Gianpaolo G. Mastropasqua

Gianpaolo G. Mastropasqua (Novembre, 1979) Psichiatria e Maestro di Musica, clarinettista, è nato a Bari, ha vissuto a Santeramo in Colle, in Andalusia e nel Nord Italia,  attualmente ha scelto di vivere a Lecce, dove lavora in qualità di Dirigente Medico in Psichiatria presso la SITSM. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (2005) Andante dei frammenti perduti (2008) Partita per silenzio e orchestra (2015) e Danzas de amor y duende (Valencia, 2016), Dansuri de dragoste si duende (Bucarest, 2017), in edizioni bilingue. Ospite in riviste specializzate, circa trenta antologie italiane ed estere, quotidiani, rubriche di poesia, blog letterari nazionali e d’oltreoceano, produzioni radio-televisive. Ha curato l'antologia Taggo e Ritraggo sulla poesia ai tempi di Facebook. Ha ideato e diretto diversi progetti culturali e azioni poetiche come il LietoColle Sud Tour, la Freccia della Poesia e il Grand Tour Poetico, Poeti per il cambiamento, Artisti contro lo stigma psichiatrico e carcerario. Una monografia critica è apparsa nell'Antologia “A Sud del Sud dei Santi – Cento anni di Storia Letteraria”, ne “L'evoluzione delle forme poetiche – la migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio”. Ha partecipato, tra gli altri, al Sardam Alternative Literary Readings Festival di Cipro, al Festival Internacional de Poesia  Benidorm y Costa Blanca e scelto tra i poeti italiani per il Bombardeo de Poemas sobre Milan opera del collettivo cileno Casagrande. É tra i 7 poeti contemporanei scelti per il film documentario “Il futuro in una poesia” della regista Donatella Baglivo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. É membro e delegato del Liceo Poetico de Benidorm e dei “Poeti per la Cultura di Pace”. In corso di pubblicazione il poema “Viaggio salvatico”.

Mediterranea

 

Quando eravamo dèi e camminavamo con gli alberi
e le vesti erano anime e animali vivi
e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole
e all’ora danzavamo sulle acque come anemoni
e chiamavamo Israele la neve del deserto
e l’arcangelo bambino affacciato sull’abisso
e le sorgenti cantavano dai mari alla fonte
e le foglie erano velieri e lingue all’unisono
e i rami ponti trascendenti della luce
e l’impossibile mostro era libero di amare
e ogni passo un sapore e un nome pedante
e le caverne erano occhi appena aperti sull’ignoto
e le pietre dialogavano nel concentrico giorno
ora che passeggiamo senza gambe strisciando
tra la folla calpestata dal silenzio assassino
e le feste nucleari ci attendono al varco
e sogniamo a brandelli tra i respiri delle bombe
e chiamiamo vita eroica l’abbraccio del piombo
e le pietre sono masse che lapidano al pascolo
e le foglie e gli alberi hanno finito la primavera
e il mare dalla lingua di petrolio più non parla
e le lucciole sono nere e il gabbiano viene corvo
e il becco una lamalenta che vibra che penetra
e logora la fauna che affolla in cadaveri pensieri
e l’impossibile mostro è già in gabbia da tempo
e i pugni si combattono nell’aria sanguinaria
e le cave hanno il profumo delle fosse comuni
e ogni passo è una palude da cui uscire vivi
procediamo non siamo nessuno sa perché dormiamo.

La stanza corsara

 

Se la mano più pallida ha linee d’amore
e va nel silenzio a sposare una ruga,
se il volto è un levriero in partenza
scarno allo scatto per predare il viaggio
tu non temere i venti avversi, soffia
più forte, per la bava d’inchiostro
che non versammo, per tutto il sangue
che non scrivemmo, che danzammo
nei passi della morte che non fermammo
nei tempi tesi che non udimmo, vita
che mai vedemmo, vivere.

Lamento della musa innamorata

 

Tu non sei fatto come un poeta,
mi prendi a calci, all’angelo
hai strappato le ali, tu vivi con i falchi,
della Grecia possiedi il corpo
senza fare nulla, e il sangue selvatico
dell’impero, occidentale e furia
tu non nasci nei cimiteri impolverati
e non hai dèi né padri, né madri,
giungi dalle strade tra i sud e la polvere
ora per riposarti vieni, in battaglia
come un capriccio nel mio letto
e mi fai fuoco con la tua fame di canti
mi prepari cospargendomi di aromi
e incensi, mi fai lucida, un altare
serri le vie di fuga con il tuo corpo
a corpo, mi uccidi di bianco
per farmi rinascere, senza tregua
e danzi perché danzino i millenni
nel mio ventre, ti fai spazio, paesaggio
e pietra, campanile, cappella, guglia
tu ripeti le architetture fino a dio
volteggiando nelle cose, fai pioggia
col tuo duende, dissemini gli antenati
con il tuo battere oscuro, entri adulto
e non hai mai avuto paura del buio
tu non parli, hai una lingua ignota
vuoi scrivermi, mi apri libro e muori dentro.

Marilyn la stanza a Norma

 

Benché nel nome transitasse sin dagli albori il germe
della tragedia, tu non potevi che intera splendere
nella costellazione delle regine che non esiste
in quest’aria dove il canto di Maria trasporta i cieli
e un poeta piange Dio nel baratro di un verso,
ma tu non hai ucciso per amore nessun figlio:
siano esonerate le generazioni dei padri
che consegnarono alla tua immagine il primo seme
dell’adolescenza, in quell’arcaico moto di gratitudine.
Chanel numero cinque il tuo quinto potere, una
goccia in cui tutti avrebbero desiderato vivere
o dormire, circondarsi, farsi grandi, presidenti,
sognatori non vedenti, barbiturici o tamerici.
Benché il cinematografico dio da marciapiede
ti scritturasse frivola e ventilata, tu scrivevi
nei diari invisibili versi tristi come la memoria
sola come il sole nella solitudine dei soli.
Ma tu non sei più nel bronzo decimato d’agosto
né avvolta nella seta sottomessa della fine
ora abiti tra i colori atlantidei di Warhol 
e i musei del mare che dal profondo ridono,

Mercuriale

 

Tu donna indicibile del primo giorno
gridato, quando viva ti vidi piansi e nacqui
estratto a sorte come sinfonia lattescente
dall’orchestra di una madre all’anfiteatro
terrestre, nel golfo mistico degli elementi.
Tu che vieni dal buio e dalla luce
incomprensibile come la ruggine
come smorfia in un codice irripetibile
nella mappa cromosomica del cielo.
Tu primitiva come un fiore introvabile,
come un’idea mai nata, schiva
come una rivoluzione non rivelata
come un segreto in una tomba vuota. 
Ti acquatti nei solai con gli antenati,
ironica come una zingara, paziente
come una ladra, tu danzi dando la sintesi
alle piante, le radici, le mani alle foglie. 
Tu che fai salti mortali con le nuvole
canti come tramonti alle porte della notte
dai forma alla materia e non sei più materia
sei eterna metafora della metafora che era luce.
Tu come un mendicante nella casa dei corpi
celesti, come un primogenito puro sgorgato
dall’abisso, tu ritorni alla festa delle rotazioni.
E io che ero un frugolo di luce, ogni anno
celebro l'ultima recita della luce, indosso
i panni del sacro bimbo e provo la taglia esatta
della nascita, e provo la vertigine
dell'ultimo respiro, quel passaggio
agli anni-luce in cui ritornerò luce.

Mimesi dell'angelo

 

Un dono che non dissi mai feroce
condannava a vita oltremorte vita
dirompendo in spietate giovinezze
ma invecchiava la figura a scomparsa
né giorno sfuggire per ignorarsi
negli ignoti dove fiere fischiano
o sparlano nel paese della sepoltura.
Come chiudere una corpo di stelle
in un corpo d’acqua? Quali catene,
quali chiavi di materia o sangue?
Nel pudore di essere nominato
imitavo i muti, ascoltavo i sordi,
seguivo i ciechi fino alla parola
baratro.

Il poeta

 

Vivo in un metro quadro che mi vuole bene
domani ci sposerà il prete bianco del muro
con la santa calce in testa. E scriveva
con le mani inchiodate al cervello
nel pomeriggio di una luce breve:
questa storia è una partita a scacchi
che il matto – là sono io!
Distratto per cena mangiava se stesso.

Mattina in manicomio


Venne la luce al caffè dei pazzi
con pupille di mandorla e pelle civile
aveva parole di sangue e guardava
dove la morte fosse andata a dormire,
come il più bello dei rapaci notturni
fiutava le discese mentali e le finestre
da dove fosse giunta la grazia che svenne
nei meandri delle moire, nei riccioli del poeta
come fosse neonata in quel battito di vigne
qualcuno scriveva sul cielo del muro:
 
Dio c’è
e
si vede

Il lavoro rende liberi


Ci raccolsero casa per casa fino
alle rotaie, promettendoci il lavoro,
la terra biblica, l’estrazione dal ghetto
del vuoto occidentale, invocando
la fioritura di una preghiera, il sogno
che cammina dalla genesi. E li seguimmo
come si fa coi millenni, chiudemmo Abramo
in una valigia, viaggiando col treno dei santi
come anime marchiate per la macelleria
del tempo, tutti sorridenti nel vagone
dei famosi, scortati dagli idioti della casa
delle libertà, pronti per il ministero
della pubblicità: i visionari, i visigoti, i visi
pallidi, le donne copertina, i bambini
gemebondi, i docili disabili e i malati
di nostalgia, furono i primi esseri liberi:
lasciarono vesti e valigie sul binario
dell’allegria, e respirarono l’aria ciclica
dei sassi azzurri, per distendersi beati
nei pascoli celesti. Gli operai rimasti
condannati alla quotidianità, invitati
al lavoro, ammirarono la grande scritta
in ferro battuto, la fiera banda in uniforme
che li accoglieva in fabbrica, numerandoli
al ritmo di grancassa, fu la rivoluzione
industriale infernale, uno spettacolo
immemorabile: l’accensione reattiva
del primo forno, il fumo familiare
che salutava dai camini, quell’odore
di pane buono, fraterno, invisibile.
Noi della squadra speciale, esemplari
di perfetta integrazione, multietnici
e assistenziali, nutriti e più robusti
dalla nascita, esperti dell’igiene finale
traghettavamo i lavoratori dalle docce
alla scampagnata abituale, tagliavamo
i loro capelli, ripulivamo con cura i denti
macchiati d’oro, li profumavamo ben bene
con il miglior sapone umano, li conciavamo
per le feste, per il grande accoppiamento
di primavera, l’antico e colorato carnevale
dell’utopia, che apre la stagione degli amori
nell’orgia benedetta dei crisantemi e dei cipressi
fu un solo ammasso monumentale, un unico
corpo, tutt’uno con la terra, con due tonnellate
di capelli, pronto per le bambole e le parrucchiere
dell’Europa; accumulammo i loro risparmi,
riempimmo trenta baracche fino al cielo,
un boom economico senza eguali, il Canada
Due. I più fortunati andarono in cassa
di disintegrazione, documentammo ogni falò
con fotografie di fortuna, anche quelli appiccati
in silenzio, tra il reparto dieci e undici
dove nessuno ascoltava, dove i muri
perdevano gli sguardi, dove tutti sapevano
i sassi, s’accumulavano in fila i presagi
dell’aria, il vento ha sempre testimoni.
E giunsero i russi russando rossi
scoperchiando la macchina a cielo aperto
innevati dalla consapevolezza sterminata
dei campi, timidi come parenti prossimi
che non scoprono il velo sul volto smunto
di un fratello, per timore della somiglianza.
 

(Auschwitz- Birkenau)

Voce fuoricampo

 

Sono l’ultimo della mia specie
posso procedere in posizione eretta
senza vacillare, guardare le aquile
e divenire vento, senza fiatare
aprire il cielo senza incendiarmi,
non ho altari per inginocchiarmi o
divorare, non ho madri né padri, e voi
non siete miei fratelli, né miei figli.
Vi ascoltai brancolando, come si ascolta
un rumore di vuoti sovrapposti
e caduti, nel ripostiglio della grazia,
ero io la danza nel labirinto temporale
dei corpi, il chiodo fisso di un dio
di famiglia, quella sinfonia incompiuta
e incarnata, un setticlavio ferito, una morte
di sette consonanti, il legno che beveva l’aria
per cantare più forte, e ho mentito solo
per amore, perché avevo un’altra lingua
che non vi appartiene, un altro cuore
da battere e un nome d’ossigeno.
Ho cercato di sembrare un vostro simile
di essere una retorica, un imbroglio,
una marcia funebre di formiche fulve,
un attore rupestre, un saltimbanco
della domenica, una recita, una chiesa,
avevo fili silenziosi per accorciarvi la distanza
dalle stelle, ma per voi ero solo un’anima
appassita, nel portafiori del mondo, una parola
che taceva per rimanere viva, un’ombra
seduta, sul tavolo delle vostri astri visibili
con una mano per spegnere la luce
e l’altra per accendere il buio.