Elisa Donzelli

Elisa Donzelli è nata a Torino nel 1979 e da più di trent’anni vive a Roma. È autrice e curatrice di saggi e opere letterarie, tra cui Come lenta cometa (Aragno, 2009), Giorgio Caproni e gli altri (Marsilio, 2016), Poesie di René Char (Einaudi, 2018), Tra due città di Attilio Bertolucci e Roberto Tassi (il Mulino, 2019). Per l’editore Donzelli traduce e dirige la collana di poesia.

Dal 2018 ricopre la cattedra di Letteratura italiana contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Per la poesia ha pubblicato: Album, Nottetempo, Milano 2021; Uomini blu, Stampa 2009, Azzate (VA) 2023.

Viaggio di nozze

 

L’animale che fugge con Europa sul dorso
non è più il dio della mia costellazione.

Serviva scendere in Africa,
vedere l’accoppiamento delle leonesse
schierate davanti al leone a caccia
del solo bersaglio da centrare,
e il giorno dopo la cucciolata
in festa intorno alle madri
e la mia testa che vuole
sporgersi dal veicolo – abitacolo
semiaperto a cinque porte “Non lo sai
che è vietato quello che stavi per fare?
Che gli animali nella savana vedono
solo le ombre di noi umani?”
Hai avuto paura per me quando
la più anziana si è accorta che c’ero
e il ranger le ha puntato il fucile contro.

Non so se avremmo procreato
il figlio che portavo dentro
se la testa non fosse uscita dal mezzo
o fossi rimasta senza ombra, senza
vedere l’Africa con le sue apartheid
sino al capo di Buona Speranza
mentre avvisto balene e non vedo
leopardi che tu per me riesci a vedere.

Questo nostro continente
in lotta per i diritti di un solo
mare che da sempre io studio
amo, così antico istruito non sa
che per nascere bisogna
sporgersi farsi ombra,
qualche volta morire.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

La spatriata

 

Te lo ricordi Nora
il 25 aprile del 1994
quando a quindici anni
abbiamo preso il treno
e la pioggia scendeva
sul Duomo di Milano?
te lo ricordi che eri vestita
tutta di nero mentre la folla
sventolava bandiera rossa
quando regnava su noi due
la pace adolescente
di fronte a quel 61 per cento
al 61 per cento incosciente
del trionfo che sarebbe stato
il marzo oracolare?

Per quindici anni avremmo difeso liti costruito pali
ricucito altre separazioni, mentre sceglievi tra Parigi
e Berlino il luogo della sosta. Non so se hai fatto
bene tu a partire ho fatto bene io a restare, se partire
restare a vent’anni sono la stessa cosa. Ora che non
piove più su Milano ma un’arsura più secca invade la
città e Roma non è più quella degli amori inconfessati
sui nostri prati dove un bitume artificiale molesta le
ville degli appuntamenti, anch’io sono libera su questo
treno e non occorre che qualcuno nasca qualcuno
muoia cambi qualcosa in questo paese.

                                                   Frecciabianca Roma-Pisa

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

 

Collina di Monterozzi

                                                                e da amica mi prendi
                                                                come l’estrema delle mie abitudini.
                                                                Vincenzo Cardarelli

 

Scendo con te che sei bambino
nella tomba delle leonesse
e non so se è un bene farlo con te
che racconti sessi e fustigazioni
di musici e danzatrici
della terra dove impari a nuotare
al termine della tua prima infanzia.
Ora sei tu a tracciare il percorso dell’estate
mentre sali e scendi le scale
a caccia del leopardo che insegue il cervo,
prima di trovare il demone dalla pelle azzurra
dietro il tuffatore che rompe la linea orizzontale.

Nella stanza riaccendi la luce ai turisti
e resti più a lungo degli altri
solo per descrivere quello che vedi sui muri,
come se la morte fosse un disegno
sbiadito dal fiato dei vivi.



da Album (Nottetempo, Milano 2021)

 

Sonetto per Hevrin

 

Per un altro inverno vedremo scorrere
video-sequenze in paesaggi sonori
sotto il tuo viso ritratto a mezzobusto sul web
e sarà un’idea condivisa della guerra
in suono aspirato e coesistenza pacifica.
Ma oggi che apro l’immagine alla notizia
ancora ti vedo al mattino bronzea Nefertiti
stringere alta sul capo l’acconciatura,
di tremila anni sorella mostrare e punire
la minaccia alla troppa bellezza.
E cercarti vicina nel nome, allo specchio
riflesso della mia piú asciutta lingua
dove per variante potresti chiamarti Eva
mentre in curdo alla radice vuoi dire amica.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

Villa Torlonia

 

Apro la scatola delle fotografie dove finiscono le
fasi della vita e le trovo sfuse nei decenni – ottanta
novanta zero dieci sono numeri non anni, senza un
criterio preciso mi riappaiono le parti strappate del
tutto quando attaccavo sui muri le persone e le cose
degli album che non ho conservato se le immagini
cambiavano con le stagioni cambiavano i gesti negli
stessi spazi tra i quali c’è una sola immagine di te con
me nella villa, quando non ti volevo nata.
       Oggi è un anno che non ci sei. Sul prato le persone
si tengono per mano e formano un cerchio intorno
agli alberi scaricando diversamente il peso a
terra, poggiano più su una gamba che sull’altra e lasciano
al centro l’amplificatore dal quale esce la tua
voce registrata che alle cinque si ferma senza sbilanci.
Una voce giovane prosegue e dice quello che sei
stata, legge cosa pensavi della sorellanza e dove non
arrivo cerco lo sguardo dell’altra che mi è sorella
nello spazio che da altri ti è stato creato.
       Dai racconti che fanno sembra che anche il tuo
tempo abbia preso forma nei luoghi in cui ho avuto
i tuoi anni – il casino dei principi il gazebo la limonaia
la casa delle civette sono gli stessi nomi che
usiamo per darci appuntamento e ricordarti tra gli
slarghi dove scatto fotografie dei miei profili a continuità
d’ombre che per natura potrebbero essere
simili ai tuoi scatti o alla foglia nel vento, la stessa
che hai inseguito tu. In questa villa dove diversamente
siamo passate e che per ogni strada che
prendo mi passa davanti.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

Lucky star

 

                                                  per Marta


Facevi un gioco con le targhe
che passavano lungo la strada
             “TO-TO piccolino”
e poi la serie alfanumerica.
Vinceva chi ne diceva di più
e le diceva prima, vincevi tu
che sapevi città e capoluoghi
della geografia peninsulare.

Sono dove tu ci sei i miei primi ricordi,
alle finestre che da sempre abbiamo
abitato aperte sulle Tuileries
con le bambole in fila da rimproverare –
“Va à ta place, j’ai mal à la tête!”,
il vetro di Antagnod nei pomeriggi di neve
con gli scarponi sempre ai piedi
per le gare da sci tu scesa in testa
a guardare gli applausi
a un passo dal traguardo finale.

Resta nelle fotografie il balcone
all’undicesimo piano dei palazzi
della Toro Assicurazioni –
Corso Vittorio Emanuele II
ti sei precipitata e io con te al grido
          “Campioni del mondo”
            uno
          “Campioni del mondo”
            due
           “Campioni del mondo”
             tre volte.

È da lì che si vedeva il Rosa e poco sotto
lo stadio con le luci true blue, la musica
lontana ma presente del concerto che fu il primo
grande evento live realmente esistente
“Ciao Italia! Ciao Torino!
Hello everybody!” – ancora l’accento
americano “Non spingíete, per favore”.

E tu invece spingevi la ringhiera
volavi di notte sulla città
verso la ragazza di origini italiane
la femmina che da sola riempiva
il palco dei nostri anni,
sei stata la mia prima star.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

Viale della Minerva

                                           Per Marta Russo

 

Entrare di lato e aggirare l’evidenza
poi prendere la via opposta dove
la facoltà di Legge è altra scienza
e il viale di marmo non guarda dritto
                                            la Minerva.
Nella galleria d’edera vedervi di anno
in anno procedere lunghe nel fianco
sopra il pezzo di asfalto dove una
prima di noi è crollata e io come voi
sono scattata di volta in volta pensando
che se hanno puntato te è per via
della testa chiara ed evidente.

Per giorni sei stata in quel tratto di strada
compagna di passo evanescente.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

 

Regina della notte

 

Hai cantato per me l’aria
che non potevo prendere
dalla cassa toracica
troppo stretta
per i tuoi polmoni ampi.
Ti mostravo in cambio la lingua
di Verdi, l’Aida Abigaille
con le mani sui fianchi
quando a Finalborgo d’estate
ci ha prese il temporale
e siamo scese sotto i tavoli
mentre i maschi fuggivano
e ci guardavano ridere.

Potevamo essere anche noi
un’altra cosa Joana
se a vent’anni la pioggia
avesse smesso di scendere
prima di incominciare
a scappare per trovare riparo.

Ti vedo ora vestita da Rosina
in un’immagine di scena
che è in tournée tra i teatri
di Roma e di Barcellona,
con il tuo tenore e la parte
che non abbiamo scelto.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

A una donna che ha fatto la Resistenza

 

                                                                    Dalin, Dalan,
                                                                    l’è mort ël can,
                                                                    can bucin,
                                                                    as ciamava Giuanin
                                                                    Giuanin cutel,
                                                                    taiava la pel,
                                                                    la pel dël luv
                                                                    cu-cu-ru-cú.

                                                                    Filastrocca piemontese


Chissà com’eri bionda Amelia
quel giorno del quarantatré
quando hanno bussato alla porta
e il più giovane dei maschi si è finto
spastico per sfuggire ai tedeschi,
com’era nel quarantatré essere
per la prima volta madre
                   – altre volte esserlo
                     non esserlo piú –
e pensare che il latte
non bastasse, l’asina morisse:
“Kartoffel
                 kartoffel!” hai urlato
per sfamare il bambino.

L’estate camminavi al centro del viale
chiudevi le porte per evitare la corrente.
Ho preso di te solo l’odore del lino,
il lenzuolo che piegavi al mattino
prima di portarci al mare.

 

da Album (Nottetempo, Milano 2021)

Tuaregh. Ode to my parents

 

Blu è il mio nome familiare
e blu è stato il moto dei giorni
diluito sulle pareti ogni volta dipinte
secondo pantone, più azzurro nelle tele
più fondo nei riti, indaco tra gli scaffali dei libri

e blu erano tutte le cose con cui mi spingevo
lontano da voi, negli spazi congiunti poi divisi
dalla paura per giorni di dormire fuori di casa,
con la lucina da notte attaccata alla presa.

Forse perché non si poteva dire che il luogo
in cui sono iniziata non è stato a terra
ma su una barca, a largo del mare,
è berbero il ricordo che ho di voi
uomini blu, persone unite

 

da Uomini blu (Stampa 2009, Azzate VA 2023)

La vita degli organi

 

sempre torno da te dopo il viaggio e in transito
penso a cosa sia un paesaggio nella memoria,
se il mio paese ha un corpo o solo le città
che ho vissuto sono organi
Torino fegato
Roma polmone

e se le cellule che si separano hanno un cuore
una segreta vita, vivono
anche se muore l’insieme,
lo spazio di forme che occupo nella realtà

questa sera che mi rivedi come altre
immersa e semisvestita

“mangia caldo, copriti” – dici,
a questo servono le case.

 

da Uomini blu (Stampa 2009, Azzate VA 2023)

Terriccio universale

 

Vanno tolte le radici questa domenica
dai vasi del nuovo terrazzo. Presa
con le mani la terra, scavo tra le larve
scartando cose morte dall’argilla
che servirà per i nuovi impianti

di forza ci metto dentro tutte le braccia
sommerse di asciutta terra, che si sgretola
la terra tra le unghie e riempie l’ordine
di pienezza inerte. Me lo hai detto tu
di non pensare troppo ai passaggi,
“non rinuncio del mondo
ai suoi piccoli crolli”.

 

da Uomini blu (Stampa 2009, Azzate VA 2023)