Il Re Leone (1994).
Proprio nel momento di massimo splendore, però, il rapporto tra Katzenberg e la dirigenza Disney si rompe definitivamente. Nel 1994 il produttore lascia lo studio dopo forti tensioni con il CEO Michael Eisner, dando vita, insieme a Steven Spielberg e David Geffen, alla DreamWorks Animation. L’obiettivo è ambizioso: creare un’alternativa credibile al monopolio Disney, anche se poi il percorso iniziale dello studio si rivelerà più complesso del previsto.
I primi film della DreamWorks cercano di competere con la Disney sullo stesso terreno, senza riuscire a differenziarsi davvero. Titoli come Il principe d’Egitto (1998) puntano su una narrazione epica e matura, con tematiche religiose e toni più drammatici rispetto allo standard disneyano, mentre Z la formica (1998) tenta di intercettare un pubblico più adulto con ironia e riferimenti politici. Altri progetti, come La strada per El Dorado (2000) o Galline in fuga (2000), mostrano una certa varietà stilistica, ma non riescono a definire un’identità chiara e riconoscibile per lo studio.
Questi film dimostrano una volontà di sperimentazione, ma restano in una posizione intermedia: troppo diversi per competere direttamente con Disney, ma non abbastanza radicali da costruire un’alternativa solida. In altre parole, DreamWorks prova a inserirsi nel sistema esistente, senza però metterlo davvero in discussione.
Ed è proprio in questo contesto che Shrek rappresenta un cambio di strategia netto. Non si vuole più imitare o affiancare il modello dominante, ma smontarlo. Il progetto, tratto dal racconto illustrato di William Steig, prende forma all’interno di una produzione complessa e instabile, spesso considerata marginale all’interno dello stesso studio.
Paradossalmente, è proprio questa marginalità a diventare il suo punto di forza. Privo delle pressioni tipiche dei grandi progetti e libero da un’estetica già codificata, Shrek può permettersi di sperimentare. La scelta della computer grafica, ancora pressocché nuova, si unisce a una scrittura che si allontana dai canoni tradizionali: più irriverente, più diretta, più contaminata da riferimenti contemporanei.
Il risultato è un film che riesce a ribaltare le regole del gioco: non si limita a entrare nel sistema dell’animazione mainstream, ma ne mette in discussione i presupposti, aprendo la strada a una nuova fase dell’industria d’animazione e culturale, in generale.
Se il primo elemento di rottura di Shrek ha a che fare con il contesto produttivo, il secondo, più decisivo, riguarda il modo in cui il film interviene sull’immaginario fiabesco occidentale. Non si limita a ironizzare sulle fiabe, ma ne mette in crisi i presupposti, partendo proprio dal linguaggio che le rende riconoscibili.
L’apertura del film è esemplare. Musica dolce, libro illustrato, voce narrante: tutti questi elementi richiamano l’estetica classica resa popolare dalla Disney. Questa costruzione viene però interrotta bruscamente quando Shrek strappa una pagina del libro e la usa come carta igienica nella latrina. Il gesto, volutamente volgare, non è fine a se stesso: segnala che quel modello narrativo non è più sacro, ma può essere manipolato, deformato e messo in discussione.
La decostruzione prosegue per tutto il film e trova una delle sue espressioni più evidenti nel regno di Duloc. All’apparenza ordinato, pulito e perfetto, Duloc si presenta come uno spazio artificiale che simula armonia e felicità. Le strade impeccabili, i sorrisi programmati e gli spettacoli meccanici per i visitatori ricordano l’estetica dei parchi a tema della Disney, trasformando il mondo fiabesco in una sorta di prodotto da consumo. Tuttavia, dietro questa superficie si nasconde un sistema rigido e controllato, che elimina ogni elemento fuori norma. Le creature delle fiabe vengono infatti catturate, accumulate e deportate perché non compatibili con l’immagine che il regno vuole trasmettere. In questo senso, Duloc non è solo una parodia, ma una rappresentazione di un immaginario che funziona per esclusione.
A governare questo spazio è Lord Farquaad, figura ossessionata dalla perfezione e dal controllo. Il personaggio è stato spesso interpretato come una caricatura di Michael Eisner, ex dirigente Disney e antagonista diretto di Jeffrey Katzenberg, ma la sua funzione va oltre il riferimento personale. Farquaad incarna un modello di potere che non crea, ma seleziona: stabilisce chi è degno di essere visto e chi deve essere escluso per mantenere l’illusione di un mondo perfetto. La sua stessa figura è costruita su una contraddizione evidente: aspira a un ideale di grandezza e perfezione che lui stesso non incarna, rendendo evidente la falsità degli standard che impone.
All’interno di questo sistema, Shrek ribalta i ruoli. Il protagonista è un orco, quindi tutto ciò che, nella logica tradizionale della fiaba, dovrebbe essere relegato ai margini: sporco, sgraziato, antisociale. Il film non tenta di renderlo accettabile, ma sposta il punto di vista dello spettatore, mettendo in discussione il criterio stesso con cui giudicarlo.
Anche la relazione con Ciuchino contribuisce a rompere le dinamiche classiche: non si tratta di un aiutante funzionale e silenzioso, ma di un personaggio invadente, emotivo, incapace di adattarsi alle norme sociali. La sua presenza non viene corretta, ma accolta, suggerendo che l’inclusione non passi dalla normalizzazione, bensì dalla possibilità di coesistenza tra differenze.
Il nodo più significativo del film, però, riguarda Fiona. Il suo personaggio è costruito per evocare la principessa classica, rinchiusa in una torre, in attesa di essere salvata, ma questa aspettativa viene smontata. Fiona combatte, si difende, rompe le regole del comportamento femminile codificato ed è cosciente del ruolo che dovrebbe interpretare, come se stesse recitando un copione interiorizzato. Questo aspetto è cruciale, perché mostra quanto il modello della principessa non sia solo una costruzione narrativa, ma anche un modello sociale assimilato, anche nella realtà.
La trasformazione finale rende esplicito questo processo. Nella fiaba tradizionale, il lieto fine coincide con il ritorno alla forma ideale: la principessa diventa bella, il corpo si adegua allo standard e l’ordine viene ristabilito. In Shrek accade l’opposto: Fiona sceglie di restare orchessa. Non si tratta di una punizione né di una rinuncia, ma di una decisione consapevole, che ridefinisce il significato stesso della trasformazione. La felicità non deriva più dall’adesione a uno standard esterno, ma dal riconoscimento della propria identità.
Attraverso questo ribaltamento, il film interviene su uno dei presupposti più radicati della fiaba: il legame tra valore e apparenza. Se nei modelli tradizionali la bellezza è spesso associata al bene e la bruttezza al male o all’esclusione, Shrek rompe questa equivalenza, mostrando come questi criteri siano costruzioni culturali. Il risultato non è solo una parodia, ma una riscrittura dei codici narrativi: il centro della storia non è più occupato da chi incarna l’ideale, ma da chi ne è escluso.
In questo senso, Shrek mantiene la struttura della fiaba - viaggio, prova e relazione - ma ne modifica il significato. Il lieto fine non coincide più con l’ingresso nel sistema dominante, rappresentato dal castello e dalla corte, ma con la possibilità di esistere al di fuori di esso. Ed è proprio in questo spostamento che si trova la forza della pellicola della DreamWorks: non nella semplice presa in giro della tradizione, ma nella capacità di mostrarne i limiti e di proporre un immaginario alternativo.
Quando Shrek arriva nelle sale nel 2001, il suo impatto è immediato e trasversale. Il film ottiene un enorme successo commerciale, supera le aspettative della DreamWorks Animation e conquista anche un riconoscimento istituzionale fondamentale: il primo Oscar per il miglior film d’animazione, categoria introdotta proprio quell’anno. Non si tratta solo di un risultato economico, ma di un segnale preciso: l’animazione non è più un territorio esclusivo di un unico modello produttivo e narrativo.
Il successo di Shrek si inserisce infatti in un momento di transizione per l’industria. Il dominio della Disney, costruito sul formato del musical fiabesco, comincia a mostrare delle crepe, mentre nuove tecnologie e nuovi linguaggi si fanno spazio. Shrek intercetta perfettamente questo passaggio: utilizza la computer grafica, ancora relativamente giovane, ma soprattutto introduce una scrittura diversa, fatta di riferimenti pop, battute a più livelli di interpretazione e un tono che si rivolge contemporaneamente a bambini e adulti.
Questa combinazione diventa subito un modello. Dopo Shrek, l’animazione mainstream si apre a una maggiore contaminazione: le colonne sonore si riempiono di musica pop contemporanea; le sceneggiature includono riferimenti culturali immediatamente riconoscibili; i personaggi assumono tratti più ironici e meno idealizzati. Il pubblico cambia e con lui anche le aspettative: non si cerca più soltanto una storia edificante, ma un’esperienza che mescoli intrattenimento, riconoscimento e complicità.
Tuttavia, questa trasformazione porta con sé un effetto ambivalente. Se da un lato Shrek contribuisce a liberare l’animazione da uno schema rigido, dall’altro apre la strada a una standardizzazione di segno opposto. Molti film successivi adottano gli elementi più superficiali del suo linguaggio: l’ironia costante, le citazioni, il tono irriverente, senza riprodurne la struttura critica. Quello che in Shrek era uno strumento per mettere in discussione un sistema diventa, in molti casi, una formula replicabile.
Questo processo è evidente anche all’interno della stessa saga. Dopo il successo del primo film, Shrek si trasforma rapidamente in un franchise: sequel, spin-off, merchandising, adattamenti teatrali e attrazioni nei parchi a tema. Il secondo capitolo amplifica la dimensione satirica, soprattutto nei confronti dell’industria dello spettacolo e dell’estetica hollywoodiana, ma allo stesso tempo consolida il marchio come prodotto globale. Con il passare del tempo, la logica industriale prevale sempre più su quella innovativa e la saga tende a riprodurre se stessa.
Si crea così un paradosso evidente. Il film che nasce per criticare il sistema dell’immaginario standardizzato e della produzione seriale, finisce per diventare parte integrante di quel sistema. Shrek non è più l’elemento esterno che destabilizza, ma un nuovo centro, riconoscibile e sfruttabile economicamente. In altre parole, da alternativa diventa modello e da modello diventa industria.
Nonostante questo, la sua eredità culturale resta significativa. Shrek ha dimostrato che l’animazione può rivolgersi a pubblici diversi senza rinunciare alla complessità, che può giocare con i codici narrativi invece di limitarsi a ripeterli e che può affrontare temi legati all’identità, alla rappresentazione e al potere senza perdere accessibilità.
A distanza di venticinque anni, il film continua a essere presente nell’immaginario collettivo, anche grazie alla sua diffusione nella cultura digitale, tra meme e rielaborazioni. Questo conferma un aspetto centrale: Shrek non è stato solo un successo del suo tempo, ma un punto di svolta che ha modificato in modo duraturo il modo in cui le storie vengono raccontate e consumate.
Come Shrek ha rovinato l'animazione degli ultimi vent'anni, su wired.it (ultima consultazione: 10/04/2026)
Come Shrek sconfisse la Disney, su youtube.com (consultazione: 10/04/2026)
How ‘Shrek’ was created as a skewed criticism of Disney, su faroutmagazine.co.uk (ultima consultazione: 10/04/2026)
Is 'Shrek' the anti-Disney fairy tale?, su ew.com (ultima consultazione: 10/04/2026)
Shrek: quando la vendetta sfornò un cult irresistibile, su nerdface,it (ultima consultazione: 10/04/2026)
Shrek? Un eroe post-moderno che continua ancora oggi a parlare di noi: Danilo Petrassi racconta la sua Shrekologia, su wired.it (ultima consultazione: 10/04/2026)
You either die Shrek or live long enough to see yourself become Lord Farquaad, su polygon.com (ultima consultazione: 10/04/2026)