Marco Massimiliano Lenzi

Marco Massimiliano Lenzi (Pistoia, 1955) si è laureato presso l’Università degli Studi di Firenze  con una tesi di ricerca di indirizzo multidisciplinare in ambito di storia della cultura umanistica contemporanea (Egidio Pio di Savoia. Una biografia intellettuale, Mucchi, Modena 1993). Durante gli studi universitari viene precisandosi il suo interesse per la poesia simbolista europea, con particolare attenzione alla corrente italiana dell’ermetismo, per cui segue i corsi, sempre presso l’ateneo fiorentino, di Piero Bigongiari e Oreste Macrì. Contestualmente a tale ambito, inizia ad interessarsi anche alle espressioni letterarie della mistica cristiana. E’ a questo periodo che risalgono le sue prime prove poetiche.
Dal 1984 al 2000 è stato membro, in qualità di ricercatore, di una èquipe di specialisti impegnati nella recensio e nello studio di Fondi documentari inediti della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze, sotto la direzione scientifica del prof. Francesco Adorno pubblicando articoli e saggi monografici 
Dalla metà degli anni Novanta, la sua attività di ricerca si concentra su alcuni aspetti del fenomeno religioso nella cultura contemporanea, privilegiando lo studio dei Nuovi Movimenti Religiosi, della storia dell’esoterismo novecentesco e della mistica (Il segreto richiamo. Figura, funzione e simulacri del Maestro spirituale, Il Cerchio, Rimini 2003; Forme dell’Invisibile. Esperienze del sacro, Editrice Clinamen, Firenze 2004).  
Sempre in questo periodo, dopo dieci anni di silenzio, riprende l’attività poetica pubblicando su riviste, volumi collettanei e dando alle stampe le prime due raccolte di versi.
Attualmente è docente incaricato di sociologia delle religioni presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Firenze (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale), dove ha tenuto anche seminari di fenomenologia della religione sul simbolismo del sacro.

Deus Absconditus - IV


I Maestri delle sabbie 
tenevano il respiro 
fra le ciglia del cuore e il sibilo
d’una folgore bianca. Potevano
vedere in trasparenza il balzo dei leoni
la ferocia lustrale reggere l’anima
con artigli snudati per istinto
sotto il trono d’ossa acuminate dal digiuno
e la solitudine del sole,
sopportare il rumore delle menti incustodite
in una carovana, lontana
quando infila le crune dei miraggi.
E la notte, la notte delle veglie
dove il soffio di parole ininterrotte aumenta
sul costato gelido d’un bambino, per condanna d’immenso.
fra dono e tentazione 
veder scendere l’arco
dei supremi cieli neri. 


(Da : L’Improvviso)

Fu domandato ad un anziano: «Perché ho 
paura quando cammino nel deserto?».
«Perché vivi ancora», rispose.
(Detti e fatti dei Padri del deserto)

Deus Absconditus - VI


E’ fatica questa verità
negata dal mattino terrestre e il corpo
che continua ad alzarsi
coperto d’acque notturne,
guarda il sogno che non ricorda
o non crede
quell’alluvione di stelle marine nel fragore
dell’annuncio possibile
il vento trasmesso da una radio accesa…
…e quell’inverno improvviso alle porte di casa
dov’eravamo staccati
nel fondo dell’apparizione
a guardare le nevi da una sedia
inginocchiati ai vetri.
E’ solo per meraviglia 
che i bambini pregano senza preghiere,
per uniche certezze
e misurati passi d’argento.


(Da : L’Improvviso)

Fu domandato ad un anziano: «Perché ho 
paura quando cammino nel deserto?».
«Perché vivi ancora», rispose.
(Detti e fatti dei Padri del deserto)

(pochi resistono)


Pochi resistono
alla caduta dei suoni sulle brecce, dentro
il primo silenzio.
Non sanno più bene perché dovessero 
giungere lì o se invece volessero,
ma sanno che è stato per lungo eccidio
e che se il destino esisteva era 
una candida escrescenza delle vertebre,
la tarma nel maglione del deportato
o un picco di cordigliera snudato dalla salita,
sempre già dietro le spalle.
Ma è il mutarsi, rimanendo uguale,
dell’evidenza in apparizione,
in un consueto giorno dell’abituale morte,
a tenerli lì, con la fronte sbarrata dai cieli
e le gambe scomparse, 
affissi sul margine
di un volo immobile.
Dopo il perdono lasciateli
dove più niente deve ricominciare
e l’aria è solo un carro colmo di invisibili erbe.


(da: Il Viaggio dell’Orizzonte)

Terre del cielo - I


I giovani degli equipaggi trattenevano le spade
davanti le maree bruciate di Bisanzio,
il rovello d’un orizzonte che ha corpo e vita presente, videro
in uno specchio di sorgente l’ignoto del sangue
asciugare un vento di treni sulla massicciata,
spingere i pedali deformi dell’automobilina rossa
che alla periferia scolorisce un sole da anni.
Da anni donne sciacquano stasera i morti negli acquai
con la pietà violenta della distrazione
strinando rapide le membra.
Uno lo lasciano a scolare nella notte
senza chiudergli gli occhi.


(da: Il Viaggio dell’Orizzonte)

Terre del cielo - IV


Devi traversare 
l’andata e il ritorno
dentro la nera luce,
nella dorsale di rondine che sfocia
dall’impennata sui marmi,
quando non vede nessuno vivere.
Chiedi
in quale onda sono i resti
dell’Astro insepolto e del bambino
scappato in avanti
e subito sommerso
nel dono chiaro della lontananza.
Scegliere è entrare nel lampo.


(da: Il Viaggio dell’Orizzonte)

Befanìa


Quella che accapando dalla gerla, dalle stelle
per femminile ascesi
calava nel camino come una rima.
Un integerrimo, immobile infinito vestiva
per venire da me (il cumulo del vento su un corpo disadattato),
scendere in cucina traversando il velo del tempio
e adempiere nel dono la missione dell’alta oscurità
armeggiando dalla cappa il mistero,
altro coprendo d’invisibile nel darmi
l’ultima fede.


(da: I Camminamenti delle Tenebre)



Ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre.
(Luca 22,53)

Il luogo ove il sole si leva è un bastione oscuro,
ma il nostro Sole è al di là dagli Orienti.
(Jalal al Din Rumi, Mathanawi II, 1110)

Notturna


E’ incinta sul sedile del treno, in un’unica direzione
il ventre sparso nelle fotocopie.
Una sola fermata conta per tornare e lasciare
fuori la notte, il bandolo del buio.
E’ lo stesso desiderio dell’Orsa,
la Maggiore, la belva che tira intenta
il carro storto e muglia nella federa a un pelo
dal seno, dal latte.
Domani, il disseppellimento quotidiano,
il terrore molecolare d’ogni creatura deposta
sotto astri che prosciugano
l’organismo degli insetti, l’acqua del feto
affinché venga a questa luce.


(da: I Camminamenti delle Tenebre)



Ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre.
(Luca 22,53)

Il luogo ove il sole si leva è un bastione oscuro,
ma il nostro Sole è al di là dagli Orienti.
(Jalal al Din Rumi, Mathanawi II, 1110)

Versiliana I


La costa è un’unica donna bagnata
in cui penetra un’aria d’aquila e il creato
rientra.
Stiamo nella quiete della paura, fermi
a vedersi come un altro e poi come nulla,
finché resti a mezz’anima la corteccia del platano e il libeccio
fermo alle porte dell’armadio.
Perché noi siamo tutto
in uno stesso momento,
per diventare ancora una volta
ciò che più non esiste.


(da: I Camminamenti delle Tenebre)



Ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre.
(Luca 22,53)

Il luogo ove il sole si leva è un bastione oscuro,
ma il nostro Sole è al di là dagli Orienti.
(Jalal al Din Rumi, Mathanawi II, 1110)

Janua Coeli


Non sappiamo se ancora s’alzi il grano, se possa
dalle terre esplose. Per l’onere della caduta
si leva lo sfarfallio bianco e solo
del tendine affiorato da una bara minata,
a generare in febbraio una continua ombra breve.
Di mio nonno invece, dal tumulo, sortirono
due cocci di cranio e i grilli
dai denti sepolti.
Ma ugualmente lo riconobbi
dal ricomporsi in volo degli storni.
Così ora è esaudito il fuoco della discesa,
cui ho lasciato tutto
e questa notte io, non più libero,
oriento l’uscita dal mondo.


(da: I Camminamenti delle Tenebre)



Ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre.
(Luca 22,53)

Il luogo ove il sole si leva è un bastione oscuro,
ma il nostro Sole è al di là dagli Orienti.
(Jalal al Din Rumi, Mathanawi II, 1110)

Nunc Dimittis

 

Pregate di non essere mai chiamati 
a toccare le cose dei morti,
le cose non lasciate ma rimaste; uguali
al perizoma candido dei liberati in vita.
Noi dobbiamo ugualmente credere che lui
dall’eterno le guardò i capelli
senza stringere
e disse tutta l’illusione della gioia,
l’apparenza del dolore,
l’ala fiera dei boscosi cavalli.
Anche per quelli che ora 
davanti sono amati di un amore qualunque, in tutto 
simili a farfalle deflorate dal seme della neve
dove senza sosta il turbine si racimola in brevi luoghi
e le selve invocano per gemmazione perenne
il germoglio d’ogni salma. Nelle mani
sollevate i caduti,
prendeteli dal buio dei fiori
oltre il tempo dell’accettazione.


Ora lascia che il tuo servo vada in pace,
fa’ come mi viene insegnato
dall’apparire intatto del firmamento
e che ovunque un unico vento sia 
a premere il cuore del daino, 
perché sarà così,
per il solo dominio della pioggia,
che dall’argine immobile
piano, scenderà nell’argento
e io uscirò in me.


(da: I Camminamenti delle Tenebre)


Ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre.
(Luca 22,53)

Il luogo ove il sole si leva è un bastione oscuro,
ma il nostro Sole è al di là dagli Orienti.
(Jalal al Din Rumi, Mathanawi II, 1110)