Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) insegna Letteratura Latina presso l’Università di Siena, città in cui vive. Ha tradotto e curato per Einaudi: Rutilio Namaziano, Il ritorno, 1994; Apuleio, Le Metamorfosi, 2010 e La Favola di Amore e Psiche, 2014; e, nella «Nuova Universale Einaudi»: Virgilio, Eneide, con studio introduttivo (note di Filomena Giannotti, 2012; riedita con aggiornamenti nel 2025 nella collana «I Millenni»; lettura integrale: https://www.spreaker.com/show/3285688); Catullo, Le poesie, 2018 (testo, introduzione e ampio commento; specimina di lettura: https://www.spreaker.com/show/alessandro-fo-legge-le-poesie-di-catullo).
Ha collaborato con traduzioni e schede alla Antologia della poesia latina, «I Meridiani» Mondadori 1993, ha contribuito con varie voci al manuale di letteratura latina diretto da Maurizio Bettini (La Nuova Italia 1995), e ha a lungo studiato la fortuna letteraria dei classici (soprattutto di Virgilio, Orazio, Ovidio e Rutilio Namaziano: quest’ultimo in una monografia introduttiva a Rutilio Namaziano Il ritorno, a cura di Andrea Rodighiero e Sara Pozzato, Aragno 2011).
Si occupa anche di letteratura italiana contemporanea. Oltre ad aver pubblicato un’intervista a Vittorio Sereni, ha curato – in varia collaborazione con Antonio Pane, Claudio Vela e poi Federico Lenzi e Umberto Brunetti – edizioni di Antonio Pizzuto (Lezioni del maestro, Scheiwiller 1990; L’oboe e il clarino. Carteggio 1965-1969 fra Pizzuto e Lucio Piccolo, Scheiwiller 2002) e Vanni Scheiwiller (Saluti di corsa, Sargiano, Edizioni degli Amici 2002); e soprattutto vari scritti di Angelo Maria Ripellino, fra cui in particolare l’integrale delle poesie uscita in due volumi, rispettivamente presso Aragno (Poesie prime e ultime, 2006) e Einaudi (Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde, 2007). A queste si aggiungono edizioni di Guido Gozzano (I colloqui e altre poesie, Internopoesia 2020), di Enzo Mazza (Il canzoniere per Fabio e altre poesie, Betti Editrice, due volumi, 7 e 8 settembre 2022) e, con Eraldo Affinati e Gianmario Villalta, di Pierluigi Cappello (Un prato in pendio: tutte le poesie, 1992-2017, Bur Contemporanea 2018; ripubblicata con arricchimenti e il titolo Come un sentiero di matita. Poesie, prose, interventi, 2024).
Ha pubblicato il saggio Il cieco e la luna. Un’idea della poesia (Sargiano, Edizioni degli Amici 2003), e recensisce regolarmente in varie sedi l’attuale produzione poetica italiana.
I suoi libri di versi sono: Otto febbraio, All’Insegna del Pesce d’Oro 1995 (Premi Dessì e Pisa); Giorni di scuola, Edimond 2001; Piccole poesie per banconote, Polistampa 2002; Corpuscolo, Einaudi 2004 (Premio Achille Marazza); Vecchi filmati, Manni 2006; Mancanze, Einaudi 2014 (Premio Viareggio-Rèpaci); Esseri umani, L’Arcolaio 2018; Filo spinato, Einaudi 2021; Scudo stellare, ilglomerulodisale 2025, Luci e eclissi, Einaudi 2026.
Nel 2023 e nel 2024 Caterina Lazzarini ha curato per Macabor Anche domani, Testimonianze critiche per la poesia di Alessandro Fo, e, con Maria Rosa Tabellini, Salto in alto. Studi e materiali per l’opera di Alessandro Fo, con antologie e bibliografia critica. Nel 2025 Filomena Giannotti ha curato per Betti Editrice la raccolta di interventi dei suoi colleghi universitari Dipartimento di poesia. Un omaggio ai versi di Alessandro Fo.
Sempre nel 2025 l’editore Legas (Mineola NY) ha pubblicato l’antologia, con testo a fronte e introduzione bilingue di Antonio Pane, Of Angel & Inmates. Selected Poems of Alessandro Fo, translated into English by Anthony Molino.
È in sere come questa, mi ricordo,
che al dr. Fo gli pigliava la tristezza.
Era il pensiero il problema:
la sua tenerezza.
Precipitava intorno la vita. Ed era.
Ovverossia e avvenimenti e persone ed affetti
precipitavano in attimi, in cose.
Ed era quella la vita, l’unica: la storia.
Come improvvise finestre spalancate sui vuoti
che, dietro le serrande, sono i vani delle case,
gli compariva la gente, corredata di scopi, e
sue piccolezze. Erano i suoi fratelli, i moti
che li portano a lite, ad amore,
ne fanno corpi animati
(da un cuore).
Questo da che scese la madre divina
dagli astri, e gli apparve; e disse: «figlio, a che lotti?
Guarda» e così gli rimosse dagli occhi
la nebbia. Ecco, allora, vide gli dei
come facevano loro a pezzi il mondo:
la sua città, la Gran Troia.
Senza apprezzabile motivo da un lato;
né reperibile rimedio dall’altro.
Se non quello naturale, e impegnativo,
di organizzarsi e resistere, per vivere.
E a lui, niente da fare, gli pigliava la tristezza
e dal suo foglio si rivedeva per via
lungo i suoi muri, una di quelle sere
col suo cappotto, il cappello;
l’ombra era quella di un cavaliere
con la cartella,
e, per lancia, l’ombrello.
Da Corpuscolo (Einaudi, 2004)
Fu allora, alzandosi per andare via,
che Patrizia gli disse «Professore,
vede, non so se è giusto che io cerchi
un futuro diverso dal normale.
Possono i miei compagni,
nati in famiglie colte e facoltose,
o a loro volta figli di professori.
Mio padre è manovale.
(È molto tempo
che ho quest’ansia). Forse è una presunzione
per me aspirare a una sistemazione
che mi consenta di studiare e vivere
(come può fare lei)
di quelle
cose cui tendo
e lei mi inclina.
Intendo,
le cose belle».
Da Giorni di scuola (Edimond, 2000)
Parliamo e già se ne sarà fuggito
nella sua invidia il tempo, volto a toglierci
queste minime gioie,
avvoltolarle e frangerle su scogli
come fossero flutti del Tirreno.
Ma, ancorché nere e tozze e religiose,
sbaragliano pozzanghere e entropia
per questi lastricati le tue scarpe,
monumento perenne: le famose
Scarpe di Emma. Come dire: il simbolo
di quanto, saldo, contrasta l’inverno
e impone il balenare della grazia che,
ferma e snella e rapida, si slancia
sopra i tacchi nel cielo,
innestando al coraggio la pazienza
perché, benché spaurita, sia la vita
di nuovo una «piccola musica notturna»,
senza chiedersi quanto durerà.
Da Corpuscolo (Einaudi, 2004)
D’improvviso straziava il pomeriggio
il pianto del bambino
disperato al cancello, per un caso
chiuso di fuori.
Corsi, sopra, di lato:
«Alessandro, – chiamai – scendo, ti apro.
Non preoccuparti più. Dammene il tempo!»
«Dove sei? – singhiozzò – Non ti vedo…»
«Qui, affacciato,
settimo piano del palazzo accanto…»
Un attimo, la mano sopra gli occhi,
non mi trova, si scorda dell’aiuto
non sente più, stravolge in una smorfia
dolorosa la bocca, grida forte,
implora il padre, e ormai rinnega pure
la pura verità di avermi udito.
Da Mancanze (Einaudi, 2014)
Forse, distante, in questo istante mi scrive.
Il suo pensiero, pieno di sé per me,
s’irradia come un ordine nei nervi,
raggiunge gli occhi, l’espressione, il collo,
la spalla destra, l’anello dell’ascella,
scende per i muscoli del braccio,
sfocia alle dita, docile s’impenna
nella ferma stretta della penna,
muta in inchiostro, si fissa nella carta,
cifra in simboli idea, conforto e affetto.
E io, mentre l’immagino, risalgo
dal foglio, su cui tiene fissi gli occhi
e in prospettiva io pure mi rifletto,
lungo la penna, le dita, quella mano,
il braccio, il collo,
le tempie, il suo pensiero,
che poi, in ultima analisi, è un pensiero,
lo spicchio di un rapporto, di un progetto,
nientedimeno che un’idea
di Dio.
Da Mancanze (Einaudi, 2014)
Nel sonno fece un incubo. Parlava…
Le carezzai piano piano i capelli.
Era tornata la calma (sembrava).
La mattina le carezzai i capelli.
«Dici davvero? Non me n’ero accorta».
Poi, tutta la giornata.
E di nuovo la sera, andando a letto,
la mano andò alla seta
della sua testolina tormentata.
E disse un po’ pensosa e addolorata
«Ma quando sarò morta,
tu mi accarezzerai i capelli?»
Da Mancanze (Einaudi, 2014)
Nonno Felice, quando sono nato,
veleggiava verso i sessant’anni
così nel mio ricordo è sempre «anziano».
Poi sfoglio un album, lo ritrovo giovane
in certe foto come capostazione
coi tre figli bambini.
Più indietro, c’è una foto del ’28
l’anno in cui nacque anche Fulvio, mio padre,
dopo dieci anni dalla Grande Guerra
che il nonno raccontava
a noi nipoti in vacanza a Luino.
Eventi troppo grandi
al cuore di un bambino,
confusi con i film, le fantasie
dei nostri finti giochi di soldato...
Tanto che poi abbiamo tutto scordato.
Tranne una storia, che è lì nella mia mente
(senza riscontri; me lo sarò sognato?)
Dopo un assalto, rientrava di fretta,
ma al momento del salto, sotto i colpi
restò impigliato in un reticolato.
Bestemmiando contro i numi avversi
disimpegnava in affanno la ghetta,
quando una bomba gli sorvolò la testa,
finì in trincea al suo posto, e uccise tutti.
Senza quel filo, a cui noi siamo appesi,
niente Bianca, né Dario, né Fulvio,
né noi nipoti, né il premio Nobèl,
(né questa nebbia di ricordi in versi).
Da Filo spinato (Einaudi, 2021)
Camminando, osservavo la mia ombra.
Possibile, là dentro quelle forme,
stia il mio pensiero, l’essere, le cose
che sto facendo, che progetto, i giorni,
i dolori passati, i sentimenti?...
Una poesia di Hardy su un’eclissi
così riflette sull’ombra della terra
contro la luna…
Io sono la mia terra
e il marciapiedi al sole è la mia luna.
Da Luci e eclissi (Einaudi, 2026)
Una delle aporie dell’Odissea
– ci spiegava Luigi Enrico Rossi –
è quell’asta che, nel palazzo, Atena
(l’asta sua forte, dalla punta in bronzo
con cui lei stermina schiere di eroi),
mentiti i panni di Mente, dimentica…
Anche Elena, la moglie di un poeta,
Elena Panicucci si è scordata,
una volta dimessa, il suo bastone:
«Vai tu a recuperarlo in ospedale?»
Ma allora il covid non lasciava entrare.
Pochi mesi più tardi, Elena è morta.
E il suo bastone, come l’asta antica
nell’astiera di Odìsseo, con le lance
già dell’eroe, nel mégaron ombroso,
per sempre resterà fra le aporie.
Dimenticato in qualche magazzino
o, prima o poi, chissà, gettato via.
Da Luci e eclissi (Einaudi, 2026)
Parlavo delle nuvole. I reclusi
ascoltavano assorti le poesie
di vari autori che avevo raccolto.
Erano i versi a prender le forme
che tanto spesso noi diamo alle nuvole.
«Quando verrà l’ora più grande,
l’ultima…»
(così chiudevo, coi versi piemontesi
di Nino Costa, che sono stati incisi
sotto un suo busto, accanto al Po, a Torino)
«… mi chiederanno “Che hai fatto di bello
nella tua vita?” “Me ne sono stato
- risponderò - lì a guardare le nuvole,
le nuvole che passano nel cielo”».
Memoria di anni verdi, e nostalgia.
Torino stessa era per me una nuvola.
Uno di loro si alzò, in seconda fila:
«Quand’ero detenuto al San Giuliano,
così ogni tanto veniva mia moglie,
c’era un accordo fra noi, nel congedo:
mezz’ora, ancora, da dentro io, e lei fuori,
avremmo insieme guardato una nuvola,
pensandoci.
Uniti dalla nuvola,
la nuvola in comune su nel cielo».
Da Luci e eclissi (Einaudi, 2026)